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Naruto e Kurama – La (ri)scoperta dell’Inconscio

È uno dei personaggi più amati in tutto il mondo quello creato e disegnato da Masashi Kishimoto nell’ormai lontano 1999. Naruto, prima manga e poi anime, narra le avventure dell’omonimo protagonista, un ninja di dodici anni del Villaggio della Foglia (Konoha) con il sogno di diventare un giorno Hokage, la figura più importante del villaggio.

Nel corso delle moltissime avventure, oltre a sviluppare e consolidare legami interpersonali in quello che potremmo chiamare “percorso esterno”, Naruto Uzumaki approfondisce – e noi con lui – un legame interiore e solo successivamente interiorizzato: quello con la Volpe a Nove Code (Kyuubi), Kurama. Un’evoluzione psicofisica che si configura dunque come “percorso interno” e che si modella sulle esperienze vissute dal giovane ninja.

Kurama fa parte di Naruto sin dalla nascita, quando suo padre Minato, Quarto Hokage, nel gesto estremo di salvare il Villaggio dalla furia del demone a nove code sacrificò se stesso – così come fece sua moglie e madre di Naruto, Kushina – sigillando parte del chakra della Volpe all’interno del neonato e facendone ipso facto una Forza Portante (jinchūriki).

Circa un secolo prima dell’uscita del manga, un signore era alle prese con una delle più grandi rivoluzioni culturali della storia. Una rivoluzione che avrebbe cambiato il modo di pensare se stessi. Quel signore era Sigmund Freud e la scoperta dell’inconscio fu la sua non quantificabile eredità.

Partendo dalle sue ricerche sull’isteria e dallo studio dei casi clinici di tale patologia (celebre il caso di Anna O.), Freud, nel corso degli anni, giunse a ipotizzare che la coscienza non fosse che un parte della struttura psichica dell’uomo. Vi doveva necessariamente essere un luogo della mente non accessibile alla coscienza, dove venivano relegati tutti gli eventi traumatici.

Se la coscienza è una luce che ci mette in contatto con il mondo esterno attraverso il nostro sistema percettivo (tant’è che Freud parla spesso di sistema percezione-coscienza), l’inconscio rappresenta la parte oscura della nostra mente, contenente tutto ciò che è troppo gravoso per portarne il peso consapevolmente: eventi traumatici, pulsioni immorali, desideri malvagi etc. L’inconscio, in modo antitetico ma speculare rispetto alla coscienza, ci mette in contatto con il mondo interno, il nostro mondo interno.

È interessante provare a riflettere sulla sinergia che lega un personaggio immaginario ad una delle teorie più rivoluzionarie della storia, dove non solo Naruto può essere (ri)definito alla luce di tale teoria, ma la stessa teoria freudiana può catturare il modello di sviluppo psichico del personaggio.

Naruto sprigiona inconsapevolmente il chakra della Volpe ogni volta che è in preda ad un’emozione negativa così forte da dover in quale modo lasciarla fluire. Collera, terrore, impotenza, sono tutte sensazioni che creano le condizioni per il sacrificio della coscienza di Naruto in favore della forza devastatrice della Volpe.

Il primo incontro tra i due sarà infatti in un momento di necessità dovuto all’impossibilità di Naruto di eseguire la tecnica del richiamo usando il suo solo chakra (ep. 56).

Il piccolo ninja si trova catapultato nei meandri più reconditi della propria mente, in un luogo che viene rappresentato in modo tetro. Somiglia ad una fabbrica abbandonata dove le gocce d’acqua che cadono dalle tubature ricordano la coscienza nella teoria freudiana: una piccola parte della nostra struttura mentale che non ha gli strumenti per afferrare la sua controparte psichica nella sua complessità. Gocce di coscienza che si perdono in un corso d’acqua senza direzione, senza forma, senza tempo, che scava nell’abisso dell’Io.

Per la prima volta Naruto si trova davanti questo enorme demone saturo di odio che è dentro di sé, separato da un enorme cancello e, soprattutto, da un Sigillo Ottogonale, in grado di confinare la Volpe e impedirle di prendere il sopravvento. Un sigillo che richiama simbolicamente la cesura, una funzione psichica che, nella teoria psicoanalitica, impedisce ai contenuti inconsci l’accesso alla coscienza.

Il senso di smarrimento provato dal ragazzo è del tutto legittimo davanti a quella che si configura come un’azzeccatissima metafora dell’inconscio. Il vigore e la brutalità di una simile rappresentazione sono ancora più efficaci se si pensa che quello provato dalla Volpe verso Naruto e verso l’umanità è un odio che il giovane ninja assorbe inconsapevolmente. È l’odio verso chi giudica e ostracizza un ragazzino colpevole solo di aver dentro di sé il mostro che quasi distrusse il Villaggio della Foglia. È l’odio verso un mondo che lo ha abbandonato, proprio come i suoi genitori. È un odio verso le regole, è un odio verso se stesso.

Questo odio latente diviene manifesto ogni volta che Naruto perde il controllo, come se quello fosse l’unico modo per liberarsene, salvo poi riaccumularlo. È illuminante vedere per gran parte della storia quella che si connota come una lotta continua, ma non lineare, fra inconscio e coscienza. Come Naruto ha accesso alla sua dimensione interiore, viaggiando nella propria mente e andando a parlare con la Volpe, allo stesso modo questa si affaccia prepotentemente sul mondo esterno ogniqualvolta Naruto necessita, consapevolmente o meno, del suo chakra.

Questo leitmotiv della lotta intrapsichica subirà un primo punto di svolta sul finire dello scontro con Pain, quando ormai Naruto, in preda alla più totale collera, è soggiogato dal potere distruttivo della Volpe. Il sigillo sta per essere spezzato in modo definitivo, ma improvvisamente si manifesta Minato (ep. 167 Shippuden), che, insieme a quello della Volpe, aveva sigillato anche una piccola parte del proprio chakra, sicuro che un giorno il figlio ne avrebbe avuto bisogno. Il Quarto dà nuovamente energia al sigillo, permettendo a Naruto di riprendere il controllo di se stesso.

Interessante che nell’apparizione di Minato possa essere scorto l’emergere di un flusso di coscienza sin lì assopito, come un contenuto psichico non presente alla coscienza, ma suscettibile di divenirlo. Ed è esattamente quello che succede nel preconscio, il terzo luogo della psiche che chiude la prima topica freudiana.

Il successivo punto di svolta nell’evoluzione interiore del personaggio è costituito dal tentativo di Naruto di controllare la Volpe a Nove Code, grazie all’aiuto di Killer Bee, anch’egli Forza Portante. Non è solo un punto di svolta, è il momento cruciale: Naruto toglie il sigillo e quello che fino a quel momento era stato uno scontro psichico si cristallizza in una lotta simil-fisica mentale, la perfetta metafora di un ossimoro.

La coscienza (Naruto) lotta contro l’inconscio (la Volpe) e lo sconfigge, ma non senza l’aiuto della madre Kushina, il cui chakra era stato sigillato in piccola quantità insieme a quelli della Volpe e di Minato, ed esattamente come quest’ultimo si rivela al figlio (ep. 245-249). Kushina, forse ancor più del Quarto, agisce come una funzione psichica, quella dell’Io – andando a scomodare la seconda topica freudiana – che da una parte media fra l’istanza dall’Es (Volpe) e quella del Super-Io (Naruto) e dall’altra impedisce che la prima sopraffaccia la seconda.

Naruto adesso controlla parte del chakra della Volpe, stabilendo un accesso privilegiato a quella porzione del proprio inconscio e richiamando quel potere ogni volta che ne ha bisogno, senza tuttavia sacrificare la propria consapevolezza.

Ma il ninja di Konoha fa ancora di più: promette ad una Volpe colma di rabbia per la sconfitta che un giorno sarebbe riuscito a raschiare via quell’odio di cui è satura, convinzione maturata anche dall’essere riuscito a compiere questa catarsi verso se stesso, dopo lo scontro con Pain. E così sarà.

L’ultimo step dell’evoluzione psichica di Naruto è rappresentato dall’unione totale del suo chakra con quello della Volpe, che in seguito ad una serie di eventi e riflessioni era arrivata alla conclusione che non avrebbe mai potuto avere una Forza Portante più valida di quella attuale. Naruto spezza il sigillo e diventa tutt’uno con Kurama accendendo alla globalità del suo enorme potere (ep. 329).

Senza delegittimare la teoria freudiana del suo status, è interessante scorgere uno slittamento di prospettiva nel quale non è l’inconscio che, agendo nell’ombra, incatena la coscienza senza che questa se ne accorga, ma è la coscienza che fa luce sull’inconscio schiarendone quegli impulsi primordiali, in modo da trovare un terreno comune. Quell’odio inconscio che un tempo si cristallizzava in un’oscura e oscurante forza devastatrice, senza consapevolezza, ora viene distillato dalla coscienza in modo che possa spegnersi completamente in un inconscio ormai illuminato.

Coscienza e inconscio si fondono in un continuum psichico dove non c’è controllo della prima sul secondo né prevaricazione del secondo sulla prima. Nell’equilibrio armonico che viene a crearsi non c’è più bisogno di usare categorie come luce e oscurità, bene e male, razionalità e irrazionalità. Le parti assumono forma e sostanza solo in funzione del tutto, ogni distinzione viene meno in un rapporto simbiotico governato senza governanti.

Prende vita una forma di coscienza che proietta senza filtri il proprio Io sul mondo esterno ed esperisce la realtà del mondo incanalandola nell’omogeneità di un senso interno svuotato dall’odio e dal dolore.

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Edoardo Wasescha

- Laurea magistrale in Filosofia e Forme del Sapere - Aspirante giornalista - Nerd da prima che diventasse una moda

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