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Don Vito Corleone

Don Vito Corleone

Don Vito Corleone, al secolo Vito Andolini, un personaggio tra i più accattivanti nella cinematografia gangster: con quel contegno quasi sacrale che lo avvolge come un’aura, con l’integrità morale da uomo d’altri tempi, con quell’equilibrio sottile tra buon cuore e severità da cui è pervaso…
Forte e non duro, severo ma non spietato, risoluto ma non ostinato, la sua storia travagliata e penosa ne ha forgiato il carattere e la stessa essenza. Sino a fare di lui il Padrino per eccellenza.

In giovanissima età Vito è dovuto fuggire dalla terra natale, la Sicilia, per giungere in America da emigrato, ultimo tra gli ultimi, in cerca di una condizione migliore.
La mafia, nelle vesti di don Ciccio padrino di Cosa nostra in Corleone, gli ammazzò il padre Antonio ed il fratello maggiore Paolo costringendolo a fuggire negli Stati Uniti.
Lì poi, una volta divenuto adulto, nelle vesti della Mano Nera gli ha portato via il lavoro e conseguentemente la possibilità di sfamare moglie e figlio.

Da queste premesse tutto si sarebbe potuto dire, meno che il giovane Vito Andolini avrebbe poi seguito le orme di quella criminalità che ridusse in brandelli la sua esistenza.
Ma a rigore, non è stato Vito ad andare alla Mafia bensì la Mafia è stata ad andare da Vito.

Don Vito Corleone

Per la prima volta non come una minaccia, piuttosto sotto forma di opportunità, questa ha bussato alla sua porta (o meglio alla finestra) quando il vicino di casa Peter Clemenza, braccato da una perquisizione della polizia, gli ha affidato alcune pistole che gli sbirri non avrebbero assolutamente dovuto trovare.
Clemenza, il quale diverrà poi amico oltre che socio d’affari, ricompensò il compaesano Vito portandolo con sé a “prendere in prestito” un bellissimo tappeto persiano in una villa di amici…o almeno così raccontò.
Da questi misfatti da ladri di polli nacque poi un sodalizio tra i due, che coinvolse presto anche Salvatore Tessio dando così vita al nucleo fondante della Famiglia Corleone.
La Genco Olive Oil Company, società di importazione d’olio d’oliva, fu fondata a mascherare i traffici illeciti dei tre: a quel tempo perlopiù consistenti nel contrabbando di alcolici durante il proibizionismo.

È come se la mafia avesse in qualche modo offerto una possibilità di riscatto a Vito Andolini, come se dopo avergli sottratto così tanto stesse cercando di bilanciare il conto.
E Vito, ormai non più un semplice Andolini di Corleone ma un rispettabile Corleone a Little Italy, il riscatto lo ha poi conquistato con le sue mani. Arrivò il momento in cui le richieste di Don Fanucci, uomo d’onore nella zona di Hell’s Kitchen, divennero troppo esose anche per Vito e gli altri allora il futuro padrino tentò l’azzardo.

Uccise il boss estorsore di italiani sparandogli sulla porta di casa.

Da allora nel quartiere venne riconosciuto come il nuovo “capo” e, prima ancora, tale venne riconosciuto dai soci Clemenza e Tessio.
La leadership di Vito nella criminalità organizzata locale era però ben diversa dalla precedente: le attività commerciali non vennero più salassate dalle estorsioni poiché lui non era una sanguisuga di italiani. Anzi!
Come dimostra la vicenda dell’affitto della signora Colombo e del padrone di casa don Roberto, messa magistralmente in scena ne Il padrino parte II con grandissima ironia, Vito si è sempre prodigato per le persone più deboli adoperando la sua “influenza” per il bene di questi ultimi.

Don Vito Corleone

Ebbene Vito Corleone non è un uomo malvagio, almeno non nell’accezione di “chi è naturalmente propenso al male”.
È invece un uomo nato e cresciuto in contesti in cui la legge la fa il più forte, che spesso si è trovato al cospetto dei “più forti” avendo la peggio…che ha smesso, appena ha potuto, di abbassare la testa ribellandosi e poi naturalmente sostituendosi agli oppressori scalzati.
In compenso il suo non era un regime di oppressione bensì un governo (autoritario) basato sul rispetto e sull’onorabilità della parola data. Una volta al comando non perse mai l’umiltàil rispetto e la gratitudine per gli amici.

Ma di converso mostrò grande fermezza con i nemici.

Indimenticabile “l’offerta che non potrà rifiutare” il produttore discografico di Johnny Fontaine per liberare il cantante. Ed altrettanto è la capillare opera di persuasione adoperata nei confronti di Jack Woltz per consegnare (sempre) a Fontaine la parte in un importante film, che culmina attraverso la famigerata scena del risveglio in una pozza di sangue e della scoperta della testa mozzata di Khartoum stallone adorato, ai suoi piedi nel letto.

Don Vito Corleone

Don Vito Corleone è anche un buon padre di famiglia.
Ha sempre tenuto molto affinché questa rimanesse unita e affinché i propri figli ne costruissero una felice a loro volta.
Al principiare del primo episodio della saga, durante il matrimonio di Connie lo osserviamo esaudire le richieste degli amici, compresi quelli che avevano “dimenticato” tale importante legame fino all’evenienza dettata dal bisogno. Lo osserviamo, più innanzi, redarguire Sonny dalle sue “distrazioni extra-coniugali”.
Lo udiamo addirittura immaginare a voce alta un futuro in politica per il figlio Michael, per riuscire a realizzarne la vita al di fuori dei giri criminali di famiglia. Ma, a causa del tentato assassinio da lui patito, ciò per il figlio mai potrà concretizzarsi.
Sarà infatti proprio il giovane Michael Corleone a succedere al padre alla guida della Famiglia negli anni seguenti.

La mafia appare continuamente rincorrere i Corleone nonostante questi tentino di allontanarvisi…
Durante la saga Michael cercherà in tutti i modi di ripulire gli affari di famiglia, ma invano.
La maledizione rappresentata da questa mafia che ha mortalmente abbracciato il destino di Vito sin dall’infanzia verrà trasmessa ai figli, dalla quale questi come il padre non riusciranno mai a scostarsi.
Sonny rimarrà ucciso, Connie vagherà di relazione in relazione sperperando i suoi anni, Michael porterà la Famiglia ad un lustro straordinario pagando però il prezzo della perdita delle persone care.

Da ultimo ma non per ultimo, è l’incommensurabile interpretazione di un mostro sacro come Marlon Brando a impreziosire la già peculiare figura di Don Vito Corleone.
All’epoca del primo capitolo della saga l’attore aveva quarantasette anni ed un aspetto giovanile: al provino recitò con del cotone in bocca per appesantire le guance e apparire più anziano e minaccioso. Questo convinse Coppola ed i produttori a consegnargli la parte, i quali confermarono anche l’intuizione del cotone.
Il padrino che ben presto divenne un capolavoro conclamato risultò poi una nuova rampa di lancio per Brando il quale aveva vissuto un declino artistico durante gli anni ‘60.
Il film gli consegnò l’Oscar, il secondo nella carriera, ma non venne ritirato dall’attore durante la cerimonia.

Don Vito Corleone

Poi sull’onda di un successo rinnovato l’anno successivo Brando fu il protagonista di Ultimo tango a Parigi.

 

 

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