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Band of Brothers – Quando una Serie Tv superò il cinema

Band of Brothers

Vi sono serie TV che restano nel cuore di tutti noi. Vi sono serie TV che amiamo vedere e rivedere tante volte, ad infinitum. Non perché ci è sfuggito un dettaglio, un particolare nascosto, una sottotrama non chiara che vogliamo sviscerare meglio. Semplicemente perché per noi quella serie TV rappresenta il massimo, sotto ogni punto di vista. La consigliamo agli amici, ai parenti, a chiunque… persino ai vicini di casa. E restiamo contenti se anche loro hanno apprezzato il prodotto. E, di conseguenza, restiamo demoralizzati se quella serie non è piaciuta.

All’interno di questo articolo, forse complice anche il titolo e la breve introduzione, si parlerà (e alimenterà) l’ennesima (oramai) diatriba su cosa sia meglio tra serie TV e cinema. Per nostra fortuna assistiamo a fasi in cui arte e industria cinematografica e televisiva vanno di pari passo, arrivando, persino, ad alimentarsi. Notiamo, infatti, capolavori del calibro di True Detective Twin Peaks, i cui titoli sono oggetti di storie che ci affascinano. Anche se, il più delle volte, non è sempre stato così.

Storicamente parlando, uno dei momenti chiave che ha segnato l’emergere della programmazione originale della TV via cavo per eccellenza: HBO. Essa, infatti, ha portato sullo schermo serie come Oz, Sex and the City, I Soprano. Questi successi sarebbero durati per più di un lustro, cambiando le regole di approccio della narrazione seriale. Allo stesso tempo, la HBO iniziò ad importare il mondo delle miniserie a durata limitata di cui ancora oggi è regina indiscussa.

Ed è su questa scia, che HBO decise di mandare in onda nel 2001 un progetto che sulla carta sembrava ambizioso, ma che ben presto diventò un classico nell’universo televisivo. Stiamo parlando di Band of Brothers, miniserie da dieci puntate realizzata da Tom Hanks e Steven Spielberg.

Si è trattato del progetto più ambizioso e complesso mai realizzato prima d’ora.

Le riprese, infatti, sono durante ben 10 mesi e seguite attentamente da esperti della Seconda Guerra Mondiale in grado di garantire la massima accuratezza. L’opera prende spunto dall’omonimo libro dello storico Stephen E. Ambrose. Inoltre, furono intervistati tutti i membri ancora viventi della celeberrima Compagnia Easy, ovvero la  Compagnia E del 2º Battaglione del 506º Reggimento di Fanteria Paracadutista, che ebbe un ruolo chiave nel respingere l’esercito nazista in Francia e poi per l’invasione alleata in Germania.

Band of Brothers: trama e personaggi

Band of Brothers

La miniserie, articolata in dieci puntate, segue le vicende della Compagnia Easy partendo dal loro addestramento a Camp Toccoa, passando per la loro assegnazione al fronte europeo e seguendo i combattimenti fino alla fine della guerra.

Band of Brothers apre ogni puntata con le interviste ai veri sopravvissuti. Questo perché la serie, anche se non è un documentario, sin dal titolo ha l’ambizione di raccontare il conflitto, la Storia e anche l’esperienza dei soldati nella sua totalità. Il tutto passando dalle fasi di cameratismo che legherà quei soldati per tutta la vita, all’addestramento del severo capitano Sobel (David Schwimmer). Senza dimenticare le fasi in cui si descrive l’orrore e l’impotenza che i soldati hanno dovuto affrontare in numerose battaglie e che raggiungerà il suo apice nell’assedio di Bastogne e durante le battaglie delle Ardenne.

Nel corso delle puntate, Band of Brothers assume i tratti di una serie corale. Riesce, tuttavia, a ritagliare la fisionomia di alcuni personaggi che diventano dei veri e propri protagonisti all’interno di alcune puntate. Pensiamo ad esempio al maggiore Richard Winters (Damian Lewis) e il suo fedele amico, il capitano Lewis Nixon (Ron Livingston).

Accanto a loro spiccano figure come il tenente Carwood Lipton (Donnie Walhberg), il quale diventa protagonista di una puntata cruciale che si concentra sull’aspetto più traumatico della guerra e del tragico effetto che quest’ultima ha sugli uomini. Il morale dei membri della Compagnia Easy crolla vertiginosamente, tanto che alcuni di loro iniziano a fare i conti con il disturbo post traumatico da stress.

Band of Brothers

E ancora: il sergente Denver “Bull” Randleman (Michael Cudlitz), favorito per il suo coraggio e per la sua determinazione. “Doc” Eugene Roe (Shane Taylor), a cui è dedicato un episodio che mostra l’altro della medaglia, la cui battaglia non è solamente proiettili e bombe che cadono. Ma anche una dura lotta per aiutare il prossimo a restare in vita. Continuando, abbiamo anche il tenente Speirs (Matthew Settle), il soldato perfetto dalla morale di ferro. Egli dichiara di aver accettato la dura realtà: essere un morto che cammina e per questo capace di compiere imprese al limite della epicità.

Band of Brothers: ogni singolo orrore della guerra

Band of Brothers

Il potenziale di Band of Brothers sta nella capacità di trasportare lo spettatore all’interno del conflitto, complice le sequenze spettacolari e crude con ripresa a spalla, le quali lasciano col fiato sospeso dando l’impressione di essere finiti nel bel mezzo di una guerra senza via d’uscita. Esattamente come la ripresa iniziale in Salvate il Soldato Ryan, anche se lo sbarco della Easy avviene via aereo, non senza difficoltà e sacrifici.

Band of Brothers non lascia spazio per la retorica. Non è tanto un racconto sulla Seconda Guerra Mondiale, nelle sue vicende più interne, a cui siamo abituati. È un racconto sulla guerra nella sua più completa essenza. Il tutto viene narrato attraverso una sola compagnia di uomini, i quali sono stati sempre in prima fila contro la disperazione, la morte, la follia. Guerra, però, affrontata con coraggio, forza e volontà.

Ciò che emerge, nello sviluppo degli episodi, è quell’interrogativo che solo verso il finale di serie prende forma: perché combattiamo? La risposta giunge nel modo più semplice, schietto e brutale possibile. La Compagnia Easy arriva, quasi casualmente (e per fortuna), nel luogo più terrificante che il secondo conflitto mondiale abbia mai conosciuto: il campo di concentramento, più precisamente in quello di Kaufering/Landsberg. È una sequenza di soli dieci minuti che pesano come un macigno e che, grazie all’ottima regia, rende giustizia a tutto quello che ci è stato mostrato fino a quel momento.

Band of Brothers: noi pochi fortunati, noi banda di fratelli

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Vorrei citare una lettera che mi scrisse Mike Ranney. Racconta un episodio significativo: “Mi ricorderò sempre una domanda che mi ha fatto l’altro giorno mio nipote, mi ha chiesto: ‘nonno è vero che in guerra sei stato un eroe?’. Il nonno gli ha risposto: ‘No, ma ho combattuto con una compagnia di eroi’

Band of Brothers è davvero “tanta roba”. Le scene raccontate nei singoli episodio sono cariche di pathos e restano impresse nella memoria di tutti. Le varie battaglie sono costeggiate da immagini molto forti, che aggiungono ulteriore riflessioni su cosa sia realmente la guerra. Abbiamo il discorso di un soldato che per paura, durante il D-Day, si è nascosto in una buca per tutto il tempo. Come biasimarlo! Oppure la scena in cui una donna, all’interno della propria lavanderia, chiede ad un soldato di portare con sé la biachieria in modo da consegnarla ai suoi compagnia, senza sapere che la maggior parte di loro non c’è più oppure è ferita.

Molti sono i momenti toccanti che fanno di Band of Brothers un war movie e un documentario mai realizzato fino ad ora. Certo, Spielberg con Schindler’s List e il citato Salvate il Soldato Ryan è riuscito raccontare tutto. Ma è grazie a questa collaborazione con la HBO che riesce a dare più contenuto e contesto alle stesse sue opere e a trasformarle in un qualcosa di più completo, indimenticabile e importante.

Band of Brothers ci lascia una grande eredità, la quale sarebbe impossibile dimenticare e lasciare.

Leggi anche: Steven Spielberg – Salvate il soldato Ryan

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