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Shame – La Sessualizzazione dell’Universo

Shame mi ha sempre fatto un certo effetto. Lo vidi nel 2011, quando uscì. Mi turbò e non poco. Non capivo perché un uomo così attraente come Brandon Sullivan, interpretato dal magnetico Micheal Fassbender, avesse dei problemi: in fondo aveva un lavoro stabile, un superattico a New York, un corpo atletico, uno charme inconfondibile e tutte le donne del mondo ai suoi piedi. Il film poi aveva un’aura magnetica. Le location erano meravigliose: i grattacieli moderni, le stanze di vetro, i locali alla moda. Era il capitalismo all’apice del suo splendore. Era tutto bellissimo, ma mi sentivo male.

In particolare, fu proprio la ninfomania di Brendon a spaventarmi. Ed era strano. Il sesso in sé per sé forse è l’esperienza più bella che un uomo possa avere, ma in Shame diventa mania. Mette angoscia. Diventa una prigione da cui non si può scappare. Inoltre, non solo il rapporto sessuale è reso disgustoso, ma anche la rappresentazione stessa della sessualità diventa asfissiante. Si mostrano scene di sesso di ogni tipo, ma queste scene non sono pornografiche. Siamo lontani anni luce dalla pornografia.

Quelle immagini erotiche che di solito vediamo durante i momenti di solitudine, ci eccitano. Shame non ci eccita. Nessuno si ecciterebbe guardando Shame, perché eccitare non è l’obiettivo di Steve McQueen. L’obiettivo di McQueen è quello di scandalizzare, e per scandalizzare sceglie di mostrare il corpo del suo attore feticcio, dilaniato, scomposto in varie pose, prosciugato di ogni fluido genitale e ridotto a un fantoccio privo di vita. Fassbender si limita a muoversi sulla scena con l’unico obiettivo di cercare un altro essere umano con cui accoppiarsi.  Infatti il comportamento di Brandon Sullivan è più simile a quello di un animale, che a quello di un uomo.

Ma perché proprio il sesso? Fra tutti i vizi, perché proprio il sesso e non l’alcool o le droghe? Perché il sesso non inibisce. Il sesso stimola, esalta ed è proprio quello che serve a Brandon: sentirsi vivo, sentire il richiamo della carne. Per comprendere questo concetto è necessario parlare de La Nausea di Sartre.

Shame

Non voglio parlare de La Nausea in sé, non ne avrei le competenze. Mi piacerebbe però parlare di un’interpretazione de La Nausea che un antropologo italiano, Ernesto di Martino, fece in relazione ai libri di Moravia. I libri di Moravia, si sa, sono pieni di amori carnali, incesti, orge, baccanali, voyeurismi e chi più ne ha più ne metta. Ma non sono libri che fanno eccitare, al contrario provocano disgusto in chi li legge. Il disgusto è provocato dall’abuso di sesso che li connota. Tuttavia, la ninfomania dei personaggi non è fine a sé stessa, ma scaturisce da un disagio ben più profondo.

Nel momento in cui i personaggi di Moravia si trovano in uno stato di depressione talmente forte, da provare apatia o ribrezzo per qualsiasi elemento della realtà, non riescono a emozionarsi o a relazionarsi con nessuno. In questo stato di alienazione dal mondo, che Sartre chiama Nausea, l’unico modo per evitare il suicidio è rifugiarsi nel sesso più sfrenato. Questa brama insaziabile di sesso serve agli uomini vuoti per contrastare la sterilità del mondo che li circonda. Sessualizzazione dell’universo la chiama De Martino.

La sua spiegazione non fa una piega: la ricerca del contatto fisico, del sesso e della carne aiuta l’uomo depresso a sentirsi meno solo. Lo conforta, per poco tempo, grazie a un piacere effimero che non implica legami sentimentali, ma serve unicamente a concedere un momento di sollievo dalla noia esistenziale. Ma poi la nausea ritorna, ed è allora che si ricerca un altro rapporto per scacciarla di nuovo.

Questo disagio sessuale è insito anche in Brandon Sullivan. La sua volontà di morte infatti scema durante il contatto con la carne viva, per ripresentarsi poi alla fine del rapporto. Per questo McQueen fa muovere il suo protagonista in una New York lussuosa ma sterile, moderna ma senza identità, perché quella New York è lo specchio dello stato d’animo del protagonista. Ci viene mostrata la sterilità interiore di Brandon: egli, infatti, non ha personalità e tutto il suo essere è sorretto dal suo vuoto estetismo. È come se i suoi vestiti, il suo lavoro e la sua casa  costituissero la sua interiorità.Shameù

Ma quindi esiste una via di scampo da questa sessualizzazione dell’universo? No! Finché rimane la nausea esistenziale, la brama di sesso rimane.

Perciò Shame è forse il film più adatto per un finale aperto. La narrazione è così incentrata sulla mancanza di stimoli, sulla mancanza di risposte, sulla mancanza di legami, che deve mancare anche una fine precisa. Lo spettatore rimane in preda a quella sensazione di angoscia di cui è impregnato tutto il film, sia nel finale che dopo la visione. Infatti il pianto finale di Brandon ci trasmette il vero messaggio di Shame: il dolore è eterno, siamo noi che non lo siamo!

 

 

Leggi anche: A very english Scandal- L’incomunicabilità dell’amore

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