google-site-verification=Z-iiMQ70202XbeRqAJMdql9f6sCrAIa8gk6Gr_Nm7q4
Home Cinebattiamo Cinema e Pena di Morte negli Stati Uniti - Un rapporto Controverso

Cinema e Pena di Morte negli Stati Uniti – Un rapporto Controverso

Nel corso della sua storia il cinema è stato in grado di affrontare temi etici delicatissimi.

Eutanasia, unioni civili, fecondazione assistita: sono alcune delle grandi sfide attuali con le quali la nostra coscienza comune si sta confrontando e con le quali si stanno misurando anche diversi film, talvolta schierandosi con decisione, talvolta solo cercando di sensibilizzare l’opinione pubblica e richiamando l’attenzione sul problema.

Uno dei temi che in passato ha ispirato diversi registi ed è stato al centro di accesi dibattiti è quello della pena di morte. “Porte aperte” di Gianni Amelio è l’ultimo film italiano sull’argomento e risale a circa trent’anni fa, ma questo non deve stupire: l’abolizione della pena di morte nel nostro paese fu stabilita con la Costituzione del 1948.

Qual è invece la situazione nel resto del mondo? È un problema che si può dire ormai risolto?

Secondo le stime più recenti di Amnesty International sono state 993 le esecuzioni nel 2017, mentre gli stati che ancora prevedono la pena di morte sono 53. Entrambi i dati dimostrano un calo significativo rispetto al passato: le esecuzioni erano quasi il doppio nel 2015 e il numero di stati abolizionisti è cresciuto a 142, rispetto ai 64 di venti anni fa.

In rosso gli stati in cui la pena di morte è ancora in vigore; in blu gli stati abolizionisti; in arancione e verde gli stati in cui la pena di morte è prevista solo per crimini di guerra o non viene utilizzata da più di 10 anni

Da una rapida analisi delle caratteristiche di questi 53 stati emerge che la pena di morte è rimasta in vigore in molte zone del medio-oriente e dell’africa, in cui dittature militari la utilizzano spesso come strumento per eliminare dissidenti o avversari politici. È stata invece abolita, completamente o de facto, da tutti gli stati dell’Unione Europea e dalla maggior parte dei paesi più avanzati. Da questo punto di vista la posizione degli Stati Uniti è sorprendente: sono, insieme al Giappone, l’unico paese industrializzato, libero e democratico a prevedere ancora la pena capitale. Nel paese del progresso, delle possibilità e dello sviluppo dei diritti civili, oltre il 60% della popolazione si dichiara contrario all’abolizione, secondo gli ultimi sondaggi.

Il cinema

Sarebbe complesso ricostruire qui le ragioni storiche e culturali alla base di questa percentuale così alta. Ciò che ci interessa ha invece a che fare, ovviamente, con il cinema. Precisamente con l’atteggiamento tenuto dalla produzione cinematografica statunitense: quanti sono i film che hanno avuto il coraggio di affrontare la questione? E quanti hanno preso una posizione netta in merito?

Il numero di film a stelle e strisce prodotti a proposito dal 1976 in poi (anno della sentenza della Corte Suprema che reintrodusse la pena di morte) non sono pochi. Se ne contano più di venti, con un picco negli anni ’90. Abbiamo cercato di vederli tutti, per capire come il tema venisse presentato nelle varie pellicole.

Qualcuno è conosciutissimo come nel caso de “Il miglio verde”. Qualcun altro è sfuggito al grande pubblico o ha avuto fortuna entro i confini nazionali più che all’estero, come per “La sottile linea blu”. Confrontandoli però vien fuori un elemento comune e indicativo: in quasi tutte queste pellicole il protagonista è un innocente accusato ingiustamente. Non ha commesso i crimini per i quali viene chiesta la sua esecuzione. Lo spettatore è portato a ripudiare la pena di morte, ma solo nel caso specifico, perché sta portando alla morte di un innocente. Non perché potenzialmente sbagliata in quanto tale.

 

Facciamo qualche esempio:

– In “Fino a prova contraria” di Clint Eastwood, il condannato a morte Frank Beechum viene salvato poco prima dell’esecuzione da un giornalista, che riesce a dimostrare la sua innocenza;

– Ne “Il miglio verde” il protagonista non solo è innocente, ma nel corso della storia si rivelerà un vero esempio di bontà d’animo, un gigante buono, con poteri sovrannaturali;

– Ne “L’ultimo appello” Gene Hackman interpreta un ex militante del Ku Klux Clan, non proprio un santo, ma anche in questo caso innocente per lo specifico crimine per il quale ne viene chiesta la condanna;

– Ne “La vita di David Gale” a salvarsi dalla pena di morte è un professore universitario, che ha inscenato un crimine con la complicità della vittima, proprio con l’esatto scopo di finire in prigione e far partire da lì una campagna contro la pena di morte;

– “La sottile linea blu” è basato sulla storia vera di Randall Dale Adams, accusato ingiustamente di aver ucciso un poliziotto. Il film scosse tanto l’opinione pubblica da portare alla riapertura del processo;

– Ne “La giusta causa” ancora una volta un innocente accusato ingiustamente, salvato solo dalla bravura di un avvocato.

Sono film nella maggior parte dei casi avvincenti ed emozionanti ma che hanno mostrato alcune debolezze di un sistema, più che condannato il sistema stesso.

Da questo punto di vista, le uniche eccezioni sembrano essere rappresentate da due film: ‘Dead man Walking’ di Tim Robbins, e ‘Difesa ad oltranza’ di Bruce Beresford.

In entrambi i casi i protagonisti, destinati alla pena capitale, sono davvero gli autori dei crimini efferati che gli vengono attribuiti. Nonostante questo riescono ad essere due film di grande impatto e sicuramente più duri dei precedenti nel loro intento di denuncia sociale.

E ci riescono in due modi diversi.

Difesa ad oltranza

La storia vera su cui si basa la pellicola è quella di Karla Faye Tucker (nel film interpretata da Sharon Stone), colpevole del duplice omicidio del suo ex compagno e della sua ragazza.

Uscì nel 1996, due anni prima della vera esecuzione, per tentare di smuovere l’opinione pubblica. Anche per questo motivo il film cerca di mostrare tutta l’umanità del personaggio: ha commesso un crimine, ma sotto effetto di droghe, ben quattordici anni prima, quando era ancora diciannovenne, e da allora è completamente cambiata. La narrazione ci porta a conoscere i suoi errori ma anche le sue qualità, i suoi sogni e i suoi sentimenti. È per questo che nonostante tutto la sua esecuzione appare qualcosa di ingiusto e sproporzionato.

Dead Man Walking  

Il film prende il titolo dalla frase pronunciata di solito dai secondini un momento prima di scortare il condannato all’esecuzione e vede come protagonisti Sean Penn e Susan Sarandon. Il primo interpreta Matthew Poncelet, condannato a morte in Louisiana per duplice omicidio. La Sarandon invece veste i panni di una suora che prende a cuore la sua situazione e tenta di far riesaminare il caso, sperando che al ragazzo venga almeno risparmiata la vita.

Il personaggio di Poncelet viene presentato in tutta la sua mediocrità: oltre ad essersi macchiato di un crimine terribile è un razzista, un omofobo sprezzante di tutto. Non sembra neanche volersi pentire e ammettere le sue colpe, almeno prima del finale. Vari flashback durante la narrazione mostrano il momento in cui, sotto effetto di droghe e con l’aiuto di un complice, ha effettivamente ucciso una povera coppia di ragazzi in un bosco.

Eppure il finale non può lasciare indifferenti.

Il regista Tim Robbins, da anni impegnato nella lotta alla pena di morte, ci mostra i minuti dell’esecuzione in maniera quasi documentaristica. La disumanità dell’atto trasuda da ogni dettaglio e trasmette un senso di disperazione che cresce di scena in scena, rendendo quasi irrilevante il passato da assassino del condannato.

– Conclusioni

A più di vent’anni dalla sua uscita, è “Dead Man Walking” l’esempio di critica più radicale alla pena di morte tra i vari film analizzati.

Non c’è dubbio che molte delle altre pellicole citate abbiano cercato comunque di sensibilizzare gli spettatori sul tema. Molte cercano più che altro di porre l’attenzione sull’aspetto discriminatorio della pena, in quanto ad essere condannati a morte sono nella grande maggioranza dei casi persone di bassa estrazione sociale, che non possono permettersi un buon avvocato.

In generale, però, non si può dire che ci sia stata una presa di posizione coraggiosa da parte del mondo del cinema.

Nonostante questo, e nonostante l’opinione pubblica ancora convinta dell’utilità di uno strumento simile, va detto che negli ultimi anni anche negli Stati Uniti le cose sembrano star cambiando. Sono sempre di più gli stati che decidono di abolire la pena di morte. Da ultimi Michigan, Wisconsin e Nebraska.

Le ragioni, come spiega l’Economist in un articolo del 2015 (“Who kill the death penalty”), sono molteplici. C’è innanzitutto una ragione pratica: le esecuzioni sono sempre più costose, le sostanze per le iniezioni letali sempre più difficili da reperire e le strutture spesso si rivelano inadeguate e impreparate alla procedura.

A questo si aggiungono i costi dei processi di condanna a morte, molto più lunghi di quelli normali. Infine, e forse decisivo, il dato che non riconosce alla pena capitale alcun effetto deterrente per la comunità. Anzi, sembra vero il contrario: negli stati abolizionisti il tasso di omicidi è risultato minore rispetto agli altri.

Forse ci aveva visto bene il nostro Cesare Beccaria, circa l’effetto controproducente e “l’assurdità di una legge che per allontanare i cittadini dall’assassinio, ordina essa stessa un pubblico assassinio”.

 

 

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

LEGGI ANCHE

Quentin Tarantino e i Meta-Personaggi

Tarantino e i meta-personaggi. “Se pensate di vedere doppio non regolate il vostro televisore perché, beh, in qualche modo è così!” (C’era una volta a… Hollywood) Il...

Joker danza sulle note di I started a joke dei Bee Gees

Ballare. Il tratto (o uno dei tratti) che rende il Joker di Phoenix unico è in quel momento: il momento in cui le spalle s'irrigidiscono,...

La società di Gotham non è quella reale

"Gotham ha fatto il suo tempo. Come Costantinopoli e Roma prima ancora, la città è diventata terreno fertile per sofferenze e ingiustizie. Impossibile salvarla,...

Arancia Meccanica – La Melodia dell’Ultraviolenza

Arancia Meccanica è una delle opere cinematografiche più intense e provocatorie del novecento, una pietra miliare per il cinema che mira a curare l'introspezione...