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Rambo – La Solitudine del Soldato, La Solitudine di un Uomo

Correva l’anno 1982. Il mondo era appena entrato nell’ultimo decennio di quella che sarà ricordata come Guerra Fredda. Ad Ovest, a Washington, Ronald Reagan era già da un anno il 40esimo Presidente degli Stati Uniti d’America. Dava vita alla “Reagomics”, quel piano economico che avrebbe portato gli USA a conoscere, per circa 8 anni, un ampio e ininterrotto sviluppo economico. Tale influenza portò alla nascita del fenomento Yuppies!, i cosiddetti giovani di successo.

La controparte, invece, l’Est, a Mosca Juri Andropov successe a Breznev come Segretario generale del PCUS, aggiungendo la carica di Presidente del Presidio del Soviet Supremo dell’URSS. Insomma, il nuovo capo di quell’impero, oramai da tempo divenuto potenza mondiale, ma che, tuttavia, sembrava avere gli anni contati.

1982. Un mondo ancora diviso, che si preparava ad affrontare l’ennesimo decennio sotto quell’alone interrogativo, eretto come quel Muro nel non lontano 1961: e adesso? Cosa accade? Cosa accadrà? Ma fermiamoci un attimo.

Dieci anni prima, in un Paese lontano, situato precisamente nel Sud-Est Asiatico, il mondo conobbe un conflitto passato alla storia come uno dei più brutali, come se il Novecento non ne avesse avuto abbastanza. Il Vietnam si preparava ad entrare nelle case di tutti. Famiglie intere, ogni sera, riunite per la cena, ascoltavano in televisione quelle notizie che come trapani perforavano le rispettive quotidianeità. Napalm, M16, Vietcong, Ho-Chi-Min: tutto diveniva sinonimo di quello Stato, tanto distante quanto vicino. Il Vietnam.

Nel 1982, quel mondo diviso sembrava aver dimenticato tutto, come sempre. Una guerra ormai terminata, ormai lontana. Ormai passata. Eppure un regista, Ted Kotcheff, volle ricordare al mondo quell’avveniento, quelle vicende molto drammatiche. Il 1982 è l’anno dell’apparizione cinematografica di un film che è rimasto nel cuore di tutti, sia per la trama e sia per il messaggio che esso lascia e che continua, ancora oggi, a trasmettere. Stiamo parlando di Rambo(First Blood).

Rambo: trama

Rambo: recensione

[…] Io mi chiamo John Rambo. Eravamo nella stessa squadra in Vietnam. Non so se le ha mai parlato di me. Ho una fotografia… di noi due insieme… se la trovo… con tutta questa roba in tasca… ecco… eccolo qua. Ecco. Questo sono io, questo è Danford, Westmore, Bronson, Ortega… e questo è Delmar, dietro a tutti. L’abbiamo dovuto mettere dietro perché… è così grosso, sennò ci copriva tutti […].

Ci troviamo ad inizio film. John Rambo (uno strabiliante Sylvester Stallone), veterano della guerra in Vietnam, si reca nella cittadina di Hope per ritrovare una persona, un suo caro amico, Delmar. Si imbatte nella madre, e il brano poc’anzi riportato è solo un pezzo del colloquio che il protagonista ha con la donna. Purtroppo, l’anziana signora gli comunica che il suo amico, che aveva tanto voluto riabbracciare, con cui scambiare due chiacchiere, prendere insieme una birra, raccontarsi di tutto, anche della guerra combattuta, in realtà è morto:

Di cancro. Se l’è portato dietro il Vietnam, con quei gas che spargevano dappertutto. Era ridotto che sembrava uno scheletro. Lo prendevo in braccio per rifargli il letto.

“Mi dispiace”, è tutto quello che Rambo riesce a dirle.

Rambo: recensione

Incredulo e amareggiato entra nella cittadina di Hope, incrociando lo sceriffo del posto: l’arrogante Will Teasle (Brian Dennehy), il quale dichiara di non voler vagabondi nella sua zona.

Dopo l’esplicita richiesta ad abbandonare la città, il povero Rambo viene arrestato e seviziato dalla polizia locale. Questo gesto porta l’ex Berretto Verde a ricordare le torture subìte durante la guerra, così si ribella e fugge dalla stazione, dando vita ad una caccia all’uomo.

Questo banale incidente, diventa un pretesto per catturare Rambo, divenuto un deliquente per forza di cose. Vediamo, infatti, il reduce scatenare una specie di guerriglia, prima nei boschi e poi nella stessa città, contro la stessa polizia locale, la Polizia di Stato e la Guardia Nazionale. Un uomo contro tutti.

Ma tra questi sbuca colui il quale, forse, potrà aiutare quell’ex soldato a trovare una lucidità: il colonello Samuel Trautman (Richard Crenna). Egli, infatti, ha addestrato e formato Rambo in passato. È stato una sorta di padre, il quale si trova dinanzi ad un uomo, ad un figlio, che cerca di uscire da un trauma più grande di lui. La guerra, appunto.

Rambo: la solitudine del soldato

Rambo: recensione

Non è finito niente. Niente! Non è un interrutore che si spegne! Non era la mia guerra! Lei me l’ha chiesto, non gliel’ho chiesto io. E ho fatto quel che dovevo fare per vincerla, ma qualcuno ce l’ha impedito. E il giorno che torno a casa mia, trovo un branco di vermi all’aeroporto che mi insultano, mi sputano addosso, mi chiamano assassino e dicono che ho ammazzato vecchi e bambini. Chi sono loro per urlare contro di me, eh? Chi sono, per chiamarmi assassino, se non sanno neanche che cavolo stanno strillando.

Come la Seconda Guerra Mondiale, la guerra nel Vietnam godette inizialmente di un ampia opera di propaganda mediante stampa e mezzi di comunicazione. Un esempio fra tanti fu Berretti Verdi con l’intramontabile John Wayne, la cui divulgazione portò ad un rafforzamento dell’idea che gli USA fossero una forza militare giusta.

Il Vietnam, però, durò il doppio rispetto al secondo conflitto mondiale. E, per giunta, fu perso. Gradualmente quella guerra venne percepita come matrice di un’ingiustizia e chi l’ha combatteva era incolpato di essere un carnefice, un assassino, un responsabile di morti innocenti. I reduci diventarono la reincarnazione di una sconfitta, di antieroi capaci soltanto di fare del male. Senza contare che i soldati sopravvisuti vennero trattati come dei relitti umani. Vennero lasciati allo sbando e ridotti a fantasmi, lasciati soli e in preda a invalidità fisiche e psicologiche a cui non sapevano far fronte economicamente. Dipendenti da alcool e sostanze stupefacenti, in balia di quell’orrore che volevano a tutti i costi esorcizzare.

Rambo giunse in quel groviglio di conseguenze proprie di una situazione complicata

Rambo: recensione

Egli si fa portavoce di tutte quelle difficoltà che attraversarono i reduci del conflitto in Vietnam. Persino lo stesso Stallone si schierò apertamente in loro favore, lui che nel sociale è sempre stato impegnato ad avvalorare le cause del reinserimento nella società civile degli ex soldati.

Ed è giusto, in questa sede, spendere qualche minuto sulla scena madre del film e dell’intera saga: il monologo finale. John Rambo cala la maschera e inizia a confessare tutte le proprie paure, debolezze e angosce, lasciandosi andare in un pianto disperato.

Ma perché? Perché? Dove sono finiti… i miei amici, dove sono finiti tutti quei ragazzi? Dove sono finiti loro? Avevo tutti quei compagni intorno, erano amici miei, qui non c’è più nessuno.

È il grido di un soldato rinnegato ed umiliato dal proprio Paese. Trattrato da omicida, considerato un crudele assassino, immerso in un mondo che non lo vuole. L’interpretazione di Stallone è davvero memorabile. Mette a nudo tutta l’umanità del personaggio.

Il colonello, nel frattempo presente durante lo sfogo, indossa i panni dello spettatore. È incredulo, si commuove dinanzi al compianto del soldato prediletto, portato all’esasperazione dal popolo che ama, a cui egli ha affidato la vita combattendo, ma che lo relega nella solidutine e nella sofferenza più totale e devastante.

Rambo piange, raggomitolato a terra in un angolo buio, con uno sguardo perso nel vuoto. È solo e sconfitto. Il colonello lo consola in silenzio con fare paterno. Lo abbraccia, facendogli capire che, nonostante tutto, qualcuno ancora gli vuole bene, lo considera un essere umano.

Rambo: la rivincita dell’uomo

Rambo: recensione

Certe volte mi sveglio e non so neanche dove mi trovo. Non parlo con nessuno, a volte per giorni, per settimane, ma, come è possibile? Come è possibile? Non posso dimenticarlo, non posso, che devo, che, che devo fare? Che cosa devo fare? Che cosa devo fare?

Rambo incarnò l’immagine del veterano-scheggia impazzita come vittima, ma anche come eroe positivo. L’ex soldato costrinse ad empatizzare con qualcosa che si voleva rimuovere a tutti i costi. First Blood suscitò vere e proprie reazioni gigantesche, diventando un simbolo di tutti quei veterani che si sentivano manipolati e abbandonati dal governo stesso, sia sul campo di battaglia e sia al loro ritorno.

Rambo divenne testimone della tragedia della guerra, simbolo di una lotta interna e di un tentativo di riscattare la propria umanità, perduta in quella giungla lontana. Stallone crea un personaggio fortemente vicino al pubblico, il quale proveniva da una generazione ferita, disagiata e abbandonata. È un outsider che comunica una forte compassione e porta con sé un forte messaggio, il quale è difficile ignorare.

Rambo è due volte vittima: come uomo e come soldato. La sua non è una vendetta, bensì legittima difesa verso un potere che lo ha doppiamente abbandonato. Si rivolge proprio a quel potere che gli ha privato dell’umanità, che lo ha trasformato in una macchina da guerra e in un fantasma da scacciare con violenza.

Per la prima volta gli effetti della guerra sui veterani non vengono mostrati solo nell’annichilmento personale e totale. La sua reazione non sarà autolesionista, ma contro l’ordine costituito simbolicamente contro quello Stato che lo ha dimenticato e tradito.

Rambo: conclusioni

Rambo: recensione

Rambo (First Blood) incassò tantissimo al botteghino. Ted Kotcheff gira un film con un stile asciutto e preciso, senza eccessive pretese. La battuta di caccia nei confronti di Rambo disumanizza il cacciatore e umanizza la preda, che si difende portandosi all’attacco, seppur stando attento a non uccidere, perché non vuole essere il mostro che tutti gli imputano di essere, la bestia impazzita che loro vogliono braccare.

Rambo diventa una specie di eroe del sottoproletario, attravero la sconfitta e il dolore. Egli capisce di non poter vincere, capisce che la strada per il ritorno alla civiltà sarà lunga, ma andrà intrapresa perché è nell’accettazione del male il primo passo per la sua cura.

Risparmia i suoi carnefici senza spargere sangue e nella sua resa sta la sua salvezza come persona e come uomo, quando capisce che è tempo di passare oltre.

 

 

 

 

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