News

Oldboy – Il Mostro Libero della Verità

Un uomo si sveglia ogni giorno in una stanza. Le pareti sono colorate di rosso e giallo, in un pattern blando. Il bagno è sporco e piccolo e la porta ha una minuscola fessura da dove mani misteriose passano un vassoio col pasto giornaliero. Sempre ravioli fritti. Dalle pareti entra un gas per addormentare l’uomo, per tagliargli i capelli o medicare le ferite che si è procurato da solo, cercando di uscire dalla stanza. L’uomo però non può uscire, e non sa perché. “Sono due mesi che mi tenete prigioniero e non so nemmeno perché!” urla a una delle sue guardie senza volto.

Passeranno altri 178 mesi senza un perché. Nel frattempo, l’uomo si allena a combattere, si dispera, scrive, sorride e guarda la TV, facendo zapping tra i canali a sua disposizione. Tra le immagini che scorrono velocemente sullo schermo, ne appare una in particolare: qualche fotogramma di Boris Karloff, interprete del Mostro di Frankenstein nei film della Universal degli anni ’30. Un mostro spettrale e macabro, eppure triste e inconsolabile.

“Tutti gli uomini odiano i disgraziati; e allora, quanto devo essere odiato io, che sono la più miserabile tra tutte le cose viventi! Eppure tu, il mio creatore, detesti e respingi me, la tua creatura, a cui sei legato da un nodo che può essere sciolto solo dall’annientamento di uno di noi due.”

Oldboy

Queste sono le prime parole che il mostro riesce a pronunciare al suo primo incontro ravvicinato col Dottore di cui porta il nome, nell’opera prima di Mary Shelley. Il mostro interroga il suo creatore sul destino che gli spetta, la verità dietro alla sua nascita, una necessità che il suo padrone gli ha negato col silenzio. Quell’uomo nella stanza, il sud coreano Oh Dae-Su, si ritrova nella stessa situazione del mostro. Un prigioniero ignorante e disperato. Eppure, 15 anni dopo l’inizio di questa tortura, Oh Dae-Su viene finalmente rilasciato, apparentemente senza motivo. Una volta fuori dalle pareti della sua prigione, l’uomo è ora libero, senza vincoli che lo tengano… tranne uno. Trovare il suo Dottor Frankenstein, chiedergli perché è stato plasmato come mostro e vendicarsi. Una nuova gabbia, senza sbarre, ma che richiede la stessa chiave: la verità, da troppo tempo nascosta.

Il nome di Oh Dae-Su è pregno di significato: in coreano può essere inteso come “arrangiarsi un giorno alla volta” e infatti riesce a trovare un modo per farsi strada attraverso questa cospirazione che l’ha inspiegabilmente coinvolto. Si arma di un martello per affrontare gli sgherri di un uomo d’affari che sembra essere il suo ex-carceriere, usando quello che è un simbolo del proletariato che combatte un sistema crudele e incurante. Oh Dae-Su diventa quindi simbolo di una sete di vendetta e di rivalsa che lo motiva e lo spinge, ma ne diventa anche preda. “Ridi e il mondo riderà con te. Piangi e piangerai da solo.”  e così Oh Dae-Su ride, e la risata di chi controlla la sua storia riecheggia nelle sue orecchie.

Oh Dae-Su riesce a farsi strada nella trappola in cui è stato posto e nella propria memoria, anche grazie all’aiuto di Mi-Do, una giovane donna che l’aiutato una volta fuori dal suo terribile appartamento. Insieme, riescono a identificare l’uomo che ha trasformato la sua vita in un inferno lungo 5475 giorni: Lee-Woo Jin, un suo ex compagno di scuola che aveva una relazione incestuosa con la sorella, rivelata al pubblico a causa della lingua lunga di Oh Dae-Su, che li aveva intravisti attraverso una finestra. Il gossip si era trasformato per passaparola in una vergogna imperdonabile per la ragazza, portandola al suicidio e Lee-Woo Jin alla disperazione.

In Oldboy gli specchi vengono usati come riflessi delle proprie emozioni. Per Oh Dae-Su, il riflesso del proprio dolore, che spezza il vetro e lo lacera. Per la sorella di Lee-Woo Jin, è il riflesso della propria bellezza e vanità, una dimensione in cui non può essere giudicata e non può vergognarsi. Per il fratello, invece, lo specchio rivela la realtà, mostra solo la propria personale prospettiva sul mondo, e quando parla con Oh Dae-Su, durante il climax del film, lo fa osservandolo attraverso lo specchio. L’inquadratura ci mostra il riflesso di entrambi: il creatore e il suo mostro, plasmato a sua immagine e somiglianza, nel bene e nel male, nella intraprendenza e nel peccato.

Il nome di Oh Dae-Su cela un altro significato: una traslazione in coreano del nome greco Oedipus, Re Edipo, patricida, incestuoso e autolesionista.
Lee Woo-Jin rivela attraverso un pacco regalo la verità che Oh Dae-Su ha desiderato tanto ardentemente: Mi-Do, la donna che l’ha aiutato e di cui si è innamorato, è sua figlia, persa dopo 15 anni di prigionia. Entrambi sotto ipnosi sin dall’inizio del film, si sono ritrovati e hanno ceduto alle influenze piantate nel proprio cervello, imprigionando nella mente di ciascuno quella tremenda verità. Una verità che cerca poi di celare alla piccola Mi-Do, per proteggerla da ciò per cui hanno lottato insieme. Come Edipo, Oh Dae-Su commette peccati per via della sua ignoranza, e si punisce per l’atto tagliando la propria lingua.

Oh Dae-Su lascia una prigione segnata dalla privazione della verità per una distinta dalla sua presenza. La stessa verità che doveva liberarlo lo rende ora libero di soffrire per il resto della sua vita.
Lee Woo-Jin, alla fine del suo percorso vendicativo, è anche lui nella stessa posizione, e trova nel suicidio l’unica soluzione. Oh Dae-Su invece si rivolge alla stessa ipnotista che l’aveva manipolato sin dall’inizio, per cercare di opprimere il ricordo del suo passato.

In Oldboy, l’inganno dell’ipnosi domina le azioni dei personaggi, la loro visione sul mondo. E’ lo specchio che mostra al soggetto la propria proiezione, anziché il vero sé, l’Ego che sopprime l’Id e il Super Ego. Eppure, nel riabbracciare Mi-Do, dopo essersi apparentemente separato dal mostro, Oh Dae-Su si sforza di ridere e di far ridere il resto del mondo, ma è solo una façade.
Il suo sorriso svanisce, le risate ammutoliscono e il mondo è nuovamente una prigione, dove l’uomo è libero di soffrire perché sa del mostro, e si riconosce in esso.

Enrico Sciacovelli

Un altro di quei tipi che parla troppo di film e vorrebbe essere pagato per farlo, anzichè lamentarsi dell'ultimo Transformers senza successo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.