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Suburra 2 – Ritorno alla Tragedia Greca nella scalata a Roma

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Se l’influenza della cultura greca trovò il suo apice a Roma, è proprio da Roma che riappare uno dei filoni ellenici più iconici: la tragedia. Roma si beffa della credenza e della critica letteraria che decretò morto tale genere con l’innesto del 20esimo secolo, il secolo borghese. Si perché questo doveva essere il destino della borghesia, benessere perpetuo senza ombre e dunque non più pronta ad ascoltare i drammi da palcoscenico. Ma non in Suburra, non in questa Roma.

I simboli cittadini non appaiono quasi mai, visti solo tramite i fori di una tenda, quello che appare in questa seconda stagione di Suburra è l’ambiente familiare, l’aria di Roma te la senti dentro ai polmoni anche se la stai guardando la serie su un tablet sotto le coperte. La riconosci tra i fasti e la decadenza, calda, abbandonata e stanca, come una dea coricata di fianco ad uno dei suoi sette colli, una divinità che nessuno più venera. Città giovane sì, ma in fermentazione controllata dentro la staticità delle figure e dell’architettura immutabile dell’Urbe.

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In questo anfiteatro ci vengono mostrati i nostri tre protagonisti: Numero 8, lo zingaro che vuole farsi re e lo sbirro dalla faccia d’angelo. Tutti e tre hanno dei conti da saldare con le rispettive famiglie e sono insofferenti all’ordine costituito, criminale o istituzionale che sia. Per questo vogliono prendersi Roma e non avere più padroni a cui sottostare. “È ora che ‘sta città passa de mano” disse Spadino.

Aureliano Adami porta addosso tutti i segni della passata stagione, gli occhi privati della propria luce, stop con il biondo platino alla Take That, capelli rasati e ali tatuate sul collo. Lo scettro del comando del clan Adami gli è costato più di quanto immaginava, più di quanto non vorrà mai ammettere, e neanche riesce a maneggiarlo bene. Alessandro Borghi è due spanne sopra tutti, la facilità con la quale percepiamo la rabbia e la disperazione silente di Aureliano, ci fa capire la sua grandezza.

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Spadino non ha subito variazioni fisiche evidenti ma ha preso una decisione: rinuncia a scegliere, lui vuole tutto dalla sua vita. Scala il suo clan opponendosi alla madre ed al cugino, stringe un sincero rapporto di amore e fiducia con la moglie e continua ad esplorare la sua omosessualità, in attesa “de Roma”.

Lo sbirro, Lele, pensava di aver gabbato Samurai e di poter vivere la sua carriera lampo in polizia per seguire l’esempio del padre (amato e odiato), ma nessuno si libera del vero protagonista della vicenda. Samurai è un re solo, non più al sicuro, sempre più alfieri iniziano ad apparire sulla scacchiera, teme che davvero la città possa passare di mano ed allora che aumenta la mole della sua ombra su di essa, spietato e preciso.

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Si nota una differenza con altre serie crime-drama, in Suburra nonostante l’agire feroce dei protagonisti, molto più spazio viene lasciato alla loro umanità disastrosa e disastrata. Di Aureliano, Spadino e Lele conosciamo molto, i loro sensi di colpa, i sacrifici, le emozioni taciute, i sentimenti celati poiché in conflitto con un mondo feroce dove vige la regola del più forte.

Lo script della tragedia è possibile riconoscerlo in Suburra nella tragicità dei suoi tre giovani protagonisti, malcapitate e ignare vittime di un destino ancestrale scritto ancor prima che scegliessero le proprie vie.

Proprio sul fato immutabile della sorte dei propri personaggi si fondava il mito della tragedia greca, poiché questi anche laddove provassero a cambiare la loro sorte arrivava la Τύχη a riportare ordine nel destino. Ai nostri tre eroi suddivisi tra Roma e Ostia accade la stessa cosa, la loro giovane vita è segnata dagli errori di padri e familiari, un’eredità che obbligati a raccogliere ha comportato sacrifici e lacrime, che sembrerebbe aver fine solo con la presa di Roma.

Ma ecco qui che arriva la Τύχη, molto meno ultraterrena ma altrettanto efficace: Samurai.

Non saremo giusti però nel dire che in questa seconda stagione parte integrante della tragedia e dell’intreccio sono le donne, quelle nuove, quelle che tornano e quelle che acquistano potere.

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Livia Adami è a Roma a sperare nel perdono del fratello, mentre Angelica, moglie di Spadino, cerca di emergere dall’ombra della suocera totem Adelaide, Sara Monaschi, battuta nella prima, snasa il business dei migranti e rientra prepotentemente dentro l’equilibrio del potere. Ma abbiamo anche delle new entry, l’ambivalente Cristiana, collega di Lele, combattuta tra l’essere ligia al dovere e la voglia di carriera e Nadia (ottima Federica Sabatini), look a metà tra il tamarro e lo street style di tendenza riesce ad ammaliare pubblico e protagonista sino ad suggerire un ruolo di prima grandezza nella prossima stagione. Anche loro vittime del destino che muove le trame di questo dramma.

Pur ammirando questo lavoro esiste il rischio che essendo un prequel debba riagganciarsi al binario narrativo del film di Sollima e dunque l’evolversi della storia risulti poco naturale o poco approfondita in alcune dinamiche. Non raggiunge mai vette elevatissimi ma resta una serie ben ritmata e molto più cinematografica di sua sorella Gomorra. Nelle prossime stagioni bisogna tener sempre a mente che non è il crime ad attrarre, di serie e film siamo oberati, ma è il malessere che agita i suoi protagonisti a fa divorare le puntate, la solitudine di Aureliano mentre guarda il mare di Ostia dalle merlature del suo “castello” e la follia di Spadino che si dichiara Re ballando.

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