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The Act of Seeing with One’s Own Eyes – L’Abisso che ci guarda Dentro

The act of seeing with one's own eyes

Il termine “Autopsia” deriva dal greco, dall’unione delle parole “Autos” e “Optomai”: letteralmente “guardare sé stessi”. L’anatomopatologo diventa un po’ terapeuta, che scava nelle profondità del corpo umano come se in quel groviglio di intestini ci fosse l’anima stessa, e un po’ sciamano, che parte alla ricerca del senso della vita tra un’ulcera e un calcolo renale. Non è difficile capire cosa volessero dirci i greci: sul tavolo operatorio poco importa chi sei, da dove vieni, cosa hai fatto nella tua vita; il tutto si riduce a carne morta. Sangue e viscere sono tutte uguali, e quindi scavare nel corpo di uno sconosciuto diventa il pretesto per scavare dentro sé stessi: sezionare cadaveri per guardare con i propri occhi cosa nascondiamo dentro. Per dirla con Stan Brakhage e la sua opera, l’autopsia come “The act of seeing with one’s own eyes”.

The act of seeing with one's own eyes

Proprio sul letto di morte, Brakhage raggiunge la vetta professionale, l’afflato estremo di un’intera carriera. Ultimo esponente di una stirpe di artisti romantici, come Caravaggio e Van Gogh prima di lui, il regista si ammala di una specie di saturnismo. Un cancro, sviluppato forse a causa delle sostanze con cui colorava i negativi. Avvelenato dalla sua stessa passione, dall’amore per le sue pellicole, dalla totale abnegazione al linguaggio visivo; come un figlio che gli è cresciuto dentro, fino a mangiargli la vita e lasciarlo vuoto, con la sola compagnia della sua cinepresa.

La sua arte non conosce mezzi termini, è unica ed estrema; deve sopperire alla sua essenza mortale, renderlo eterno e far sentire la sua voce sin dagli abissi dell’oltretomba. Ricopiare la realtà, renderla nuda e cruda per esorcizzare la paura di diventare una bambola di pezza, come quelle che si vedono nelle barelle di “The act of seeing with one’s own eyes”.

The act of seeing with one's own eyes

L’obitorio è il protagonista di questo viaggio onirico nella fragilità umana; i cadaveri, le barelle, i medici, sono complementi d’arredo. I suoni sono solo immaginati per accompagnare le immagini tremolanti; la mente avverte parole e rumori, come in un sogno, ma senza che le orecchie debbano far nulla. Perché una scelta così poco convenzionale? Per dare lo spazio giusto al flusso di immagini; per far viaggiare la mente sull’onda di quanto captano gli occhi, senza nessuna distrazione. Senza le derive sentimentali di una trama; senza l’empatica attesa del vedere dove portano le peripezie dei personaggi coinvolti; né tanto meno la suspense di una colonna sonora ad hoc. Tuffarsi con gli occhi in un mare di visioni agghiaccianti; nuotare lungo la corrente di corpi squarciati e viscere e pozze di sangue, per abbandonare le leggi e le convenzioni che ci ancorano alla realtà e aspirare all’infinito.

Imagine an eye unruled by man-made laws of perspective, an eye unprejudiced by compositional logic, an eye which does not respond to the name of everything but which must know each object encountered in life through an adventure of perception. How many colors are there in field of grass to the crawling baby unaware of “green”? How many rainbows can light create for the untutored eye? – Stan Brakhage

Dove ci porterebbe l’immaginazione senza le consuetudini verbali e concettuali? Senza nomi e definizioni dove potrebbe arrivare il pensiero? Alla radice estrema dell’uomo, alla sua espressione più pura e primitiva. Questo l’obiettivo di Brakhage nel pensare il suo “cinema lirico”: spingere l’essere umano indietro nel tempo, per spogliarlo di ogni riflesso condizionato acquisito con l’età, e fargli osservare il mondo circostante con gli occhi di un bambino. Con occhi che si meravigliano di ogni cosa, che creano mille mondi fantastici scevri di nomenclature. Trascendere il quotidiano attraverso una percezione veramente libera, e lasciarsi andare all’emozione che l’immagine pura suscita in un animo puro.

The act of seeing with one's own eyes

Chi lotta con i mostri deve guardarsi di non diventare, così facendo, un mostro. E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te. – Friedrich Nietzsche

Emozioni come la paura di un tavolo da obitorio, di un ventre squarciato, di un corpo svuotato. Oppure lo sgomento nel vedere la pelle incisa dal bisturi, con l’adipe che sbuffa fuori come l’imbottitura di un peluche; il disgusto della pelle che viene via dal cranio come una maschera di carnevale, mettendo a nudo il bianco delle ossa; come l’angoscia che trasmette il buio sul fondo di un petto aperto e vuoto, come un abisso incolmabile che tutti si portano dentro.

Scene che ci ricordano di quanto siamo delicati, che ci urlano la nostra mortalità e ci sbattono in faccia quanto effimera sia la nostra presenza su questa terra. La linea insicura delle costole tagliate ricorda il ciglio di un burrone, su cui affacciarsi e in cui riflettere la propria umana fragilità; questo è “The act of seeing with one’s own eyes”, una finestra su cui affacciarsi che rivela ai nostri occhi l’ignoto della vita e della morte.

 

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