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Non Aprite quella Porta – Il Terrore è dietro l’angolo

Siamo nel 1974. L’America stava attraversando una frase cruciale della sua storia. Il Presidente Nixon era stato colpito dagli scadali politici che passarono alla storia col nome di Watergate. La guerra del Vietnam sarebbe finita da li a poco segnando la prima grande sconfitta americana. Allargando lo sguardo al mondo, sempre nello stesso anno, nuovi scenari bellici si stavano aprendo in Medio-Oriente.

All’interno di questo scenario vi è dell’altro. Tra questi, la società dei consumi mostra la sua vera facciata. Si apre una specie di vaso di pandora, la cui America scopre l’altra faccia della medaglia. Non più quella realtà fatta a stelle e strisce, incarnando quel mito che è stato etichettato da sempre come sogno americano. Il mondo intero comincia a conoscere un mondo nuovo. Un mondo che ospita terrificanti serial killer, il cui terrore è dietro l’angolo. In esso si crea lo stereotipo del pluriomicida che agisce sempre seguendo le stesse modalità, compiendo atroci crimini, spinti da pulsioni psicopatologiche.

Il cinema, in tutto questo scenario, diventa il miglior mezzo per metabolizzare, narrare e analizzare tutti i mali che fuoriescono. Dal genere fantascientifico dal tono apocalittico abbiamo capolavori come Il Pianeta delle Scimmie, I Sopravvissuti. Dal mondo western, invece, vengono girate pellicole come Mucchio Selvaggio, Lo straniero senza nome. 

Ma, più di tutti, è l’horror che riuscì a trovare la giusta dose per raccontare la paura, la violenza, l’irrazionalità dell’istinto, la serialità omicida, l’orrore quotidiano. Fra i vari titoli che ricordiamo come La Notte dei Morti Viventi, La Cosa, abbiamo un film che apre la strada ad un nuovo sottogenere che si stava incamminando in quegli anni. Il film in questione è The Texas Chain Saw Massacre del regista Tobe Hooper.

Il film venne distribuito nelle sale cinematografiche nel 1974 (guarda caso!) mediante un budget davvero ridotto. Eppure ebbe un ampio successo tanto da vantarne altri tre seguiti. Nel 2003 il regista Marcus Nispel decise di riproporre la pellicola, girando un remake, il quale arrivò in Italia col celebre ed inquietante titolo: Non Aprite quella Porta. Ebbene, all’interno di questo articolo parleremo proprio del film di Nispel, poiché, nonostante sia un semplice remake, ha la facoltà di fronteggiare l’originale.

Pertanto, mettetevi comodi e buona lettura!

Non Aprite quella Porta: trama

Non aprite quella porta: analisi

Contea di Travis. Texas, agosto 1973. I protagonisti sono quattro ragazzi: Erin, Kemper, Andy e Morgan; e si trovano a bordo di un pulmino in ritorno da un viaggio, quando offrono un passaggio ad una ragazza di nome Pepper. Il giorno seguente per strada incrociano un’altra ragazza, la quale chiede disperatamente aiuto. Ella, infatti, sembra essere sconvolta ed insanguinata per qualche strano accidente. Al che, improvvisamente, mentre giace al bordo del veicolo, estrae una pistola e si spara, suicidandosi.

I ragazzi, increduli e atterriti, decidono di denunciare il fatto. Pertanto decidono di sostare ad una stazione di servizio chiedendo notizie dello sceriffo. Tuttavia, scoprono che quest’ultimo al momento non è presente, liquidandoli con un restare in attesa. Così due della compagnia decidono di andarlo a trovare di persona, ovunque egli sia. E come accade nei migliori cliché horror sbuca, quasi dal nulla, una casa malandata. I ragazzi, ignari, si recano, senza sapere che proprio lì li attenderà il loro peggior incubo.

Giunti con l’idea di fare una telefonata, i ragazzi vengono immediatamente aggrediti da un terribile uomo con una strana maschera in viso. Col tempo scoprono che quell’individuo non è altro che Thomas Hewitt, famoso sia per coprire il suo volto sfregiato con pelle umana ricavate dalle sue cavie e sia per perseguitare le sue vittime a colpi di motosega.

Infatti, quella comitiva di ragazzi è costretta a sopravvivere all’interno di un vero e proprio inferno a cielo aperto, inseguiti da un mostro assassino e da una comunità che sembra esserne complice. In gioco è proprio la vita degli stessi protagonisti; e, in un certo senso, il tutto si rivolge anche sulla sorte dello spettatore, quando scopre che il film, in verità, ha preso spunto da una vicenda realmente accaduta.

Non Aprite quella Porta: l’apice dello slasher

Non Aprite quella Porta: analisi

Non Aprite quella Porta, assieme ad altri capolavori horror, rientra pienamente nella hall of fame dei film più violenti di sempre e mai realizzati. Basti pensare all’uscita del film nel lontano 1974, la cui censura fu spietata. Dietro, come abbiamo accennato, vi è una storia davvero accaduta. Magari, il film si sposta dalla cronaca reale, in quanto lo psicopatico armato di motosega che corre in maniera goffa contro dei comuni esseri umani non è mai esistito. Ma il film si ispira alle vicende del killer seriale Ed Gein, stesso personaggio da cui presero spunto per il film Psyco.

Indubbiamente all’interno di Non Aprite quella Porta, vi sono tutti i topoi possibili ed immaginabili del genere slasher. Un viaggio iniziale, i cui protagonisti sono dei ragazzi ognuno con un profilo psicologico ben definito, finiscono, quasi per sbaglio, in un luogo ben circoscritto da cui dovranno sfuggire o sopravvivere. Vi è una comunità di reclusi che sembrano abitare in un micromondo governato da leggi proprie, la cui violenza è parte integrante. È poi c’è lui, l’antagonista: il serial killer, appunto.

Per quanto un genere come lo slasher sia incentrato sulla violenza, sull’inchiodare il povero e ignaro spettatore col fiato sospeso per tutta la durata del film, in sottofondo agiscono una serie di concetti che non sono lasciati al caso. Ed è proprio il cliché a divenire il mezzo ideale per questa, chiamiamiola, dialettica del genere.

Se i protagonisti sono degli adolescenti, nulla può farci allontanare dall’idea che lo slasher possa essere considerato un genere di formazione al rovescio, al negativo. I protagonisti, vivendo in quel micromondo brutale, sono costretti a fare i conti con un qualcosa per loro nuovo: il male. Per quanto banale sia questa considerazione, riflettendoci su, possiamo affermare che in una società in cui trionfa il costante benessere, sono soprattutto i giovani ad essere anestetizzati da ciò che viene considerato violento. Quando la cattiveria si presenta nelle forme più crudeli, anche se si tratta dell’esagerazione di uno psicopatico con la motosega, devono chiamare in causa tutte le loro energie per sopravvivere. Altrimenti: soccombi.

In Non Aprite quella Porta, i giovani protagonisti prendono sin da subito le distanze dal passato. Non riescono a leggere i segnali che già nei primi momenti del viaggio ricevono. Forse perché sono ancora immaturi, chissà. Ma presto scoprono che dietro la facciata positiva del mondo, della società, del benessere, il male si annida dietro l’angolo. Male fatto di sangue, violenza, cinismo, sadismo e così via.

Le Colline hanno gli Occhi, Hostel, Venerdì 13, La Casa, hanno sempre come protagonisti questi adolescenti e ragazzi che vengono sbattuti nell’inferno. E se questi film hanno una loro serialità, è proprio perché il male, una volta sconfitto ed “educato”, ritorna più forte di prima, più crudele di prima, più violento di prima, più sadico di prima.

Non Aprite quella Porta: dialettica dello scontro

Non Aprite quella Porta: analisi

Altro cliché. Nei film slasher, oltre alle innumerevoli morti violente, c’è sempre una persona che riesce a salvarsi. E quella persona è sempre una ragazza, la quale diventa l’eroina di turno. In genere questa figura femminile ha sempre le qualità di essere una persona timida, ingenua, innocente. Guarda caso, riflettendoci attentamente, tutto il contrario della malvagità. Non è la spavalderia a salvare i protagonisti, ma la purezza (e l’intelligenza, aggiungerei).

Come nel caso del film, la protagonista certamente non possiede una maturità da eroina, non uccide Thomas Hewitt. Sebbene rimane indifesa, il suo unico obiettivo è fuggire in qualunque modo con qualunque mezzo. Eppure, in lei non vi è un atteggiamento di codardia (sfido chiunque ad affrontare uno psicopatico con la motosega!). Ha conosciuto la malvagità, si è salvata e saprà come affrontarla. C’è chi vede in queste eroine persino una nuova frontiera del femminismo, capaci di scacciare la follia maschilista nell’abisso da cui fuoriesce.

Di contro abbiamo l’antagonista. Il cattivo, grazie al genere slasher, diventa l’icona che tutti ammirano. Leatherface possiede tutte le caratteristiche del perfetto cattivo horror. Ha una forza sovraumana, il volto nascosto dietro ad una maschera umana, utilizza solo armi bianche. Il pubblico li idolatra perché scopre la parte più istintivi e nascosta. Un po’ come se si volesse dare spazio alla parte Hyde lasciando il Dottor Jekyll alla società.

Non Aprite quella Porta: dialettica degli impulsi

Non Aprite quella Porta: analisi

Perché lo slasher attira? Sotto un certo aspetto, è un genere che non ha bisogno di chissà quali sovrastrutture per realizzarsi. Fa leva sugli istinti più bassi di ogni essere umano: il sesso e la violenza. Non è un genere che richiede sforzi mentali per capire la trama, la vicenda, la storia. L’oggettività è palesemente rappresentata.

Lo slasher parla al nostro inconscio, alle pulsioni primitive. Offre loro una capacità di esorcizzarsi, di puro sfogo liberatorio ai limiti, quasi, della catarsi. Faccia di Cuoio è la manifestazione di una parte insita in noi. Di quell’impulso primordiale che decidiamo di soffocare (consapevoli che tornerà) durante il nostro percorso di vita. Personaggi come lui ci sbattono di fronte una realtà che noi a fatica vogliamo allontanare, sebbene ci affascina. In altre parole, quello che vuole dirci è che anche noi siamo così: crudeli, ossessionati dalla violenza, desiderosi di abbracciare la crudeltà nascosta insita nel substrato più profondo. Il male non è altro da noi.

Quella violenza esagerata e irrazionale, il cui schermo riporta e che ammiriamo in un atteggiamento voyeuristico, porta in luce il rimosso e lo lascia sfogare.

Leggi anche: The Act of Seeing with One’s Own Eyes – L’Abisso che ci guarda Dentro

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