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La paranza dei bambini – Tragico Scorcio su un’Infanzia Degenerata

Paranza

“Quando io ho accettato il film il punto di partenza è stato comune, nel senso che abbiamo scelto di fare un film a partire da un tema che è la perdita dell’innocenza.

Cioè non di prendere il romanzo e metterlo in scena così com’è, ma di lavorare sulla dimensione emotiva dei personaggi. Quella che era una storia criminale noi l’abbiamo fatta diventare una storia di innocenza e su quello abbiamo orientato tutto il lavoro.”

Estratto fondamentale, tratto dalla nostra intervista a Claudio Giovannesi, per introdurre l’articolo su La paranza dei bambini.

Paranza

Il film tratto dal romanzo di Roberto Saviano, di fatto, è quanto di più lontano dal racconto epico, dall’epopea archetipica narrante l’ascesa alla criminalità dei personaggi ritratti. La paranza dei bambini racconta una realtà, nella sua essenzialità, nella sua nudità, priva di spettacolarizzazioni; una realtà che esiste.

La perdita dell’innocenza, sulla quale si sofferma il regista Giovannesi, non è altro che la conseguenza più naturale di ciò a cui i ragazzi protagonisti vanno incontro; la stessa perdita dell’innocenza che rappresenta il perno di film come La Terra dell’abbastanza e A Ciambra, a riprova di come l’esplorazione di questo tema sia il tratto che più accomuna il giovane cinema italiano di questo decennio.

Nicola, interpretato dal sorprendente Francesco Di Napoli, è voce portante di una generazione che facilmente, anno dopo anno, viene accecata dal potere, dalla ricchezza e dai privilegi che possono derivare da una vita a servizio della camorra. Non hanno il tempo per maturare, e conseguentemente per guardare in modo lucido la realtà che li circonda. Non hanno il tempo di pensare ai rischi, mai realmente considerati, del sacrificare la propria innocenza per la chimera distorta di una vita adulta immersa nel privilegio e nella ricchezza, ma in nome di un ideale malato, violento, che riduce inesorabilmente la speranza di vita di chi lo perpetua.

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La paranza in questione, la cui sorte è fulcro dello svolgimento del film, è immediatamente soggiogata dall’involucro dorato che avvolge l’esistenza dei boss malavitosi con i quali entrano in contatto. La purezza di ognuno dei giovani ragazzi viene immediatamente corrotta, e con l’arresto dei più importanti esponenti della criminalità organizzata napoletana, l’iniziale soggiogamento viene sopraffatto dalla voglia di emergere, alimentato dalla stessa sete di gloria che impedisce ai ragazzi di vederne i rischi.

Tuttavia, ciò che meravigliosamente traspare durante lo scorrere delle sequenze, è quella purezza fondamentale che nonostante tutto continua ad accompagnare i giovani personaggi, Nicola in primis. L’affetto per la madre e per il fratellino Cristiano, così come il legame sincero con la bellissima Letizia, altra esponente di una generazione condannata a dimenticare presto il significato della parola infanzia, sono solo alcuni degli elementi che mostrano ciò che fondamentalmente Nicola rimane: un bambino, un adolescente, per quanto immerso in una degenerazione inconsapevolmente abbracciata.

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In questo senso, è magistralmente raccontata l’evoluzione di Nicola, in rapporto al percorso intrapreso: dalle prime tirate di cocaina, i primi giri di spaccio, le prime serate nei locali più esclusivi di Napoli, ai primi omicidi, i primi rimorsi, le prime responsabilità e le prime cruciali decisioni ritrovatosi costretto a dover prendere. E’ un crescendo regolare, impossibile individuare una singola scena che abbia più rilevanza delle altre, che rappresenti uno snodo cruciale nel percorso del protagonista. E’ un film che volutamente si distacca dalle narrazioni di stampo manicheo, dove lo spettatore si sente spinto ad individuare l’eroe, o meglio l’antieroe che occupa la scena come elemento movente, in grado di cambiare il corso della storia a seconda della propria volontà.

Nicola, così come gli altri ragazzi, si rende presto conto di non essere realmente in grado di affermare la propria volontà di fronte alle ovvie complicazioni postegli davanti dal corso degli eventi; l’iniziale fiammella è inevitabilmente divampata in un incendio, ardente nei loro occhi, forgiante un’assuefazione irrimediabile che li spinge a volerne sempre di più, di più, di più. Armati fino ai denti, commettono omicidi per i più futili motivi, intimidiscono rivali estremamente più navigati, con quell’incoscienza propria solo a chi non ha mai dovuto confrontarsi con alcun tipo di responsabilità.

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Sul finire del film, al complicarsi della loro improbabile ascesa si unisce il frutto di ciò che fatalmente hanno seminato alle loro spalle: il dodicenne Cristiano, casualmente, trova le armi di Nicola; esse appaiono ai suoi occhi come non più che giocattoli, replicando l’infantile ingenuità con la quale lo stesso fratello vi si rapportava. E durante la notte in cui Nicola scappa con Letizia dall’inferno da lui stesso creato, Cristiano esce con altri bambini, sparando contro le serrande come avesse in mano una pistola ad acqua. Un colpo di troppo, i bambini fuggono in motorino, ma non abbastanza veloci da evitare di essere a loro volta mirati. Cristiano, ferito a morte, muore quasi sul colpo.

L’ultima meravigliosa scena non necessita di parole: il mattino seguente, Nicola, scuro in volto, è raggiunto dagli altri ragazzi, che a turno lo abbracciano con sincerità. Successivamente, mettono in moto gli scooter e partono tutti insieme, con Nicola in testa, accompagnati da Adunata, lo splendido tema musicale. Sguardo immobile, proiettato all’enorme abisso di fronte a loro; perché oramai non c’è più ritorno, né più via di redenzione. Non resta, dunque, che continuare ad andare.

La morte e l’acqua sono sempre una promessa. E loro erano pronti a passare attraverso il Mar Rosso.
(La Paranza dei Bambini, explicit dal romanzo di Roberto Saviano)

Leggi anche: La Terra dell’abbastanza- l’innocenza gettata nell’abisso

 

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