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Lars von Trier – La Trilogia della Depressione

[La Folle Sofferenza di Lars Von Trier]
Qui trovi l'introduzione alla Rubrica: https://www.artesettima.it/2019/03/10/lars-von-trier-artista-estremo-di-follia-e-sofferenza/

 

Il controverso regista danese, Lars von Trier, a partire dal 2009, ci regala un’altra perla del suo cinema. Definito da molti come un pessimista cosmico, dirige la cosiddetta “trilogia della depressione”, rappresentazione ed esternazione del suo stato d’animo.

Questo periodo infatti, rappresenta il più oscuro nella vita del regista che ha dichiarato di esser stato colpito (e forse lo è ancora) da una forte depressione. Dirige Antichrist (2009), Melancholia ( 2001) e Nynphomaniac (2013), dove ci mette di fronte ad una visione tragica, crudele e degenerativa della natura umana.

Il cineasta è spesso stato bersagliato per la vena misogina presente nei suoi film, per il suo eccedere, per il suo essere schietto e per le sue teorie estreme. Ha sempre diviso in due il pubblico, il quale ad oggi è avvezzo a considerare con eccessiva severità gli aspetti provocatori del cinema formalista di Lars von Trier che, ciò nonostante, in più occasioni punta al sublime con piena maestria.

E di nuovo con questa trilogia, il pubblico è bipartito. Coloro che non si sono indignati hanno una nuova visione della vita, perché ciò che Lars ci invita a fare con questi tre film, è riflettere in chiave leopardiana sulla natura, sull’uomo e sul senso di vuoto che colma la nostra intera esistenza. In tutte e tre le pellicole le protagoniste femminili attraversano una fase di forte crisi esistenziale che fa scaturire fobie, depressione e negazione del piacere. Elemento comune del trittico è anche Charlotte Gainsbourg, l’unica attrice che riesce a sostenere il peso di Lars von Trier in ognuno dei tre set.

Antichrist

Charlotte Gainsbourg e Willem Dafoe stanno facendo l’amore. Sono ripresi in un bianco e nero patinato, al rallentatore,  in sottofondo una delicata aria di Händel. Il loro bambino cade accidentalmente dalla finestra e muore.

Con questo prologo si coglie già tutta l’essenza che von Trier vuole trasmettere, con ogni inquadratura, in ogni momento, spingendoci passo dopo passo, verso ciò che di più tetro la pellicola ha da offrirci. Un uomo e una donna che cercano di elaborare il lutto per la perdita del figlio, espiando il senso di colpa nella loro casa in mezzo al bosco, di nome Eden.

L’uomo e la donna sono dei peccatori senza via di scampo, intrappolati in un vicolo cieco. Con Antichrist, il regista si prende gioco della sacralità dell’Eden, trasformandolo in una foresta dei suicidi. Il collasso psicologico e il fallimento della donna, sempre più attratta dall’oscurità. Qui la depressione porta all’autodistruzione e alla negazione del piacere. Il caos regna.

Lars von Trier ci propone immagini e dialoghi difficili da accettare e ancor più da sopportare. Ci parla della Natura ma anche della natura umana, di sesso e dei sessi, di Dio e del Demonio, di sogni e di realtà, di vita e di morte, di colpe e di espiazioni. Ci inchioda alla poltrona, ci fa trasalire dall’imbarazzo, ci fa chiudere gli occhi per il disagio, ci fa rabbrividire per ciò che ci mostra. Per ciò di cui ci parla. La depressione della protagonista, specchio del regista, ci trascina giù verso la disperazione umana, nella follia più pura e inafferrabile.

Melancholia

Come in Antichrist, la situazione iniziale mostra una scena di gioia e colori; questa volta la pellicola si apre con un matrimonio. La tristezza che si annida nella sposa però, non tarda ad emergere, rovinando la cerimonia e ponendo una brusca fine alla sua relazione. Mentre le parole “felice” e “felicità” vengono ripetute continuamente alla povera donna, nessuno cerca di capire dove si sia nascosto il seme del dolore, grande ipocrisia della nostra società, che Trier ha evidentemente sperimentato sulla propria pelle.

Justine, lasciata quindi da sola, non riesce a reagire e viene accudita dalla sorella Claire. Nel frattempo, il pianeta Melancholia minaccia di schiantarsi sulla Terra e distruggerla. Il film mette in relazione la reazione dei tre personaggi principali, che affrontano in maniera completamente diversa  questo rischio: Claire rappresenta il timore e la paura di ogni essere umano, il marito la scienza rassicuratrice e Justine il cinismo della depressione.

Il pianeta stesso, rappresenta metaforicamente la depressione ed è la sua concretizzazione. È la rappresentazione dello stato di accettazione del peggio, del destino e del caos. L’inevitabile sofferenza umana di fronte alla propria impotenza. Il pianeta raffigurato più grande della Terra in un magnifico prologo interamente costruito a rallentatore e accompagnato dalla musica del Preludio del Tristano e Isotta di Wagner, che fin dall’inizio trasmette quelle sensazioni di incertezza, sofferenza e terrore.

La melanconia infatti, è la tendenza ad agire con molta calma in situazioni di forte stress. Carattere presente nel regista, che si riversa nella protagonista Justine. Questa reazione è dovuta all’accettazione del peggio, a un forte pessimismo che porta ad aspettare sempre lo scenario più drammatico in qualsiasi situazione.

Una visione dolorosa della vita, quella di Lars von Trier, che si fa portavoce di chi pensa di essere senza speranza e non riesce a vedere più la luce. La fine del mondo e dell’umanità che vengono divorate da questo enorme pianeta che avanza imperturbabile rappresentano la discesa dentro il tunnel della depressione da cui la maggior parte delle persone depresse crede di non uscirne più.

Nymphomaniac

Joe è una donna dipendente dal sesso, ritrovata in fin di vita in un vicolo da un uomo colto e gentile, che decide di accompagnarla a casa sua. Il film è una completa narrazione e ricostruzione della vita della protagonista, divisa in atti.

Nymphomaniac è un inno alla ribellione, Joe vuole liberarsi dalla “società basata sull’amore” in favore dell’erotismo e dell’indipendenza sessuale. È la storia di una ninfomane, divenuta tale come come scudo per quei sentimenti che caratterizzano banalmente tutti gli esseri viventi.

Lars von Trier è un intellettuale fuori dal coro. Non teme di giocarsi la reputazione provocando e mettendo in discussione cose che la nostra società dà ormai per scontate. Sesso estremo, masochismo, pedofilia e omosessualità.

Lars riversa la sua depressione nei panni di Joe, la quale sfoga ogni frustrazione, dolore o piacere con il sesso. Ne è completamente dipendente, tanto da utilizzarlo come arma anche di fronte alla morte di suo padre. La nostra protagonista infatti, si eccita di fronte a questo dolore e subito trova il modo di colmare questo vuoto. Quanto è potente questa scena: la forza che tanto vuole emergere da Joe, è messa completamente a nudo, lasciandone captare la fragilità tutta umana.

Una via di fuga dalla depressione e dalla tristezza, una via di fuga però che è soltanto una maschera. La stessa maschera che porta ognuno di noi in un modo o nell’altro. Con questa pellicola, il regista condensa tutta la rabbia che prova per la società, addirittura facendo dire a Joe che “la qualità umana è l’ipocrisia”. Vuole provocare e risvegliare i nostri animi dicendo tutto ciò che pensa, senza filtri, come sempre.

Il cinema di Lars von Trier

Lars von Trier è la prova vivente di quanto il dolore possa spingere e ispirare allo stesso tempo un artista, nel suo percorso di realizzazione ed espiazione. Un regista che non ha vie di mezzo: o si odia o si ama. Bisogna andarci cauti, farsi rapire e farsi contagiare dalla magia della sua mente malata. Con ogni suo difetto, in tutta la sua bellezza.

È qui, in questa trilogia, che più che mai il dolore diviene ispirazione e allo stesso tempo espiazione. Porta il regista a lavorare con lucidità a storie e a simbologie complesse e profonde che riescono a scavare nella parte più oscura del genere umano, che da sempre ci affascinano. Con uno stile e una regia che è pura estasi.

Leggi anche: Lars von Trier – La trilogia del cuore d’oro

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