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Tyler Durden

Tyler Durden è uno dei personaggi cinematografici  più iconici degli ultimi 30 anni, eppure non esiste. In fin dei conti, Tyler non è un uomo, Tyler è nei nostri sogni più nascosti, è una riflessione esasperata, è un ideale, è un mantra, è il fascino di assistere al sistema che si accartoccia su se stesso; forse non esisterebbero idee deviate come le sue, se a marcire per prima non fosse la società che funge da brodo primordiale di queste perversioni, che sempre saranno presenti, e talvolta diventeranno troppo insistenti, nel più polveroso dei cassetti del cervello umano.

Le cose che possiedi alla fine ti possiedono.

Sotto questa prospettiva si inizia a capire che in Fight Club, Tyler non è prodotto né colpa del protagonista, è semplicemente una sua proiezione. Nei primi minuti di film, il personaggio dell’immenso Edward Norton ci illustra la sua vita, mostrandoci un uomo quasi invisibile, non sappiamo nemmeno il suo nome, non intrattiene rapporti sociali, è intrappolato in un lavoro che mortifica la sua personalità, è schiavo dell’arredamento Ikea e privo di sonno. Il protagonista non dorme perché non piange, non vive perché non sente. Nel momento in cui lo scopre, conosce Tyler. Dopo aver disegnato un ritratto fedele della sua vita, così tanto nitido e amaramente sincero, il protagonista inverte i chiari con gli scuri e inventa il proprio alter ego: bello, determinato, menefreghista e maledettamente carismatico. Niente appartamento pieno zeppo di mobilio dell’Ikea, Tyler vive in una casa abbandonata e fatiscente; non lavora per nessuno, produce del sapone da sé; non ha aspettative, per lui tutto è destinato ad andare a rotoli, e farà di tutto perché questo possa accadere.

Tyler Durden viene rappresentato come una sorta di folle illuminato, così sicuro e solido nelle sue consapevolezze da non avere nulla da perdere, perché nemico giurato del concetto di guadagno. L’alter ego di Norton è una scheggia impazzita, ogni sua azione è assolutamente imprevedibile, può puntare la pistola alla testa di un impiegato di una piccola bottega per convincerlo a riprendere gli studi, così come può fondare un piccolo collettivo terroristico. Quale rimedio all’opprimente vita che la macchina capitalista ci costringe a condurre, se non aprire un circolo di lotta a mani nude? Il Fight Club, sia per Tyler che per il protagonista, non è solo una necessità, è soprattutto una risposta, il riscatto della natura umana sulla personalità socialmente imposta, un guizzo autentico in un mondo che è “la copia di una copia di una copia”.

Se ci riflettiamo un secondo, ogni epoca, cultura e genere possiedono, a proprio modo, il loro Tyler. In Shakespeare, dove il regno ha una rilevanza centrale, è Riccardo III; nei fumetti, nei quali i personaggi sono una trasposizione caricaturale dell’emotività umana, è Joker; nel nostro cinema contemporaneo, nel quale si presta attenzione alla costruzione della consapevolezza come processo intellettuale, è Jep Gambardella. Tutti così incredibilmente diversi, eppure simili nella loro estrema noncuranza e imprevedibilità, figlie di una vita che ha generato in loro solamente disillusione e apatia.

Allora cosa rende Tyler Durden così speciale?

Un primo fattore estetico e un secondo, più profondo, legato alla natura del personaggio. Per quanto riguarda il primo, balza agli occhi immediatamente, e non va sottovalutata, l’interpretazione eccezionale di Brad Pitt. Lui e Tyler avranno per sempre un legame indissolubile. Brad Pitt è uno degli artefici di un piccolo e raro miracolo, ovvero trasporre un film da un romanzo e surclassarlo in quanto a bellezza. Chiariamoci, se Fight Club è quello che è, una buona fetta di è merito da attribuire al romanzo di Chuck Palahniuk; il tocco di un Maestro come David Fincher, però, ha fatto sì che col tempo Fight Club si sia elevato a cult, per poi diventare un classico. Nonostante la natura effimera del suo personaggio, Brad Pitt riesce a conferirgli un’impronta unica, trasformandolo in un’icona.

Passiamo così al secondo aspetto: l’inesistenza di Tyler. Torniamo all’inizio del discorso, Tyler è l’alter ego complementare del protagonista da cui è stato creato. Nel processo di generazione del suo antieroe, Fight Club aggiunge un passaggio; infatti, la nemesi del protagonista non arriva con lo scorrere della pellicola e attraverso un secondo personaggio, ma viene immediatamente introdotta nel film in quanto proiezione del protagonista stesso, facendoci riassaporare una consapevolezza mai troppo vecchia: il nemico di te stesso sei tuTyler è la reazione del protagonista alla sua vita vuota e alla nostra società spersonalizzante, unica forza responsabile della malattia del protagonista, che nella scena finale si spara per uccidere il suo alter ego, trasformandosi addirittura in una sorta di martire; lo diventa non solo per la potenza del suo gesto, ma perché in lui si annidano tutte le carenze affettive, emotive e sociali che minano la vita quotidiana di ognuno di noi. La schizofrenia, allora, è l’unica risposta di un uomo che inconsapevolmente si trasforma in un terrorista, ma è ancor prima vittima di un sistema che non può che portarlo a puntarsi una pistola alla bocca. Chiunque ha il proprio Tyler negli angoli più bui del proprio ego, ecco perché il folle illuminato Brad Pitt e il Fight Club diventano rispettivamente il mentore e il rifugio della nostra rivolta irrazionale, i simboli di un’affascinante ma pericolosa ribellione sociale che parte dallo smarrimento di noi stessi, per poi ritrovarci, anche sacrificando il nostro Tyler personale. Perché “è solo dopo aver perso tutto che siamo liberi di fare qualsiasi cosa”.

Vedo nel Fight Club gli uomini più forti e intelligenti mai esistiti. Vedo tutto questo potenziale. E lo vedo sprecato. Porca puttana, un’intera generazione che pompa benzina, serve ai tavoli, o schiavi coi colletti bianchi. La pubblicità ci fa inseguire le macchine e i vestiti, fare lavori che odiamo per comprare cazzate che non ci servono. Siamo i figli di mezzo della storia, non abbiamo né uno scopo né un posto. Non abbiamo la grande guerra né la grande depressione. La nostra grande guerra è quella spirituale, la nostra grande depressione è la nostra vita. Siamo cresciuti con la televisione che ci ha convinti che un giorno saremmo diventati miliardari, miti del cinema, rock star. Ma non è così. E lentamente lo stiamo imparando. E ne abbiamo veramente le palle piene. 

Leggi anche: L’insostenibile autodeterminazione dell’Uomo Moderno

Matteo Melis
"Il segno è qualcosa che sta per qualcuno al posto di qualcos'altro, sotto certi aspetti o capacità" (C. Sanders Peirce)

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