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Aguirre – il Furore che voleva essere Dio

Aguirre, furore di Dio

Lupe de Aguirre, detto “il Traditore”, autonominatosi “Furore di Dio”, è stato un soldato spagnolo poi Conquistador, presente nei diari del frate De Carvajal sulla spedizione per trovare la El Dorado, la mitologica città d’oro. Isterico, violento, crudele, sembra una figura cucita addosso all’attore feticcio di Herzog, Klaus Kinski; questo improbabile Aguirre biondo, compensa la sua scarsa affinità fisica col personaggio storico con un calco psicologico quasi camaleontico. Sono rimaste immemorabili le sue litigate con il regista-amico, arrivate fino alle minacce di morte; così come le sfuriate sul set, coronate dalla commozione cerebrale provocata a un indio reo di non aver recitato con abbastanza convinzione. Ma il conquistador originale non può che invidiare all’attore lo sguardo magnetico e delirante e quegli occhi di ghiaccio, fari di follia nella nebbia del raziocinio.

Aguirre, furore di Dio

L’espediente storico, tuttavia, è solo uno specchietto per le allodole che Herzog utilizza per catapultarci nella giungla amazzonica, il vero protagonista di questa pietra miliare del cinema moderno: la natura ostile e incontaminata. Da subito si capisce la disparità di forze, dalla prima scena in cui soldati e indios, stracarichi di armi e bagagli, arrancano lungo il fianco di Macchu Picchu: alla vista sembrano tante formiche brulicanti, che si agitano tra i piedi di un gigante verde. Il titanismo dei Conquistadores, la fame di possedimenti e colonie, sembrano ancora più ridicoli se messi a paragone con le forze messe in campo da Madre Natura: zattere distrutte dal fiume, fango che inghiotte uomini e mezzi, la foresta che restituisce solo veleno e morte.

Aguirre, furore di Dio

Aguirre e compagni giocano a Risiko, spartendosi i terreni durante la loro traversata alla ricerca dell’El Dorado; tuttavia, i giochi di potere, i tradimenti, e tutte le beghe dei diversi personaggi sembrano davvero prive di significato. Tutto il panorama prettamente umano sembra smarrirsi, se traslato in un terreno dove l’unica legge che vige è quella della giungla. Che valore possono mai avere le autorità, le cariche, i codici, lì dove a predominare non è l’uomo ma la terra? Le prediche dei preti e i proclami dei traditori sono solo i vagiti di neonati indifesi, ancora innocenti e impreparati di fronte alla crudeltà dell’ignoto. A nulla vale la luce illuministica della razionalità e della tecnologia; il tuono dei cannoni e la superiorità negli armamenti, non sono garanzia di salvezza.

Aguirre, furore di Dio

Lo sa bene il conquistador, ma anche lo stesso Herzog, che decise di sottoporsi in prima persona alle fatiche del percorrere la giungla incontaminata; facendo così diventare “Aguirre, furore di Dio” l’ultimo baluardo di un’idea romantica e forse estinta di fare cinema. Quando la settima arte era arte visionaria, ma era anche manualità, lavoro, sacrificio; quando i diari di bordo delle troupe erano romanzi di avventura; e la cinepresa era solo l’ultimo anello di una catena lunghissima, fatta di scarpe sporche e piene di fango, ma anche di seghe e scalpelli. Per sopperire alle carenze di budget, il regista tedesco capì di dover spostare bagagli e burattini nel pieno della foresta amazzonica, alla mercé di malattie e carenze di cibo. Col risultato che, se da un lato la troupe ne uscì decimata, dall’altro il film riuscì nel trascendere il luogo fisico, creando un vero e proprio immaginario cinematografico.

“Ho lottato con la morte. È la contesa meno eccitante che si possa immaginare. Avviene in un grigiore impalpabile, con nulla sotto i piedi, con nulla intorno, senza spettatori, senza clamore, senza gloria, senza il grande desiderio della vittoria, senza la grande paura della sconfitta, in un clima malsano di tiepido scetticismo, senza molta fede nella propria causa, e ancor meno in quella dell’avversario.” – Joseph Conrad, Cuore di Tenebra

La giungla di “Aguirre, furore di Dio” è soprattutto un luogo dello spirito e del pensiero, rifugio di quel cuore di tenebra che batte nelle profondità dell’animo umano. La foresta impenetrabile come gli abissi dell’inconscio umano, il fiume che si trasforma in strada che si inerpica nel baratro, il viaggio di sola andata perché non c’è fuga dalla follia. Elementi presi dall’opera letteraria di Conrad, che Werner Herzog ha avuto il pregio di tradurre per il grande schermo, gettando le basi di un excursus narrativo ben preciso, recuperato a più riprese da numerosi registi e che troverà la sua massima espressione in Apocalypse Now, di Francis Ford Coppola.

“Tutta la Spagna cadrà in mano nostra. Pezzo a pezzo costruiremo la storia come altri costruiscono uno spettacolo. Io, il furore di Dio, mi sposerò con mia figlia e fonderò con lei la dinastia più pura che abbia mai regnato sulla terra. Noi due insieme regneremo su tutto questo continente. Resisteremo. Sono il furore di Dio e Dio è con me.” – Aguirre

Ma cosa sarebbe Conrad senza il suo “Cuore di tenebra”? Dove potrebbe andare Herzog senza il suo Kinski? E quanta crudeltà potrebbe emanare la natura senza il suo furore di Dio? La natura si fa beffe degli sforzi dei soldati, che si inerpicano sul fianco della montagna, e senza pietà li blocca in un pantano infinito che inghiotte qualsiasi cosa; mentre la foresta ride del teatrino di editti e giochi di potere dei passeggeri della zattera, convinti di poter incidere sul reale senza riuscire a realizzare la loro totale inadeguatezza di fronte agli elementi. Sono tutti resi ciechi dall’oro e dalla fame di potere per rendersi conto di quanto succede attorno a loro, per realizzare che ogni volta che peccano di presunzione nei confronti dell’ambiente, questi si vendica prendendosi la loro vita; si azzuffano tutti per qualcosa, tutti tranne Aguirre, il furore di Dio. Lui aspira a ben altro.

Aguirre, furore di Dio

Lui è entropia incarnata, è la rabbia cieca degli elementi, è l’agente del caos sceso in terra per distruggere il raziocinio. Aguirre non si accontenta del trono di quella masnada di traditori, né dei fiumi di oro promessi dagli Indios, lui aspira al potere. Ma non quel potere effimero e insignificante che si nasconde dietro le autorità degli uomini, no. Aguirre vuole l’autorità assoluta. Come un Kurz in anticipo sui tempi, vuole la possibilità di creare un mondo, una civiltà, un popolo. Aspira a diventare Dio, piuttosto che incarnarne solo il furore implacabile. Non si rende conto, però, di infilarsi in un vicolo cieco, una strada senza uscita come il fiume da cui non tornerà indietro.

Una volta tolta la maschera, resta solo la follia e un trono sbilenco su una zattera alla deriva, per regnare su un branco di scimmie.

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