News

La Microfisica del Potere – Foucault e Orwell nel Cinema Oggi

Sicurezza. Questa la parola d’ordine oggi. Ha seguito a ruota la parola “crisi”, ereditando tutto il carico di angosce individuali e collettive, e il senso di precarietà. La sicurezza individuale, la casa e il lavoro, diventa sicurezza della stabilità economica del paese, dei confini, sicurezza della cultura e della tradizione. Il dibattito pubblico ha spostato il focus dalle bollette e dall’affitto, a debiti nazionali e spread; i problemi individuali, o di quelle che una volta potevano definirsi classi, devono fare spazio alla “questione Paese”.

Approfittando della liquefazione di quel minimo di coscienza collettiva residua, e della decadenza degli ideali di comunità e famiglia, l’insicurezza trova facile appiglio solo nell’ideale granitico di patria. Viene fuori la percezione di essere assediati: un deserto dei tartari continuamente all’erta, che si consuma aspettando un nemico paventato ma mai palesato. Questa società in conflitto perenne, con alleati e nemici mutevoli e interscambiabili, insieme al ruolo crescente della tecnologia, trasmettono una pericolosa sensazione di deja vu a chi conosce il 1984 di Orwell. L’insicurezza diventa paura, saggiamente alimentata; ne fanno le spese sempre le devianze, gli ultimi, i senza voce. Quei soggetti che, parafrasando Foucault, non rispecchiano del tutto l’ideale borghese del cittadino.

Orde di disperati puzzolenti e mezzo marci, massa desiderante senza forma che abita le metropoli e che, agli occhi dell’opinione pubblica, ne mina rispettabilità e sopravvivenza, diventata spauracchio di una società che si nutre di sè stessa. Il Mario Rossi moderno, nel letto al buio, non ha più paura della morte, ma di diventare povero: perché spesso la morte fisica è diretta conseguenza della morte sociale, dell’incapacità di generare reddito. Migranti e poveri come zombie. Morti viventi per i governi perché incapaci di portare voti e ricchezza, che non si rassegnano a morire di freddo o ad affogare in mare, battendo con forza alle porte della fortezza Europa per chiedere dignità e diritti. Unica arma contro questa invasione sono reti alte, mura solide e fucili sempre carichi; con un pizzico di astrazione, possiamo facilmente visualizzare il buon Mario sulle barriere delle cittadelle di “The Walking Dead”.

Che fare? Relegare i morti ai margini, così occhio non vede e cuore non duole; delegare ed eleggere chi possa esercitare la forza al posto dei cittadini, così da istituire un monopolio nell’esercizio della violenza; dedicarsi alla sopravvivenza cieca, cercare nell’obbedienza e nella banalità di una vita rispettabile la sicurezza contro il dilagare di questo morbo incontrollabile.

Le città e le comunità fanno quadrato attorno alla parte che si autodefinisce sana in questo ordinamento: la borghesia, motore economico. Ci penseranno poi le elite milionarie a dare le indicazioni su come sgobbare e impiegare il tempo libero in maniera produttiva; e saranno sempre loro ad esercitare la misericordia in maniera del tutto autoreferenziale ed etologica. Fare quadrato o fare un quadrato, come “The Square”. Delimitare aree all’interno della metropoli, sezionarla in spazi di vivibilità, spazi del divertimento e spazi per i reietti; periferie o carceri non fa molta differenza vista la continuità architettonica e urbanistica. Definire questi spazi con una funzione vincolante, costruendo un quadratino di selciato su cui i cittadini possono essecitarsi con l’uguaglianza e l’empatia; un confessionale a cielo aperto in cui mondare la propria coscienza, da cui poi ripartire per peccare ancora, per peccare meglio. Come ammette anche Cristian nel suo video messaggio, confessione post-moderna di impotenza di fronte ai problemi complessi della società.

È così che la fabbrica invade la metropoli, che i luoghi della città diventano funzionali alla produzione, che la quotidianità acquisisce una cadenza da catena di montaggio e che la vita viene divisa in compartimenti stagni tra professione, famiglia e bagordi. È così che si perfeziona il controllo del bios, della funzionalità biologica di ogni essere umano; che si trascende la manipolazione del corpo per sussumere il substrato desiderante di ognuno di noi, per dirla con Foucault. Questa la realtà che ci restituisce questa pellicola, cruda e impietosa ma profondamente attuale.

Controllo del bios o dominio sul biopotere. Influenzare le scelte di socialità, di gusti, di riproduzione, di alimentazione di un individuo. Gettare un’ombra sul presente per stringere in pugno il futuro, disegnando prospettive e sublimando aspirazioni. “The Square” portato alle estreme conseguenze. Migliaia di persone i cui istinti e desideri sono controllati e monitorati, con progetti e propositi monodirezionali ed eterodiretti: i ciclisti di “15.000.000 Merits”.

Un gruppo di operai che generano elettricità pedalando su bici interattive, collegate a televisori e videogiochi per ammazzare il tempo, come nelle palestre moderne. La fabbrica è anche casa, con mensa dove mangiare e camere dove dormire; cubicoli per far entrare un letto, con pareti di schermi che si accendono per dare la sveglia e si spengono quando è ora di dormire, che sparano pubblicità di prodotti inutili e fomentano appetiti sessuali a comando. Rifiutarsi o rinunciare è impossibile, non esiste telecomando o interruttore.

Un alveare orwelliano nell’era digitale. Unica via d’uscita da questa gabbia è la celebrità: pedalare per un biglietto d’accesso a un talent dove mettersi in mostra, sperando di essere abbastanza bravi da conquistare l’ammirazione dei colleghi, senza innescare invidie e complessi di inferiorità. Perché il successo è importante, ma ancor di più lo è la popolarità: rappresentare un traguardo a portata di chiunque, un esempio da seguire, e rendere ancora più tenaci quelle catene che legano gli operai alle loro biciclette.

Diventare influencer della distopia. Dreaming the dream, anche se omologato e preso in prestito dal profilo instagram di qualcun altro. Essere sè stessi è fuori moda, meglio essere qualcun altro. Quel che conta è che gli altri abbiano una buona opinione, che nessuno possa parlar male. Fare come Lacie Pound, protagonista di “Nosedive”, il cui unico obiettivo è raggiungere un punteggio di gradimento alto per fare da testimone alla sua amica celebre, rubare un pezzetto di sogno per interposta persona. E per riuscirci è disposta a tutto: a rinnegare amicizie e a crearne di nuove, a essere sempre carina, a profondere complimenti anche non richiesti, senza preoccuparsi di poter apparire ridicola.

È un po’ come camminare per strada col numero di follower attaccati al culo, e suddividere le persone con cui interagire sulla base di quel numeretto; convincersi che una cifra possa sintetizzare un essere umano. Liberi dal peso di empatia e senso critico; poter dormire nel letto caldo e confortevole del conformismo, coccolati e rassicurati dallo spirito del gregge, abbandonarsi a quell’istituzione totale in cui si è tramutato il web, rispettandone le leggi e i responsi in maniera cieca. Il social è l’oracolo e noi i suoi discepoli!

Quando la fabbrica prende spazio nella metropoli, l’istituzione totale esce fuori dal carcere. Come una piovra che ti acceca e ti sballotta, tra problemi e necessità, mente nel labirinto di Dedalo senza filo di Arianna; come uscirne? Abbattendone le mura di questo, facendo esplodere la contraddizione. Quando gioie, sogni, aspirazioni finiscono risucchiati da un mix di ansie, angosce e frustrazione non c’è molta scelta, se non fare come Pietro Zinni e la sua comitiva in “Smetto quando voglio”: inventare una droga. L’istruzione tanto sudata deve essere il cannone da cui spararsi, e bucare il tendone da circo del capitalismo. Rompere la gabbia del buonsenso e della paura, dare vita a modelli di vita alternativi in barba a qualsiasi ordinamento per liberarsi da tutte le catene. La microfisica del potere si nutre di quotidiano, cresce con le convenzioni, crea sbarre invisibili di buonsenso per invischiare il genio; bisogna aprirsi all’altro per metterla a nudo, disinnamorarsi del potere per poterla combattere, bisogna diventare utopia per sconfiggerla.

 

LEGGI ANCHE: Bojack, True Detective e il Nichilismo di Nietzsche

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.