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Dottor Manhattan – L’Illusione del Tempo

“Così percorrono le stelle la loro orbita
inalterabili e incomprese.
Noi ci contorciamo in mille vincoli.
Tu procedi di splendore in splendore.
La tua vita è un’unica luce.
Io dalle mie oscurità devo tendere
le mie desiderose braccia verso di te:
tu mi sorridi, e non mi comprendi.”

H. Hesse


Anno 1985. Sul terreno rosso di Marte giace una fotografia. Un uomo e una donna in un luna park del New Jersey, nel 1959. La donna stringe un popcorn fra pollice e indice, l’uomo le poggia una mano sulla spalla. Sono giovani. Si amano. E come tutti i giovani che si amano sono immersi in un eterno presente, del tutto ignari del futuro che li attende. Non sanno che di lì a poco le loro strade si divideranno per sempre.

Gli anni ’60 sono dietro l’angolo e con loro la musica dei Beatles, gli hippies, la minigonna e il presidente Kennedy. Presto lei avrebbe iniziato ad invecchiare, come la terra che ruota mutando le stagioni. Sul suo viso e sul suo corpo sarebbero apparsi tutti i segni inesorabili del tempo che passa. Lui no. Non avrebbe conosciuto niente di tutto questo. Lui si sarebbe trasformato in pura luce.


…che con la sua infinita potenza trasformerà questo misero corpo nello splendore della sua luce… e ricondurrà a sé ogni cosa”.

Ma facciamo un passo indietro.

Anno 1945. Jonathan Osterman è un liceale di Brooklyn che ha ereditato da suo padre la passione per gli orologi. L’orologiaio è un mestiere antico, simbolo di un mondo ancora legato alla Tradizione. Suo padre ammirava il cielo per la sua precisione: sapeva che gli orologi sono solo una immagine terrestre del moto dei corpi celesti. Ma il tempo passa anche per gli orologi: a cosa possono servire nel mondo moderno, in cui anche il tempo è diventato relativo? Il padre di Jon entra in casa mentre il figlio sta riparando un vecchio orologio da taschino. Stringe in mano un giornale. In prima pagina, la bomba atomica sganciata su Hiroshima. Nella liberazione della potenza dell’atomo, il signor Osterman vede il futuro. Nei suoi amati orologi, il passato. E suo figlio deve abbracciare il futuro, non il passato. Il padre strappa dalle mani del figlio il panno di velluto su cui stava lavorando, e lo lancia dalla finestra. Una pioggia di ingranaggi cade su Brooklyn, come le bombe sul Giappone.

Anno 1948. Jonathan Osterman si iscrive alla Princeton University alla Facoltà di Fisica.

Anno 1959. Forte di un dottorato in fisica atomica, Jon entra a Gila Flats, un centro di ricerca governativo dove si studia il campo intrinseco: per isolarlo dagli oggetti, nel corso degli esperimenti blocchi di cemento vengono disintegrati da cannoni a particelle. Jon ha trent’anni e la sua conoscenza del mondo è inversamente proporzionale alla sua esperienza di esso. Per questo quando conosce Janey, la ragazza della foto, è lei ad offrirgli da bere; le loro dita si sfiorano passandosi una birra ghiacciata. Come due lancette ferme nello stesso punto.

Pochi mesi dopo sono nel luna park del New Jersey. Al tiro a segno il cinturino di Janey si rompe e il quadrante del suo orologio rotola sulle assi di legno, dove un ciccione lo calpesta. Si recano in albergo affinché Jon possa riparare il suo orologio. Ma pochi minuti dopo ad incastrarsi con dolcezza e precisione non sono gli ingranaggi, bensì i loro corpi mentre fanno l’amore. Stringono il mondo fra le loro mani, senza sapere che quel giorno sono stati gettati i semi del loro destino.

Tornati a Gila Flats, Jon ha finito di riparare l’orologio di Janey, ma lo ha dimenticato nel suo camice nella stanza degli esperimenti. Quando varca la soglia, non si accorge che il timer sta per scattare. La porta automatica si richiude alle sue spalle. I cannoni a particelle si accendono, tutti gli atomi della stanza sfrigolano come aragoste nell’acqua bollente. Mentre Janey lo guarda impotente dall’oblò, Jon viene inghiottito dalla luce. Diventa una stella di fronte ai suoi occhi.

Separato dal suo campo intrinseco, il corpo di Osterman si ricompone a poco a poco, come se gli ingranaggi si risistemassero da soli nella giusta sequenza. Prima un apparato circolatorio viene visto girare per la città. Poi attorno alle ossa si formano i muscoli e i tessuti. E infine assume la forma di un uomo dalla pelle azzurra come una abbronzatura novembrina, in grado di passare attraverso le pareti, disintegrare un carrarmato con una mano, plasmare la realtà con il pensiero. Il Dottor Manhattan– questo il nome che gli viene dato dai media americani, che salutano il suo avvento come quello del superuomo – è capace di controllare la struttura atomica, scomponendo e ricomponendo i corpi nei loro componenti. È diventato l’orologiaio del mondo.

“ Cambia te stesso, e cambierai il mondo”: questo mantra della filosofia orientale non è mai stato vero come per Manhattan. L’America si impossessa di lui e ne fa un’armacontro i suoi nemici. Al suo interno, gli impone di lottare contro il crimine, pensionando così tutti gli altri eroi mascherati. Al di fuori dei suoi confini, grazie alla prima “bomba atomica vivente”, vince la guerra del Vietnam, cambiando il corso della storia. Ma gli effetti della comparsa di Manhattan non sono solo militari, riguardano ogni aspetto della società. Lo studio dei quanti, il mondo dei trasporti: tutto cambia e l’unico limite degli scienziati diviene la loro immaginazione. Il mondo accelera in modo troppo veloce. La maggior parte delle persone ne resta spiazzata, come se non avesse compreso di trovarsi su un treno in corsa. La sua stessa esistenza mette in crisi il mondo, nega tutto quello che fino a quel momento era considerato verità: l’umanità sente di essere stata rimpiazzata.

-Hollis Brown: ” Con uno come te in giro, la situazione è cambiata. Tu puoi fare tutto. Faccio meglio a ritirarmi a riparare le automobili… le auto le capisco, so come funzionano. E ci vorrà un po’ prima che tu possa influenzare la General Motors. “
-Manhattan: ” Sai, le nuove auto elettriche saranno ancora più semplici. “
-Brown: ” Elettriche…? “
-Manhattan: “Certo. Potevano essere già in circolazione ma non c’era abbastanza litio per una produzione di massa di batterie a poliacetilene. Ovviamente io posso sintetizzarlo senza problemi.”

Manhattan è il Dio di un mondo posteriore alla morte di Dio. Un mondo che venera la scienza sopra ogni altra cosa non può che creare il suo Dio attraverso di essa. Con un interrogativo aperto: è Dio che si fa uomo, o l’uomo che si fa Dio?

Qualunque sia la risposta, l’uomo che è diventato il Dottor Manhattan, di umano non conserva più nulla. La prima ad accorgersene è proprio Janey. La gioia della riconciliazione dura poco, e presto si accorge di cosa significhi convivere con una stella. Perché una stella è per definizione lontana, non comprende i bisogni degli esseri umani.

Natale 1959. “ Non credo che esista un Dio, Janey. Se c’è non sono io. Sono sempre lo stesso. Non è cambiato niente. Ti desidero ancora. Ora e per sempre.” Manhattan dice queste parole a Janey per consolarla dalle sue paure. Lei si è ormai accorta che nulla ai suoi occhi è più quello che significa per noi. Gli ha appena regalato un anello d’oro, in cui lui non vede una promessa d’amore, ma una struttura atomica dalla griglia perfetta.

Anno 1966. Janey piange mentre fa la valigia per andarsene. I vestiti sparsi si mescolano alle lacrime. Manhattan la guarda impassibile, senza provare alcun sentimento. Chissà se sa che gli orologi si possono riparare, ma le persone no. Almeno non sempre.

Lo sguardo di Manhattan ammira la traiettoria perfetta delle stelle, mentre non prova interesse per quelle contorte delle vite umane. Le persone per lui non sono altro che congregazioni di atomi che restano stabili per un certo tempo, prima di disfarsi. A lui interessa soltanto capire che cosa tiene insieme quegli atomi. Il suo sguardo si riempie di meraviglia solo osservando l’orologio perfetto del cosmo, alla ricerca di quelle forze che lo hanno messo in moto. In lui davvero Dio conosce se stesso attraverso la sua Creazione. Le esistenze umane sono votate all’incertezza, noi tutti avanziamo nella vita come ciechi, a piccoli passi titubanti, come viandanti nella nebbia. Le nostre vette possono forse essere paragonate a quelle dei monti? Gli abissi di dolore alle profondità dei mari?

Stanco della umanità, dei suoi complessi e delle sue debolezze, Manhattan si ritira su Marte, portando con sé soltanto una fotografia. E paradossalmente, è proprio a questo Dio distante che viene chiesto di salvare l’umanità. Al grande orologiaio, viene chiesto di riparare un mondo che si è rotto. Sulla Terra il disastro nucleare è imminente, e la soluzione migliore che è riuscita a partorire l’umanità è la folle utopia di Adrian Veidt (leggi qui articolo). A provare a convincerlo a tornare indietro è Laurie, la sua seconda compagna, una ragazza dal passato non meno caotico delle formazioni geologiche di Marte, la cui adolescenza è stata sgretolata da una madre che voleva imporle la sua forma, vivere la sua vita attraverso di lei. Eppure è l‘unico legame che gli resta e che lo legava alla Terra. E paradossalmente è proprio guardando questa esistenza intricata forse più di ogni altra che Manhattan capirà di essere stato cieco al pari di noi, che guardiamo costantemente il mondo e finiamo per perdere di vista il miracolo che è la nostra esistenza. La vita umana, ogni singola vita umana, emerge dal caos, e rappresenta l’improbabilità suprema. E l’uomo in fondo non è solo una aggregazione di atomi come un’altra, ma l’argilla nella quale le forze che plasmano il cosmo lasciano con maggior chiarezza la loro impronta.

Ma quello che rende il Dottor Manhattan diverso da tutti gli altri supereroi è che a contraddistinguerlo non sono i superpoteri che ha acquisito, ma la sua visione del mondo. O meglio, del tempo.

Noi umani percepiamo il tempo come una linea retta, distinta in passato e futuro, lungo la quale ad ogni azione segue una reazione in una concatenazione di causa ed effetto, come un fiume che scorre in una sola direzione portando a valle ciò che incontra a monte; di fronte agli occhi di Manhattan invece esiste solo un eterno presente simultaneo, in cui tutti gli eventi sono interconnessi in modo così profondo l’uno con l’altro da non poter essere modificabili. Che le cose sarebbero potute andare diversamente è solo una illusione data dalla nostra percezione distorta. Allo sguardo di Dio non esistono altre possibilità: la realtà è la somma di tutte le strade possibili.

“il tempo è simultaneo. Un gioiello dalla struttura complessa che gli umani insistono a guardare un lato per volta, quando il suo insieme si può scorgere in ogni faccia.”

Il nostro futuro è già nascosto nel nostro presente, in attesa di essere evocato dallo scorrere del tempo. Come una statua contenuta in potenza in un blocco di marmo. Pensare di poterlo cambiare è una pretesa vana. Come la profetessa Cassandra, Manhattan conosce il futuro di tutti, ma non può cambiarlo. O meglio non vuole, perché consapevole che sarebbe vano. Come acqua versata in un nuovo recipiente, si riplasmerebbe secondo una nuova forma, ma non per questo cambierebbe la sua sostanza. Per questo non impedisce a Blake di sparare alla donna che lo ha sfregiato, anche se senza sforzo potrebbe deviare il proiettile, teletrasportare la donna altrove, polverizzare la pistola o lo stesso Blake. Per questo non impedisce l’omicidio di JFK, pur avendolo previsto.

Sempre per questo comprende come ogni nostro sforzo, ogni conquista che tanto ci affanniamo a raggiungere, non possa mai essere definitiva. Nemmeno l’uomo più intelligente del mondo può arrivare a comprendere la sua visione di una vita eterna e rutilanteche viene tessuta al telaio rovente del mondo in un unico ciclo senza fine, in cui ogni distinzione di fine e inizio, nascita e morte, perdono di significato e immutabilità dell’Essere e continuo mutamento del Divenire si scoprono una cosa sola.

Adrian Veidt: ” Jon, aspetta, prima di andartene… ho fatto la cosa giusta, vero? Ha funzionato, alla fine. “
Manhattan: ” Alla fine? Niente finisce, Adrian. Niente ha mai fine. “

E dunque siamo davvero noi a dare forma al nostro futuro, o i suoi contorni predeterminati del destino guidano la nostra mano, mentre ci illudiamo di essere liberi?

La risposta di Manhattan sembra univoca.


“Siamo tutti delle marionette, Laurie. Io sono una marionetta che riesce a vedere i fili.”

All’inizio di Watchmen, Rorschach scrive sul suo diario: “ Potevano scegliere. Tutti. Non ditemi che non avevano scelta.” L’uomo che era il dottor Manhattan questa scelta non l’ha avuta. Il destino lo ha investito sotto forma di una scarica da milioni di fotoni.

Eppure senza di lui, tutto sarebbe stato diverso. Se Manhattan non fosse esistito, l’America avrebbe perso la guerra del Vietnam… se Jon Osterman non avesse lasciato l’orologio nel laboratorio… se il ciccione non avesse calpestato quell’orologio… se suo padre non lo avesse costretto a studiare Fisica… in quale di questi momenti tutto si è deciso? Quale passo è stato quello decisivo? E soprattutto chi è stato a decidere?

E se ogni passo fosse insolubilmente legato a quello precedente, tutti i nostri oggi a tutti i nostri ieri, e quella della libertà fosse solo una illusione dettata dalla nostra prospettiva limitata, mentre ogni singolo passo che compiamo è predeterminato come l’anello di una catena di cui non si può intravedere l’inizio? E se la storia di ogni singolo filo fosse intessuta nelle fibre profonde del cosmo fin dalla sua origine?

Sarebbe questo, che chiameremmo destino? E se ogni evento della nostra vita fosse già accaduto infinite volte, e accadrà altre infinite volte, senza mai poter essere diverso da se stesso, come la lancetta di un orologio che segue sempre lo stesso percorso?

Anno 1945. Le mani del giovane Jon provano ad afferrare le rotelle che cadono su Brooklyn. Jon non conosce ancora il suo futuro – o forse sì – ma dentro di lui sa già che gli ingranaggi che compongono la sua vita sono sfuggiti al suo controllo e non potranno mai più essere messi in ordine. Che qualcosa dentro di lui si è rotto, e non si potrà più aggiustare.

Le sue mani si tendono, ma è troppo tardi.

Lo è sempre stato.

Lo sarà sempre.

 

 

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