News

Dancer in the dark – Il Non-Luogo dove tutti i Musical si incontrano

L’essere di “Dancer in the dark” un anti-musical per eccellenza, come Lars Von Trier stesso l’ha definito, risulta  quanto mai visibile non solo nell’uso di una camera a mano per la realizzazione delle riprese, ma anche e soprattutto nell’assenza di una continuità tra le parti cantate e quelle vissute. Se, infatti, nel genere classico di musical è solitamente evitato un passaggio ex abrupto dal canto alla vita,  in quanto i personaggi riprendono ad agire riafferrando i lembi dell’azione cantata che acquista quindi continuità col reale, in questa pellicola cinematografica, invece, l’onirica parentesi musicale resta abbandonata tra una scena e l’altra, lasciata a implodere su se stessa, come se nulla fosse accaduto. Solo nella scena finale questo meccanismo è sovvertito grazie alla morte, unico momento in cui le due dimensioni sembrano fondersi: il canto per un’ultima volta si rende esistenza attraverso le corde vocali di chi si accinge a morire. Solo l’uscita di scena effettiva dalla vita ha il potere sia di rendere il canto di qualche istante prima tangibile, e non più solo sognato, sia di interromperlo per sempre, senza tuttavia dimenticarlo, diversamente dalla vita che presenta parentesi di canto con l’unico scopo non solo di trasformarle in oniriche, ma soprattutto di fermarle come se non si fossero mai verificate.

La protagonista, Selma, è un’immigrata cecoslovacca che lavora in una fabbrica americana, arrabattandosi quotidianamente tra gli ingranaggi; la sua miopia galoppante per una malattia autoimmune che porta alla cecità, un figlio da crescere, geneticamente condannato alla sua stessa patologia, e il fitto da pagare per il mantenimento del posto della sua roulotte nella proprietà del suo amico poliziotto Bill.

Scontare la vita vivendo con il peso della sua scelta sulle spalle sembra essere ciò a cui Selma è destinata, dal momento che ella ha deciso di far venire al mondo suo figlio, sebbene sapesse che sarebbe nato con la sua stessa malattia genetica. Quest’ultima sembra ricordare che il non conoscere la propria condanna sia la chiave di volta per andare avanti: è infatti emblematico come il male peggiori con la sua consapevolezza, come se quest’ultima sia in grado di generarlo, in quanto sembrerebbe che il sottoporre l’organismo a se stesso non faccia altro che nuocere profondamente ad una vista già così irrimediabilmente compromessa. Questo è il motivo per cui Selma tiene nascosto al figlio quest’elemento così doloroso del suo patrimonio genetico, perché sa che, edipicamente, il sapere troppo conduce alla cecità.

Ho visto quello che ero e so cosa sarò. Ho visto tutto: non c’è più niente da vedere”: queste sono le parole cantate da Selma in una delle parentesi musicali che, per quanto siano distaccate dalla vita, sono cariche dello stesso abisso di disperazione da cui questa si trae per poi sotterrarlo. Con le precedenti parole citate da cui pare emergere un’ottica deterministica, volta quasi a dedurre il futuro dai passi precedenti, Selma non si limita semplicisticamente a rassegnarsi al suo destino, ma lo assume liberamente nella misura in cui è consapevole da un lato dell’irrimediabilità del suo male e, dall’altro, della possibilità di riscattare il figlio da quest’ultimo, accumulando denaro per farlo operare in futuro. A questo proposito risulta essere fortemente significativo lo stesso gesto da lei compiuto di dare uno schiaffo al bambino solo dopo avergli tolto gli occhiali, come se volesse sottrarlo totalmente alla sua condanna della cecità anche quando vorrebbe solo rimproverarlo.

Colmo dello stesso senso di tragica attesa di “Melancholia” e dotato dello stesso crudo e disperato realismo de “Le onde del destino” e “Gli idioti”, questo film si carica della stessa necessità di costruzione di illusioni ai fini della sopravvivenza rintracciabile nell’alleniana pellicola “La rosa purpurea del Cairo”. Infatti, così come in quest’ultimo Cecilia cerca nel cinema della città una catarsi dalla sua triste realtà quotidiana fatta di un lavoro alienante e un marito violento, allo stesso modo, in questa pellicola di Von Trier, la protagonista trova nel suo corso di teatro una luminosa via di fuga che rende possibile riconfigurare lo stesso lavoro in fabbrica. Selma sembra infatti sovvertire il meccanismo di quegli ingranaggi grazie all’arte, espressa nella musica e nella recitazione, che si insinua prepotentemente in quei gesti fatti da una ballerina inesperta e danzante al buio tanto di una fabbrica quanto di un palcoscenico, ma soprattutto nell’oscurità di un palco quotidiano del vivere, a prescindere da queste micro azioni che lo compongono.

anti-musical

Lars Von Trier in questa sede mette dunque supremamente in atto la sua classica attività di metacinema nella misura in cui  rappresenta l’abbandono del concetto di cinema come illusione, coerentemente alla promessa di minimalismo estremo fatta in Dogma 95, ma al tempo stesso,  pone al centro della storia la natura imprescindibile delle rappresentazioni illusorie utili a vivere, come ad esempio l’arte. Il tono tragico su cui questa pellicola si muove dall’inizio alla fine si consuma infatti nel suo ricalcare alla perfezione l’inaggirabile contrasto proprio della vita in quanto tale che, da una parte, è totale assenza di luci, filtri, fotografia, dall’altro è il disperato bisogno dei suoi stessi protagonisti di perseguire l’arte, pur nella consapevolezza della sua catarsi momentanea.

Selma, dunque, è un personaggio che esce dalle sale cinematografiche prima dell’ultima canzone pur di non abitare neanche per un istante il dolore della fine e del ritorno alla vita: costruisce dunque illusioni che velino a loro volta l’illusorietà dell’arte, proprio perché sa di essere diventata così fortemente consapevole di quest’ultima da sperare nella sua cecità totale.

 

Leggi anche: “Lars von Trier – la Trilogia della Depressione”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.