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Kisame Hoshigaki – Il Senso del Vero

“Ex falso sequitur quodlibet” è massima della logica antica (già conosciuta dalla scuola megarica, ma spesso erroneamente attribuita a Duns Scoto) che attraverso una semplice dimostrazione racchiude in sè l’infinita maledizione della conoscenza: partendo da una premessa falsa, sarà impossibile conoscere la veridicità delle tesi conseguenti – ossia si potrà giungere a tesi vere o false, ma senza poter più distinguere le une dalle altre.

Nonostante la sua natura di anime shonen, Naruto si pone spesso di fronte a interrogativi di inaspettata profondità filosofica, e la possibilità del vero e il senso della menzogna (due facce della stessa medaglia a ben pensarci, impossibile da trattare separatamente anche qualora lo si volesse) ne rappresentano senza dubbio uno dei temi portanti, fulcro di molte dinamiche all’interno della storyline principale.

L’Occhio Lunare, pur includendo altre sfumature, rappresenta in fondo anche questo: un tentativo di porre ammenda al caos del mondo, alla discrepanza insanabile tra possibili e fenomeni, alla malformità del Regno di Malkuth di fronte alla perfetta Corona di Keter, a quell’immenso incendio di fronte a cui Guglielmo da Baskerville, quattrocento e rotti anni prima di Kant, scopre la sostanziale futilità della sua missione da sapiente, di impossibilità per l’uomo di razionalizzare l’universale (sì, sto rileggendo Il pendolo di Foucault e Il nome della rosa).
Tra i personaggi che più si collegano nell’immaginario comune a tale concetto troviamo senza dubbio Madara, Itachi e Obito.

Ma tra questi manca sempre Kisame Hoshigaki, forse colui il quale ha mostrato più di tutti di essere cosciente del nocciolo della questione.

Personaggio il cui ruolo da comprimario non ha permesso di sfruttarne appieno le potenzialità, appena accennate in un momento di grande potenza, e che tuttavia risulta sufficiente a dare ogni dettaglio su una psicologia sorprendentemente profonda e sfaccettata, che avrebbe avuto molto da dire nel corso della trama – prima della catastrofe della guerra, ovviamente.

Kisame è il compagno di Itachi all’interno dell’Aka, con cui pare essere molto in sintonia – e già questo potrebbe essere un forte indizio sull’alchimia e la comunione di punti di vista tra i due. E’ kiriano in ogni sfaccettatura, adatto a operazioni stealth e di spionaggio, un sicario perfetto che mostra sin da subito delle forti tendenze sadiche, pronto a adempiere alle sue crudeli mansioni sempre con un sorriso strafottente sul volto; e sin qui nulla da dire, pare uno dei tanti personaggi di contorno il cui unico scopo sia allungare il brodo di un’opera di largo consumo.

E’ solo in un brevissimo momento, quando, ormai sconfitto da Gai Maito e imprigionato nella gabbia di Yamato, subisce un interrogatorio tramite il controllo mentale, che scopriamo veramente chi fosse l’uomo dietro al criminale.

Scopriamo i ricordi di una sua missione quando ancora vestiva il coprifronte della Nebbia, unica scorta di un gruppo di spie. Un gruppo con cui è restio a stringere ogni sorta di legame, nonostante le insistenze di taluni, consapevole dei possibili scenari che avrebbero potuto attenderli. Lo stato maggiore non poteva permettere in alcun modo che qualcuno di loro venisse catturato dal nemico. A Kisame il compito di scortarli e salvarli finchè ciò fosse stato possibile, e in caso contrario, avrebbe comunque dovuto trovare il modo di adempiere alla sua missione. Finisce proprio come forse lui stesso aveva previsto, un compito che riuscì a portare a termine proprio grazie al distacco mantenuto con loro – perchè, forse ci sovviene in quel momento, Kisame fu l’unico in Aka a gettare una parola di rammarico per la morte di Tobi.

Il suo maestro, shinobigatana di Kiri, si congratula a nome di tutto lo stato maggiore per la perfezione del suo sicario, non sapendo che di quella stessa perfezione avrebbe dovuto temere anche lui stesso.

Scoperto come questi fosse un informatore di un paese straniero, Kisame lo massacrò sotto ordine del Mizukage, divenendo spadaccino della Samehada al suo posto. Un servitore di cui si potrà fidare maggiormente, perchè come Littell, come Houellebecq, nessuno come Kisame ha imparato a prosperare nel relativismo contro cui si sono battuti tutta una vasta schiera di intellettuali nel corso degli anni, da Benedetto XVI ai guru informatici Carr e Lanier, oltre allo stesso Eco ovviamente.

Lo sapevo dalla prima volta che ho dovuto uccidere i miei compagni. Uccidere ninja della Nebbia pur essendo ninja della Nebbia io stesso. Cosa sono io? Sono un amico o un nemico di chi mi sta intorno? Qual è il mio obiettivo? La mia posizione? Dove sono diretto? Dove posso andare?
Sono consapevole del fatto che la mia vita sia stata solo una grossa bugia sinora.

Sembra quasi di sentire Roberto de la Grive. Non Simonini, che sguazza facendo mambassa in quel relativismo privo di certezze, dove bene e male, vero e falso, sono sempre solo versioni differenti di uno stesso oggetto inaccessibile. Kisame avrebbe voglia di trovare una seppur minima parvenza di punto fisso, uno spiraglio da cui iniziare a costruire autenticamente la sua vita, che gli concedesse finalmente una ragione, uno scopo.

Li troverà infine, proprio nell’Occhio Lunare.

“Ti libererò dal dolore della falsità” gli dirà Madara/Obito, “e creerò un posto che ti possa appartenere […] Sarà un mondo nuovo. Un mondo fatto di verità, non di bugie.”

Ecco… dove volevo andare!

Una destinazione che, per la prima volta, perseguirà con anima e corpo, con assoluta fedeltà, sino alle estreme conseguenze. Che, nonostante tutta la serie di menzogne e di crimini in cui si è trovato invischiato, e per i quali è ben consapevole di essere nient’altro che una persona orribile, forse gli concederà almeno la soddisfazione di aver liberato quel mondo fratricida dal giogo di cui egli stesso era sempre stato vittima. E che, forse, grazie anche alla vicinanza con una personalità come quella di Itachi, gli farà capire negli ultimi istanti, in un ultimo gesto disperato di sincera fedeltà alla sua causa – e al mondo che tanto desiderava – di essere in fondo qualcosa di più di un semplice squalo cannibale.

Forse avevi ragione, Itachi-san. Sembra che alla fine… io non sia poi una persona così terribile.

 

Leggi anche: Madara Uchiha – Essere e Illusione

Giulio Gentile
Nasce a Caltanissetta, dove viene benedetto dal provincialismo che fa sembrare ogni cosa più grande. Il liceo, l'università, i soggiorni all'estero, guardare film, leggere, scrivere e un'altra cosa che non ricorda, gli sono sembrati qualcosa di sensato. Il provincialismo ha il dono di far vedere ogni banalità sotto una luce vincente.

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