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La 25a Ora – Una parabola sulle Scelte Sbagliate

“Tutto quello che può andare storto, andrà storto”.

È così che si presenta il protagonista de La 25a ora, Montgomery Brogan (Edward Norton), in medias res, dritto nel vivo di quello che sarà il topic della storia. Un cane destinato a morire, viene salvato. E sarà proprio la salvezza a decretare le sorti di Monty: riuscirà il karma a restituirgli il beneficio delle sue azioni?

Siamo nel 2002, a ridosso della tragedia dell’11 settembre, e un regista del calibro di Spike Lee si appassiona al soggetto dell’omonimo romanzo, scritto da David Benioff, a tal punto da realizzare un film, che risuoni degli echi che quel disastro ha avuto sulle singole vite dei cittadini americani. Ed è su questo fondale scenico che si consuma la tragedia privata del benestante spacciatore Monty, che prima di scontare sette anni di reclusione, decide di passare l’ultima notte in libertá con la fidanzata ed i suoi due amici più cari. L’irruzione degli agenti della DEA nel suo appartamento, ha proprio le sembianze del punto di non ritorno della storia, dopo il quale, però, il tempo sembra fermarsi per permettere a tutti personaggi di chiedersi: “Ma ho fatto davvero il possibile per evitare tutto questo?”. Touchè.

L’apice massimo della statura morale di ogni personaggio viene curiosamente raggiunto con l’ammissione delle proprie colpe. Nessuno ha fatto nulla per cambiare davvero le cose, per combattere abbastanza per Monty. Nessuno è riuscito a salvarlo, nonostante lui non sia pronto a morire, proprio come il cane. È abbastanza chiaro che, almeno per lui, stavolta il karma non è riuscito a girare dalla sua. È l’illusione che muove tutti i personaggi come pedine, più che ad azioni concrete, a spiattellarsi a vicenda verità nascoste e accuse di ogni, senza scampo neanche per se stessi. È notevole la maestria con cui il regista illuda anche lo spettatore, che tutta questa tensione porterà a qualcosa: il montaggio non risulta avere un ritmo serrato, ogni sequenza ha ampio respiro. Ecco cosa assicura alla pellicola, la sensazione della dilatazione del tempo: queste 24 ore hanno tutta l’impressione di essere un pretesto perscandagliare più a fondo il profilo psicologico dei personaggi e dellerelazioni intessute, attraverso dialoghi potenti che non lesinano pugni morali e non.

Nessuno, in fondo, sembra realmente in lotta contro qualcun altro.
Persino il protagonista non ha nessun reale antagonista, se non se stesso, come arriva ad ammettere nel lancinante monologo, in bagno davanti allo specchio: il punto di convoglio tra tragedia privata e tragedia collettiva, ricongiunte nella forza bruta delle parole di Monty, impegnato a giustiziare a colpi di Fuck you le varie etnie della sua città, ma destinato a concludersi con uno sconfitto mea culpa.

Intanto le lancette corrono, il tempo passa e non perdona.
Che qualcuno abbia lasciato una possibilità di riscatto? Forse il karma stesso: che sia proprio la 25a ora, quell’ultima possibilità di redenzione per Monty? L’ultima ora, fuori da ogni schema, in cui Monty può vivere un illusorio slancio temporale, nonché mentale, per assaporare un pizzico del come sarebbe potuto essere. Ed è in questa parentesi fugace che, intrapreso un viaggio metaforico in una vita altra, redento da tutti i suoi errori, riesce a trovare un senso al suo passato: perché l’ha condotto esattamente lì, seduto sul divano circondato dalla sua famiglia.

Ma per il momento non può che starsene seduto sul suo sedile da passeggero a immaginare, terrorizzato, la sua sorte in carcere.
Dopotutto, La 25a ora non è che un inno d’amore nei confronti di una città, di cui, proprio Spike Lee è il primo a testimoniarne visivamente i resti diuna tragedia consumatasi nelle vite di ognuno. È un racconto di grande impatto poetico ed emotivo, di una vicenda privata di un uomo costretto ad accettare quotidianamente il disincanto di una vita che avrebbe potuto essere e che invece non sarà.

C’è mancato poco che non succedesse mai.

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