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Vegeta – L’Orgoglio Brucia in un Lampo Finale

Big Bang

Braccia conserte, sin da piccolo, sguardo fiero, rivolto al mare del cosmo buio, come l’oscurità del cuore Saiyan.
C’era un’epoca in cui esisteva un pianeta, al cui nome l’universo tremava: Vegeta. Lo governava un re dalla corona spezzata, prostratosi di fronte al distruttore di mondi, Freezer. Quel corpo celeste fu cancellato dall’esistenza; le sue vestigia, il suo nome, sopravvivono in un individuo solo, il Principe di tutti i Sayian.

Su Vegeta sono state dette tante cose; inutile, peggiora solo le situazioni, combatte solo per essere sconfitto fino all’arrivo di Goku. Affermazioni opinabili, nel momento in cui se si pensasse alla sua assenza, sarebbe stata la catastrofe. Vegeta ha salvato Gohan e Crilin dagli sgherri di Freezer, ha distratto Cell nello scontro finale, decisivo per le sorti della terra. Appartiene a Vegeta uno dei momenti più emozionanti del combattimento contro Majin Bu.

Tuttavia, ammettiamo di trovarci di fronte ad un eterno perdente: questo lo renderebbe meno valoroso? Meno importante? Gli esseri umani sono vincitori e salvatori come Goku, o fallibili e superbi come Vegeta?

Alle origini del mito di Dragon Ball, il principe non era un eroe, era una minaccia. Lo scontro più cruento e imprevedibile del manga, il guerriero più terrificante che Goku avesse affrontato fino ad allora. Tutte le rivelazioni sul passato Sayian del protagonista, tutta la cosmologia della storia raccontata, si dispiegavano nelle parole subdole e malvagie di Vegeta.

Col tempo, però, il personaggio è cambiato, pur rimanendo fedele ad una ambiguità di fondo; non è mai diventato del tutto buono, si è sempre mantenuto su quella sottile linea dell’indeterminazione e contraddizione, fin troppo umana. Una sola cosa non è mai mutata, il peccato capitale più ingannevole, decisivo e meravigliosamente difficile da giudicare: l’orgoglio.

Tutto Ciò Che Resta

Ci si abitua a tutto, quando non rimane più nulla. Eppure, nella desolazione, resta nell’individuo qualcosa che non può essere sottratto, una colpa antica, l’orgoglio. È come una corazza, protegge, fortifica, sembra che ti mantenga al sicuro; tuttavia rallenta i movimenti, rende un  guerriero vulnerabile.
L’onore è un nervo scoperto, potente, ma fragile. Søren Kierkegaard diceva che la persona orgogliosa vuole sempre fare la cosa giusta, la cosa bella. Ma, poiché vuole farla con le sue sole forze, non è in lotta con l’uomo, ma con Dio.

L’orgoglio porta l’essere umano a pretendere sempre di più da sé stesso, può portarlo a superare i propri limiti, ma può anche portarlo alla rovina, e da monumento diventare lapide. Sopraggiungono l’arroganza, gli errori, come quando Vegeta decise di permettere a Cell di raggiungere la forma perfetta, e chi ne pagò le conseguenze fu suo figlio Trunks.

Tutti ricordano, però, che fu proprio il sangue dell’onore ferito che rese Vegeta un Super Sayian. Colui che è orgoglioso è assai più esposto alle umiliazioni, specie quando viene superato. Ma dalla rabbia del fallimento, dall’aridità di un cuore distrutto, nasce il perfetto contraltare di Goku, il sayian dal cuore puro. Vegeta trova la sua forza nella furia, nel cuore di tenebra, in quell’ira da cui è nato sin dalla matita del maestro Toriyama.

Il dualismo di Vegeta, il suo eroismo corrotto dalla superbia, non riusciranno a spingerlo oltre i confini del suo rivale, Kakarot. La degenerazione emotiva porterà il Principe dei Sayian ad una decisione drastica: la bontà, la famiglia, lo hanno indebolito; cieco di fronte al suo egoismo, Vegeta tornerà indietro nel suo abisso di oscurità, per cercare la presunta fonte della sua forza, la malvagità.

In The End

Invero, Majin Vegeta è un combattente eccezionale e potente, l’assassino di migliaia di innocenti, ma è una maschera. Un nascondiglio per le proprie sofferenze, l’incapacità di accettare la realtà e la propria condizione. Nel lampo finale in cui brucia il mondo, però, ciò che ha davvero significato viene fuori, tutto ciò per cui valga la pena combattere.

Che sia per sé stessi, per andare oltre, per la famiglia, per un sentimento o per nobiltà d’animo, Vegeta decide di sacrificarsi, per Bulma, per Trunks, e anche per Kakarot. All’apice della pura malvagità, emergono i suoi opposti, la compassione e il sacrificio. Dal latino sacrum facere, fare il sacro, connettersi con il divino; ancor prima del Super Sayian God, Vegeta divenne leggenda. Ancor prima di sé stesso, stava sacrificando il proprio orgoglio. Purtroppo, fu tutto inutile. Tuttavia, quel cuore di tenebra, vassallo dell’onore, poté dirsi libero; combattendo per la prima volta per qualcun altro che non fosse il proprio ego, il guerriero non aveva più paura. Persino la morte fu sconfitta da quell’ultimo sorriso, non il tipico ghigno beffardo, ma la tenera allegrezza che si staglia sul volto di chi ha scelto di proteggere le persone a lui più care.

Alla fine, quando Goku trionferà sull’ultimo avversario, il principe farà la sua confessione, ammetterà di essere inferiore a qualcuno. Nella presa di coscienza della verità, viene trovata la pace, ma anche la forza di non arrendersi a quella situazione e andare più lontano.

Vegeta è caduto più volte di Kakarot, è stato prepotente, presuntuoso e, infine, sconfitto. Tuttavia, la colpa è più originaria dell’innocenza. Gli esseri umani sono fatti del peccato, forgiati dagli errori. Vegeta è solo uno che ha sbagliato più di quante volte molti abbiano mai provato, un vecchio scorbutico che, forse, ha qualcosa da dire, nella vittoria o nella sconfitta.

Anche il più grande dei guerrieri ha paura. Ciò che lo rende un vero guerriero è il coraggio di affrontare le sue paure. Spingiti oltre il dolore. Arrendersi fa più male. 

– Vegeta

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