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Fellini: “L’unico vero realista è il visionario”

- RETROSPETTIVE D'AUTORE: IL FAVOLOSO MONDO DI FELLINI -

INTRODUZIONE ALLA RUBRICA

Tra purezza e decadimento

Questo mese dedichiamo la nostra rubrica di retrospettiva storica al genio di  Federico Fellini.

La sua grandezza ha plasmato un intero secolo, ha marchiato almeno un quarantennio di storia del cinema; la sua fantasia ha invaso la nostra, ha pervaso la nostra immaginazione di figure e atmosfere poetiche e ossessionanti, che una volta entrate nella nostra mente non la lasceranno più.

La sua carriera è stata brillante e debordante quanto la sua personalità: inizia ad essere riconosciuto negli anni Cinquanta con I Vitelloni, premiato a Venezia nel 53, e il suo ultimo film risale al 1990.  Si forma all’interno del clima del Neorealismo per poi prenderne le distanze, e come altri grandissimi autori si posiziona nella storia del suo genere artistico in maniera duplica, ambivalente. Da un lato infatti il suo cinema si può analizzare e apprezzare solo se considerato in rapporto alla storia del cinema moderno, che egli stesso ha contribuito a definire in modo irreversibile; dall’altro Fellini può essere visto come un autore completamente a se stante, per via del suo stile personalissimo.

La modernità di Fellini consiste probabilmente nella consapevolezza del suo cinema di vivere nella finzione, nella spettacolarità. Eppure questo svelamento è quanto mai innocente, vivo, mai artificiale: egli rappresenta il lato irrazionale del modernismo, la sua faccia più fantasiosa, emozionale e folle.

Infatti, i film di Fellini entrano in connessione con lo spettatore in maniera più emotiva che razionale o narrativa: più che dimostrare qualcosa, egli dichiara di volerlo semplicemente mostrare.

Il suo stile sfiora e mescola quindi realismo e magia, mentre i suoi vari temi sono spesso legati al grande topos della memoria e dell’autobiografismo.

Questo leitmotiv riesce a dare espressione all’urgenza di raccontare il senso di decadimento morale, a volte di putrefazione, corruzione della mondanità (pensiamo ad esempio a Fellini-Satyricon) che però ben incontra una poesia talmente esplicita da sfiorare un surrealismo nostalgico, soprattutto quando racconta dell’infanzia (Amarcord).

Il Fellini più conosciuto è infatti quello raccontato attraverso i personaggi di Mastroianni, alter-ego del regista; quel Fellini che parla, dialogando intimamente col proprio spettatore, delle sue private ansie e angosce esistenziali, del ruolo dell’artista in Otto e mezzo e dell’impasse psicologica e sentimentale nella Dolce Vita.

La ragazza pura e innocente incontrata sulla spiaggia nel finale del film incarna un simbolo perennemente rincorso e mai raggiunto, proprio per via della continua compromissione di quella purezza, che però è percepita pienamente nell’atto artistico, almeno solo per un istante prima di perderla.

E così, per via della perdita della purezza, si finisce perpetuamente nella frammentarietà dell’esistenza, rappresentata dalla frammentarietà e dalla natura aperta e anti narrativa del cinema di Fellini, che però riesce, quasi magicamente agli occhi increduli dello spettatore, a costituire una perfetta e grande unità in ogni singolo film.

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