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Jöns e Antonius – Essere per la Morte

Il doversi confrontare con la morte è qualcosa che accomuna tutti gli esseri umani.  Qualunque persona, qualunque sia il suo grado di istruzione, la sua professione o il fazzoletto di globo da cui proviene, è accomunata a tutte le altre principalmente dal destino ultimo che le lega. “Nel debito eravamo, e nel debito ritorneremo”, come direbbe Mario Draghi.

Precisiamo, non sappiamo con certezza se gli animali possano avere delle loro speculazioni sulla propria morte, e non si parla di presa di coscienza che la propria ora sia giunta, ma di una reale consapevolezza di un limite futuro della propria esistenza. Per quanto ne sappiamo, tale consapevolezza c’è l’ha con certezza soltanto l’uomo, e proprio su questo si basano in fondo gran parte dei miti sulla “caduta dell’uomo” dalla sua primordiale inconsapevolezza alla scoperta della reale natura della propria condizione, dal ciclo di Prometeo e Pandora all’albero della conoscenza di Adamo ed Eva.

Ed è proprio sui possibili rapporti con questo settimo sigillo che tutto cancella e tutto svuota di significato che ruota il film di Bergman, specialmente attraverso i suoi due antieroi che ne sono protagonisti: Antonius Block e Jöns.

Antonius Block, il cavaliere

Antonius è un devoto cavaliere di ritorno dalle crociate, amorevole, cordiale, fiducioso verso chiunque; dietro questa sua facciata appartenente cavalleresca si nasconde tuttavia un uomo un po’ ingenuo, supponente, pavido, che non riesce ad accettare l’idea della fine inevitabile. E’ solo questo ciò che spinge Antonius a credere in Dio, la speranza che lui in quanto Essere non cessi col termine della propria vita. Un soffuso segno di vanità, indubbiamente comprensibilissimo, ma che si scosta certamente con molti archetipi dell’eroe classico, sprezzante della morte e talvolta anche in cerca di un epilogo glorioso della propria storia.

ANTONIUS: Lo chiamo e lo invoco, e se Egli non risponde io penso che non esiste.
MORTE: Forse è così, forse non esiste.
ANTONIUS: Ma allora la vita non è che un vuoto senza fine. Nessuno può vivere sapendo di dover morire un giorno come cadendo nel nulla senza speranza.
MORTE: Molta gente non pensa né alla morte, né alla vanità delle cose.
ANTONIUS: Ma verrà il giorno in cui si troveranno all’estremo limite della vita.
MORTE: Sì, sull’orlo dell’abisso.
ANTONIUS: Lo so, lo so ciò che dovrebbero fare. Dovrebbero intagliare nella loro paura un’immagine alla quale dare poi il nome di Dio.

Antonius vuole invece procrastinarla il più possibile sfidandola con un’ingenuità quasi infantile, e non tanto per il desiderio di poter realizzare qualcosa, quanto per la paura che questa gli provoca come situazione esistenziale (o meglio, non-esistenziale): ha sprecato gran parte della sua vita in Terra Santa a combattere i saraceni, abbandonando sua moglie il giorno dopo le sue nozze per potersi guadagnare un accesso alla vita eterna, e anche al suo ritorno in Scandinavia sembra vedere la devastazione in cui versa la sua terra natale con uno sguardo alienato dalla realtà, che denota, in alcuni casi, una certa mancanza di reale empatia. Mancanza che, quando è solo con se stesso o tra le ombre dei confessionali, sembra dichiarare apertamente.

ANTONIUS: Vorrei confessarmi ma non ne sono capace, perchè il mio cuore è vuoto. Ed è vuoto come uno specchio che sono costretto a fissare. Mi ci vedo riflesso e provo soltanto disgusto e paura. Vi leggo indifferenza verso il prossimo, verso tutti i miei irriconoscibili simili. Vi scorgo immagini di incubo nate dai miei sogni e dalle mie fantasie.
MORTE: Non credi che sarebbe meglio morire?
ANTONIUS: E’ vero.
MORTE: Perchè non smetti di lottare?
ANTONIUS: E’ l’ignoto che m’atterrisce.

E’ il caso del rogo della strega nella seconda parte del film, dove per prima cosa non si accerta delle sue condizioni, ma le chiede se davvero abbia conosciuto il diavolo – l’entità più vicina, in un certo senso, a quel Dio che cerca disperatamente. Solo in secondo luogo si preoccupa di lei e della sua sorte, e tuttavia in modo sempre un po’ faceto, forzato, come testimonia la scena della somministrazione del narcotico per alleviarle la pena: fino all’ultimo istante, cerca di scrutare nei suoi occhi i segni di una prova della presenza soprannaturale tanto agognata.

Nonostante le apparenze, in Antonius viene delineata una figura molto singolare del cavaliere, preda di psicosi e fragilità molto umane.  Debolezze che lo accompagneranno sino al suo ultimo istante, proprio come accadrà al suo fedele compagno.

Jöns, lo scudiero

Cinico, sboccato, irriverente, blasfemo: Jöns non ha nulla dell’eroe in apparenza. La sua visione del mondo, in contraddizione con quella di Antonius, è desolante e miserabile, contrasto evidente da questi due stralci.

ANTONIUS: Eravamo appena sposati e la nostra vita era un gioco che sembrava senza fine. Io scrivevo poesie sui suoi occhi, sul suo naso, sulle sue deliziose piccole orecchie. Al mattino andavamo a caccia assieme e alla sera ballavamo, e la casa era piena di gioia.
MIA: Volete della altre fragole?
ANTONIUS: La fede è una pena così dolorosa. È come amare qualcuno che è lì fuori al buio e che non si mostra mai per quanto lo si invochi. Come tutto questo mi sembra irreale ora che sono qui con voi e vostro marito. Tutto appare così diverso.
MIA: Adesso non avete più l’aria seria.
ANTONIUS: Lo ricorderò questo momento. Il silenzio del crepuscolo. Il profumo delle fragole. La ciotola del latte. I vostri volti su cui discende la sera. Mikael che dorme sul carro. Jof e la sua lira. Cercherò di ricordarmi quello che abbiamo detto e porterò con me questo ricordo delicatamente, come se fosse una coppa di latte appena munto che non si vuol versare. E sarà per me un conforto. Qualcosa in cui credere.

JÖNS: Per dieci anni siamo stati laggiù lasciando che le serpi ci mordessero, le mosche ci divorassero, le fiere ci dilaniassero, gli infedeli ci accoppassero, il vino ci avvelenasse, le donne ci infettassero, le piaghe ci dissanguassero. E tutto perchè? Per la gloria del Signore. 
PITTORE: Per la gloria del Signore.
JÖNS: Sai, secondo me questa crociata l’ha inventata uno che poi se n’è rimasto pacifico a casa. Così è la vita, imbrattamuri!
PITTORE: Hai ragione, guerriero!
JÖNS: Eh già… In questo mondo, per quanto ti giri, la coda non riesci a tagliartela.
PITTORE: Resta sempre di dietro. Giusto, è una gran verità. Sì, una gran verità.
JÖNS: Io sono lo scudiero Jöns: che si beffa della morte e del Signore, che ride di se stesso, ma sorride alle ragazze. Ho un mondo che è soltanto mio, di cui tutti si burlano, io compreso. Un mondo senza senso e senza scopo, ma quando come te si è indifferenti al cielo e all’inferno…

Mentre in Antonius si legge una velata tendenza a un’epica della propria vita, a un’idealizzazione magnificente dell’esistenza stessa,  Jöns non fa altro che destrutturarla e immiserirla; una visione che, in molti casi, gli concede un più ampio sguardo di insieme, come nel caso delle crociate, di Antonius sembra quasi non aver visto il lato sporco e crudele.

Ciononostante,  Jöns è un antieroe proprio come Antonius; nonostante il radicale nichilismo che lo contraddistingue, in molte circostanze pare essere lui stesso il vero cavaliere, come quando salva la ragazza e poi più tardi Jof dalle angherie e dai soprusi di Raval. E’ come se, avendo una visione più cinica e disincantata del mondo rispetto ad Antonius, questa lo rendesse capace di muoversi attivamente al suo interno. Ciò che Antonius non vede, o fa finta di non vedere per non lasciar crollare tutti i suoi sogni e le sue speranze di un mondo illuminato dalla luce e dalla bontà, Jöns lo guarda in faccia, lo pone in discussione e lo sfida, senza eccessivo affanno nè pietà.

E come Antonius, anche in Jöns è chiaramente presente il tema portante della paura della morte. Paura che, tuttavia, nel suo caso assume connotati più materialistici, resi evidenti nella contemplazione degli affreschi sull’Apocalisse; pare quasi che a produrre terrore in Jöns non sia la morte in sè, quanto piuttosto ciò che la precede – malattia, piaghe, vecchiaia, tutti quei piccoli passi che segnano il proprio lento annichilimento.

A questi Jöns risponde con la sua ironia caustica e liberatoria, ed è proprio grazie a lei che riesce ad essere sempre apparentemente più sereno e disinvolto di Antonius, facendosi portavoce di quella lunga schiera di intellettuali che hanno visto nel riso, nello scherno, nel paradosso gli strumenti più efficaci per esorcizzare le paranoie e la paura.

Una visione che manterrà anche lui sino all’ultimo, seppure, anche qui, forse in un modo un po’ forzato.

ANTONIUS: Dall’oscurità che tutti ci attornia mi rivolgo a te, o signore Iddio. Abbi misericordia, che siamo inetti, e sgomenti, e ignari.
JÖNS: In queste tenebre dove tu affermi di essere, dove noi presumibilmente siamo… In queste tenebre non troverete nessuno che ascolti le vostre grida o si commuova della vostra sofferenza. Asciugate le lacrime e specchiatevi nella vostra stessa indifferenza.
ANTONIUS: Dio, tu che in qualche luogo esisti, che devi certamente esistere, abbi misericordia di noi.
JÖNS: Forse avrei potuto liberarmi da questa angoscia dell’eternità che vi tormenta. Ma ormai è troppo tardi per insegnarvi la gioia smisurata di una mano che si muove e di un cuore che pulsa.

Sembra quasi che, nonostante tutto, questo suo slancio di crudele avversità all’umanità e al mondo sia solo una sorta di antidoto per esorcizzare quella paura che sta divorando il suo compagno, un atteggiamento più volte presente nella storia. E che tuttavia non sembra in grado di nascondere un soffuso e reale umanesimo, ma solo di far nascere un atteggiamento inconsueto e che permette di affrontare il proprio annullamento come un vero sberleffo alla morte.

KARIN: Silenzio. Silenzio…
JÖNS: Sì. Farò silenzio. Ma mi ribello!

Giulio Gentile

Nasce a Caltanissetta, dove viene benedetto dal provincialismo che fa sembrare ogni cosa più grande. Il liceo, l'università, i soggiorni all'estero, guardare film, leggere, scrivere e un'altra cosa che non ricorda, gli sono sembrati qualcosa di sensato. Il provincialismo ha il dono di far vedere ogni banalità sotto una luce vincente.

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