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Per cosa vale la pena vivere? La parola a Woody Allen

Quali sono le cose per cui vale la pena di vivere?

Ecco, bella domanda. Ma più che una domanda, appare una ricerca.

Noi abbiamo dimenticato l’arte del ricercare, ci siamo persi nei sentieri di infinite possibilità e abbiamo intrapreso la strada della bieca passione produttiva, condannando noi stessi ad un’innocente passività.

Woody Allen, invece, ricerca, ricerca costantemente, e molto spesso senza avere la benché minima idea di cosa ricercare. Non potrebbe fare altrimenti, poiché in tale attività, seppur senza una meta effettiva, l’autore crea e si riconosce nella propria opera.

Eppure, alla fine, la domanda ultima è sempre inevitabilmente una sola: per cosa vale la pena vivere?

Woody Allen ha provato a risolvere tale insolubile enigma durante tutta la sua lunga vita, durante tutta la sua vasta cinematografia. Tutt’ora, dopo 49 film, dopo 49 piccoli Woody Allen che tentano di trovare riparo in un angolo del deserto, non ha trovato una risposta, e mai la troverà. Ma come egli stesso ci dirà nel magico Midnight in Paris, il compito dell’artista non è soccombere alla disperazione, ma cercare una cura alla futilità dell’esistenza.

Ecco che quindi è necessario trovare qualcosa per cui vale la pena vivere. Il nostro Woody manifesta la sua ricerca nel poetico Manhattan, un film che si erge come un’autentica dichiarazione d’amore per la sua vera musa, New York, sempre generatrice di bellezze e suggestioni perpetue, per la letteratura, per il cinema, per l’arte, ma soprattutto per l’Amore e la vita con tutte le sue sfaccettature ed assurdità.

Nell’indimenticabile monologo, Woody Allen, parlando a sé stesso e a noi spettatori, ci mostra ciò che per lui significa vivere, attraverso una lunga lista di artisti, autori e opere che furono determinanti per la sua vita. Il suono delle sue parole è come se creasse un tempo e un luogo in cui ci fosse un imprevedibile incontro tra Groucho Marx e Frank Sinatra; un’incessante danza tra le mele e pere di Cézanne e Marlon Brando; la condivisione di un drink tra L’educazione sentimentale di Flaubert e il cinema svedese.

La voce dell’autore poi, piano piano, si affievolisce e conduce verso un’immagine, un indelebile ricordo, ciò che vi è di più autentico ed essenziale: il viso di Tracy. Quel giovane, ingenuo, innocente, puro e umano viso di Tracy. Woody Allen ci mostra come alla fine tutto, ma veramente tutto, si chiude, come un ciclo esistenziale, da dove è iniziato: dall’Amore.  Perché alla fine, come disse qualcuno, le emozioni sono tutto ciò che abbiamo, e il cervello è l’organo più sopravvalutato che esista. Manhattan si conclude con un autentico manifesto d’Amore alla vita e, esistenzialmente parlando, a tutto ciò che essa ne comporta.

Manhattan è una dichiarazione d’Amore all’Amore, disse qualcuno.

Mi sembra più che doveroso, adesso, aggiungere alla lista alleniana quest’indimenticabile opera. Manhattan è decisamente qualcosa per cui vale la pena vivere.

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Tommaso Paris

“-Dio è morto, Marx è morto, e io mi sento poco bene- (Woody Allen). 22 anni, studio filosofia a Milano, ma provengo dai monti. Filosofia e Cinema, essenzialmente le due ragioni per cui mi alzo la mattina.”

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