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Interviste agli autori: Torino Underground Cinefest 2019

Alla sesta edizione della Torino Underground Cinefest, ho avuto l’immenso piacere di intervistare cinque registi e un’attrice presenti a Torino per mostrare i loro film al pubblico del festival. Sono stati dei momenti importanti dal punto di vista personale e molto interessanti per capire l’idea di Cinema e non solo di questi autori, che con gentilezza invidiabile e grande disponibilità hanno risposto in maniera precisa a tutte le domande. Di seguito sono riportate tutte e cinque le interviste (di cui due in inglese perchè avute con registi stranieri), che sono state trascritte appositamente per l’articolo che state leggendo.

Intervista a Kevin Noguès, regista del corto francese “Uuquchiing” (2018):

I have to say that when I watched your movie I felt uncomfortable, because I thought the protagonist was living a kind of nightmare. Was it your intention to be so obscure and, let’s say, dark?

I wanted the people who watch the movie to be the main character, so to feel uncomfortable, yes.

When you began the filming, the script was already completed or you’ve write also during the shooting?

I was thinking about many things during the shooting because it can add some great ideas, and that was the case during the shooting.

If a person asks you what’s the main theme of the film, what would be your answer? This because I can find different themes, like relationship, memory, illness, solitude, but what’s the most important theme?

 I would say scattering. It’s the same when you make a movie, you are always scattering. As the main character, maybe my life at the time was scattering too.

Which are your inspirations for this movie? I mean, the directors you had in mind when you were writing and also filming the movie?

 I think it’s always difficult to say it, because I don’t know the reason why I’m making this movie or the previous one. It happens, you start writing and then you shoot. The time I began to understand my own movie was when it was completed, because I’ve discovered things that were not present at the beginning.

Perfect, thank you for the time and again congratulation for the film!

Thank you!

2. Intervista a Sebastian Brauneis, regista del lungo tedesco “Zauberer” (2018):

  • So, first of all, congratulations for the film because I think it’s a though-provoking movie, extremely interesting under many aspects and I have to say that last night I slept three hours but it was involving from the first minute to the last one and I followed it beautifully.
  • Oh, thank you!
  • Some questions: it’s a movie with a lot of characters: for you, is there a lead character or are they all on the same level?
  • I think they are all on the same level because all those characters are an expression – or impression – that you, as a single person, had when you wrote the movie. So, all those character together are basically just one character. I think that if you make an ensemble movie it’s very important to see how the balance is, but the most important character in this kind of movie is the audience, because the audience is in the center of the movie.
  • Talking about characters, there is the man walking with five dogs. What does he represent?
  • At the beginning of the movie there is this guy behind the bar and he goes underground. It’s a symbol of what happens at the end of our lives. He is like a metaphor of an animalistic kind of existence in all of our lives and he is basically a witness: he knows of all those people together and he’s the only one who can make sense of everything.
  • The best aspect of the movie is that, once you’ve watched it, you think and think and think in continuation about it. There are some movies that are very haunting, like, for me, “Blow Up” by Antonioni, “Cachè” by Haneke, “Mulholland Drive” by Lynch, “Crash” by Cronenberg. I want you to say some titles that make this deep effect on you.
  • Ok, for examples “L’avventura” (Antonioni) and the works of Carlos Saura. Movies that give you a strong imprint are “Stalker” by Tarkovskij, “Shadows of Forgotten Ancestors” by Sergei Parajanov and “The Holy Mountain” by Jodorowsky. Of course also “The Discreet Charm of the Bourgeoisie” by Bunuel and “Hiroshima, mon amour” by Resnais. A lot of classics, milestones, that push the canon of filmmaking and I think we have to be more grateful to these masters, especially nowadays.
  • The movie is, as you said, about solitude, and it shows a negative aspect of the society. Would you like to direct an horror movie? Can it be in your style?
  • A story has to be told by itself because I strongly believe that function shouldn’t be dominated by form. The content of the movie has to be the direction for how you tell it.
  • Perfect, thank you for the answers!
  • Thank to you!

Intervista a Giancarlo De Cataldo – Eterno Narratore del Sogno Giovanile

3. Intervista a Emanuela Mascherini, regista del corto italiano “Come la prima volta” (2018):

  • Innanzitutto, complimenti per il film che ho trovato molto delicato e coinvolgente. E’ un film che tratta di argomenti molto importanti come amore, dolore, malattia e morte, però il finale dà quasi un senso di speranza. Secondo te, si può considerare un lieto fine o comunque un finale non pessimista?
  • Io lo considero un finale aperto, di accettazione e di rielaborazione della realtà tramite il ricordo. C’è il tentativo del protagonista di mantenersi in vita attraverso la quotidianità, attraverso la ricerca quasi archeologica della ricostruzione di un ricordo che arriva attraverso della ritualità che riporta in vita il ricordo della persona scomparsa, che la fa essere sempre presente.
  • Prima si parlava della distribuzione in sala e di Netflix e volevo chiedere il tuo pdv su questo argomento così controverso e attuale.
  • Ben venga Netflix nel senso che è un’ulteriore opportunità distributiva importante. Penso allo stesso tempo che in maniera parallela vada protetta la sala, anche dagli stessi autori, che devono pensare delle opere che valorizzino il linguaggio cinematografico nel senso puro del termine, quindi dal punto di vista della sala, sennò non si capisce perché il pubblico dovrebbe uscire di casa per andare in sala a fare un determinato tipo di esperienza, che è un’esperienza unica, e un film che va in sala deve essere pensato per il grande schermo dal punto di vista del linguaggio. “Roma” di Cuaròn, che è uno dei più grandi esempi di distribuzione trasversale, è un film presentato alla Mostra del Cinema di Venezia – e che l’ha vinta – e prodotto da Netflix, ma le sale hanno dovuto mostrarlo sempre di più perché il pubblico lo richiedeva. Penso che Cuaròn abbia fatto un’operazione intelligentissima perché ha dato vista ad un film dal punto di vista estetico e di contenuto raffinatissimo e Cinematografico nel senso più puro, quindi ha riportato le persone in sala.
  • Infatti, io ho avuto la fortuna di vedere “Roma” in sala e mi sarebbe dispiaciuto il contrario perché è un film molto curato ed elegante visivamente e sarebbe stato un peccato non vederlo sul grande schermo.
  • Esattamente, per questo dico che ha fatto un operazione molto intelligente riportandolo in sala e ben venga il dialogo tra la distribuzione classica e le nuove piattaforme. Sostengo però che la sala va protetta e ragionata per essere valorizzata.
  • Ho notato che il tuo film ha uno stile che tende al minimalismo. E’ stata una scelta pensata fin dall’inizio di attenersi a tale stile e, per esempio, di omettere flashback che mostrassero scene di vita di coppia passata dei personaggi?
  • Sì, assolutamente sì. Amo un linguaggio che è contaminazione tra finzione e realtà e questo minimalismo è la cifra che mi rappresenta e che, come spettatrice, mi arriva in maniera più efficace e quindi tendo a fare film che vorrei vedere. Come diceva Fellini: “dobbiamo essere i nostri primi spettatori”. Il mio obiettivo è quindi quello di restituire la mia idea di Cinema, e tutto è pensato in maniera minimale e tutto ha un significante, che va dal sound design alla scelta dei costumi e delle luci.
  • Un’ultima domanda, sempre parlando di “idee di Cinema”, le tue influenze principali quali sono?
  • Ti dico la verità, riferimenti diretti faccio sempre fatica a individuarli e se permetti preferisco non citarli. Sarebbero talmente tanti, a volte anche da cinematografie e registi che non amo e che mi aiutano a capire quello che vorrei evitare. Poi, ho registi che mi sono di riferimento e ho suggestioni che arrivano anche dalla video arte, dalla fotografia. Faccio sempre fatica a citare dei nomi perché sarebbe errato.
  • Ottimo, grazie per la disponibilità.
  • Grazie a te!

4. Intervista a Adriano Giotti e Nataly Beck’s, regista e attrice protagonista del lungo italiano “Sex Cowboys” (2016):

  • Prima domanda: a te Adriano chiedo com’è nato il film, mentre da Nataly vorrei sapere se hai accettato fin dall’inizio, ancora prima di leggere la sceneggiatura.
  • Nataly: a lavorare con Adriano non ho problemi, infatti ho accettato fin da subito, dicendogli che qualsiasi cosa avrebbe fatto io volevo esserci.
  • Adriano: l’idea è venuta quando abbiamo girato un videoclip, in cui erano presenti i due protagonisti di “Sex Cowboys”, e lì mi sono reso conto che con due attori così e una telecamera si riusciva a creare del Cinema di qualità. Allora ho iniziato a pensare ad un’idea credibile e che fosse girabile con il più basso budget possibile. E a quel punto è nata l’idea di “Sex Cowboys”, ovvero raccontare una storia generazionale, ma in maniera potente e che nessuno in Italia mette in scena, perché manca purtroppo la voglia di rischiare e di osare. Volevo esordire nel Cinema in maniera coraggiosa.
  • E tu Nataly, quando hai accettato, sapevi già che avresti dovuto recitare in coppia con Francesco [Maccarinelli]?
  • Nataly: non ancora, anche se era intuibile.
  • Avete trovato la giusta chimica fin dall’inizio?
  • Nataly: sì, assolutamente, non c’è stato il minimo problema.
  • Quali sono i vostri riferimenti cinematografici nel genere del dramma erotico?
  • Nataly: ti direi “9 Songs”, che è il primo che mi viene in mente, e anche “La vita di Adele” che mi è piaciuto moltissimo.
  • Adriano: Assolutamente il bellissimo “9 Songs” di Winterbottom, poi “La vita di Adele” di Kechiche, che è una storia molto complessa e potente.
  • Secondo me, il pregio maggiore del film, è che hai diretto il tutto senza enfatizzare il racconto, ma con gran naturalezza, anche dal punto di vista stilistico e di messa in scena. Ti è venuto spontaneo o hai dovuto studiare molto?
  • Adriano: per me fare Cinema è una cosa naturale, infatti quando feci la Holden rimasero stupiti in molti perché il mio modo di fare Cinema era molto spontaneo e naturale. Per questo devo ringraziare Madre Natura, ma in ogni caso, lavorando ad un soggetto così realistico e prestando grande attenzione agli attori e al loro corpo, sono riuscito a non cadere nello stereotipo e ad evitare la banalità. Questo è anche un grande merito degli attori, perché il personaggio di Marla ad esempio, è molto complesso, e non tutte le attrici avrebbero potuto interpretarlo in maniera autentica come ha fatto Nataly. Poi, ho lavorato molto nel mondo del cortometraggio, e quindi, grazie all’esperienza, sono riuscito a vincere la sfida di realizzare un lungo, originale, col niente.
  • Anche tu Nataly hai percepito sul set la dote naturale di Adriano di dirigere con spontaneità e ispirazione?
  • Nataly: sì, Adriano ha un talento naturale, e lo si vede anche dal fatto che abbiamo girato in soli 16 giorni. E’ un regista che sa cosa vuole e raggiunge il suo obiettivo.
  • Nel film si vedono scene girate con la GoPro, e volevo chiederti cosa ne pensi del fatto di girare film con l’IPhone, pratica molto in voga in questi ultimi tempi, anche da grandi registi affermati come Soderbergh (per citare il più celebre).
  • Adriano: capisco la provocazione, ma credo che il Cinema sia Arte, che crea magia, ma se togli il mezzo con cui si crea questa magia secondo me perde di valore il lavoro che c’è dietro al film stesso. Si sminuisce il tutto, al di là del risultato finale che può essere di livello.
  • Ottimo, grazie mille ragazzi, e complimenti ancora.
  • Figurati, grazie a te!

5. Intervista a Riccardo Roan, regista del corto italiano “Il tratto mancante” (2018):

  • Il tuo corto è surrealista. Domanda che sorge spontanea: quali sono le tue ispirazioni artistiche nel campo del Surrealismo?
  • I riferimenti sono Magritte, De Chirico, Dalì e Breton, teorico del Surrealismo che ne scrisse il Manifesto. Riguardo lo stile, non ho influenze particolari perché sto cercando di formarne uno esclusivamente mio, personale.
  • Il corto è complesso dal punto di vista scenografico e stilistico. Come si sono divisi e quanto sono durati i tempi di produzione, e qual è stata la parte più difficile?
  • La parte più difficile è stata la costruzione del set, per la quale ci sono voluti 6 mesi. Per la sceneggiatura c’è voluto circa un mese, lo shooting è durato due giorni e la post produzione si è dilatata per quanto riguarda il sound editing, perché il montaggio e la color correction sono stati piuttosto rapidi. Interessante è il fatto che il montaggio era già previsto in sceneggiatura, nella quale appunto come il film dovrà essere una volta finito, sia dal punto di vista dei movimenti di macchina che della fotografia.
  • Ho notato uno stile registico molto preciso e studiato, anche perché il protagonista, specialmente all’inizio, non viene mai inquadrato in faccia, come se il focus non fosse su di lui. Ci puoi spiegare questa scelta?
  • Il protagonista è alla ricerca della sua identità e uno dei modi in cui ho cercato di legare l’esperienza del protagonista a quella dello spettatore è non inquadrare il suo viso. In questo modo annullo l’identità del personaggio e lo spettatore si chiede chi sia veramente.
  • Molto bene, grazie davvero.
  • Ti ringrazio!

Ricordiamo che la settima edizione della Torino Underground Cinefest si svolgerà nel capoluogo piemontese dal 22 al 28 marzo 2020. Un appuntamento imperdibile per gli appassionati del Cinema di qualità.

 

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