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Intervista col Vampiro – Il Fardello dell’Immortalità

Eccedente rispetto agli stessi personaggi protagonisti risulta essere la poetica di questa pellicola: un’atmosfera tetramente mistica, latentemente horror e splatter al punto giusto.

La storia coincide con il tempo del racconto: Louis (Brad Pitt), infatti, narra ad un giovane giornalista di come il morso di un vampiro di nome Lestat (Tom Cruise) – divenuto poi suo mentore – avrebbe costituito lo spartiacque, il punto di rottura definitivo della sua vita, fino ad allora consumata nello sfarzo  più totale tipico di un ricco proprietario terriero, e poi sfiorita nel dolore per la perdita della moglie e della figlia.

Racconta di come l’emergere dalle acque del Mississippi, in uno stato di sospensione tra la vita e la morte,  avrebbe costituito l’ultimo momento in cui sarebbe stato a lui possibile vedere l’alba, che costituisce una sorta di specchio rovesciato della vita immortale su cui si stava allora affacciando, in quanto, in quest’ultima, la visione della luce gli sarebbe stata impossibile. In quest’ascesa  si consuma quindi il paradosso di rinascita dalle proprie ceneri che implica però la caduta e l’impossibilità di trarsi fuori da un orrido abisso di inaggirabile buio.

L’inadeguatezza all’immortalità, l’insostenibile peso di questa solo apparente eterna leggerezza sono fardelli che consumano tanto le spalle di Louis quanto quelle di Claudia, una bambina resa vampiro dai due compagni. Se, infatti, Lestat ha una natura evanescente, glaciale e aristocratica tale per cui si eleva sugli uomini con uno sguardo di algida sufficienza, tanto da non preoccuparsi neanche di sublimare l’animalesca espressione della sua fame che lo porta a dissanguare senza criterio esseri umani; Louis abita invece perennemente lo scarto tra l’umanità e l’espropriazione da questa, finendo col sentirsi un duplice errore: né uomo perché ormai immortale, né vampiro perché troppo attaccato alla natura umana per riuscire a servirsene come nutrimento.

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Claudia rappresenta l’origine dei suoi errori in questo senso: costituisce l’attimo di debolezza in cui Louis, ponendosi al di là tanto della categoria umana, quanto di quella di vampiro, si fa guidare da ciò che virtualmente le accomuna: l‘istinto di sopravvivenza e quindi la necessità di procacciarsi sostanze nutritive.

Durante una notte di vagabondaggio, infatti, egli capita in un quartiere su cui si è abbattuta la disgrazia della peste: qui la bambina sopra nominata sta piangendo la morte della madre sul suo cadavere. In un primo momento travolto dalla sua umanità, Louis la abbraccia ma, nello stesso istante in cui la stringe, la consapevolezza corporea giunge prima di quella interiore: la fame lo investe infatti tanto da non rendergli possibile evitare di morderla dissanguandola, sovvertendo quella che era sempre stata la sua scelta di nutrirsi di animali, ma non di esseri umani. Lestat, a quel punto, interviene rendendola una vampira e assumendola sotto le loro cure.

Il paradosso dell’immortale eternità temporale si gioca in modo estremamente forte nel bisogno della contingenza: l’atemporalità dell’attività eterna è infatti corrosa tanto dalla caricaturale necessità di sangue mortale per sopravvivere quanto dalla possibilità di apportare cambiamenti – seppur solo istantanei- alle proprie caratteristiche accidentali (come il taglio dei capelli). Questo dramma è sperimentato all’n-esima potenza da Claudia, perché è stata resa vampira avendo ancora  un volto da bambina, diversamente da Louis e Lestat: privata quindi della possibilità che il tempo potesse fare il suo corso,  mutandola almeno in donna per poi esser bloccato, è destinata ad essere cristallizzata per sempre in quei boccoli biondi e in quegli occhi chiari di bimba, vestita da un abito da bambola di porcellana.

L’esternazione del dolore di Claudia si dà massimamente nella possibilità di incidere su quello che ella vorrebbe fosse solo accidentale, ma che nei fatti si rivela sostanziale : presa dalla rabbia, ella taglia i suoi boccoli dorati per poi vederli tornare al loro punto di partenza nell’istante successivo. La reversibilità istantanea costituisce dunque l’arma contingente di cui l’immortalità si serve, scadendo però così inevitabilmente in mondanità: la sostanzialità si dà infatti a metà, in quanto è possibile agire momentaneamente su questa, sottostare per un istante alle leggi naturali a cui sono sottomessi gli uomini, per poi però scoprire che quello che normalmente sarebbe un accidente per qualunque altro essere umano è invece sostanza, seppur non in toto perché agibile istantaneamente.

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Se Louis ha uno stadio di consapevolezza del dramma dell’abitare il non luogo tra l’essere umano e il non poter esser più tale tanto implicita, interiormente maturata, da non sporcarla di patetismo nel momento in cui la rende esplicita;  Claudia è invece troppo ingenuamente consapevole per riuscire a vivere in modo profondamente autentico il dramma interiormente, o meglio, magari ha anche la sensibilità per viverlo in questi termini, ma lo esprime in modo pateticamente troppo reale, per cui risulta difficile pensare che ci sia un autentico autoripiegamento. Pur avendo raggiunto i trent’anni, si muove nella sua immobilità fisica con una sensibilità da bambina capricciosa che si altera con i genitori perché pretendono ancora di sceglierle i vestiti.

In altri termini, se Louis dà impressionistiche pennellate di colore del suo dilaniante scarto interiore, Claudia sporca la tela senza criterio, servendosi più di elementi esterni per l’espressione del suo dramma: lascia dunque che questo sia eterodiretto, anziché interiorizzarlo per risignificarlo continuamente nel segreto delle proprie membra. Punto cardine di questa sua tendenza ad assumere una prospettiva esternalista, piuttosto che internalista nel vivere il dolore, è l’immagine di una splendida donna nuda che ella guarda attraverso una finestra, struggendosi nell’impossibilità di raggiungere quella forma, condannata per sempre ad avere il corpo e il viso di una bambina.

Solo tramite l’altro da sé, dunque, ella sembra giungere all’autentica consapevolezza dello strazio che la abita, ma è proprio questa necessità – troppo artefatta e poco istintiva- dell’alterità che, non solo lede la sua sofferenza sporcandola, ma fa dubitare anche della  profondità di base di quest’ultima.

Lestat costituisce dunque una sorta di Calipso che promette ad Ulisse l’immortalità: in questo senso, Claudia sarebbe in toto a lui affiancabile perché – sebbene questi abbia la possibilità anche di non scegliere quella vita, mentre lei no -entrambi riceverebbero il dono della vita eterna in un senso duplice. Sarebbero infatti salvati tanto dalla morte in senso assoluto, quanto dalla morte in quel momento contingente: essa coinciderebbe per Ulisse – nella prospettiva di Calipso – con il ritorno in patria, mentre per Claudia con lo strazio post mortem della madre e l’agonia che avrebbe preceduto la sua fine.

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