News

Amarcord – L’Eterno Ritorno di Fellini

- RETROSPETTIVE D'AUTORE: IL FAVOLOSO MONDO DI FELLINI -

QUI TROVI L'INTRODUZIONE ALLA RUBRICA:https://www.artesettima.it/2019/04/07/fellini-lunico-vero-realista-e-il-visionario/

La primavera della vita

“Le manine stanno su e l’inverno non c’è più”

Si apre così la più autobiografica delle pellicole felliniane, Amarcord,  con una festa di paese che celebra l’arrivo della primavera, che ha tutte le sembianze dei riti apotropaici dell’Antica Grecia. Ed ecco già il primo di una lunga serie di simboli: la fogheraccia che brucia. Insieme ad essa, non troppo tacitamente, si vedono bruciare tutti gli istinti e gli impulsi repressi di una società fin troppo storicizzata dagli eventi del suo tempo, che non aspettava nient’altro che un capro espiatorio in combustione.

Un lento movimento di macchina che, con uno sguardo onnisciente, sembra riprendere dall’alto le vicende di questo mondo colorito e a tratti grottesco, ed ecco la retrospettiva d’indagine: la Rimini fascista degli anni ‘30.  Il film Amarcord, risalente al ‘73, ha avuto dunque tutto il tempo necessario affinché la lente d’ingrandimento di un artista di tali dimensioni, mettesse a fuoco quegli anni non più ruggenti.

Bruciam la sera vecchia

Stavolta è Titta (Bruno Zanin), protagonista della vicenda, il personaggio sotto le cui vesti pare nascondersi ben camuffato proprio il regista. Certo è che l’elemento autobiografico è ben visibile, sin dalla provenienza del ragazzo, ma la storia non assume mai connotazioni psicologiche o introspettive tipiche di un racconto in prima persona. Anzi, la pellicola galleggia dall’inizio alla fine su una visione d’insieme dando ampio spazio a tutti personaggi, che sembrano dividersi la scena fortemente cangiante dal comico al drammatico. È assurdo infatti pensare a come la maestria del regista sia in grado di far ridere di gusto nelle gag dei ragazzi alle prese con le buffonate a scuola, tra professori e primi amori o di sorridere bonariamente nella famosa scena dello zio Teo, che protesta su un albero urlando “Voglio una donna”. Sino ad arrivare all’apice del dramma con la morte della madre di Titta, costretto a farsi coraggio per darne un po’ anche a suo padre. È una sfilata di personaggi dalle tinte grossolane. Una galleria di balordi.

L’impulso erotico-sessuale esplode da subito in tutti i personaggi di Amarcord, sia come ineludibile piacere terreno, che come necessità prorompente e bruciante, proprio come la fogheraccia della scena iniziale. Ad ognuno però è riservata la naturale ricerca di un quid che superi, o meglio comprenda anche e non solo la mera sessualità: in fondo tutti desideriamo amare ed essere amati.

 

L’inverno della vita

Il ciclo stagionale (della vita) continua ad essere scandito dai cambiamenti climatici: la neve. In Amarcord compare una neve inaspettata, che quasi riporta tutti, in un primo momento, in un quadretto ludico in cui grandi e piccoli giocano con essa. Ed invece Titta è costretto a fare i conti con la vita e con se stesso, messo di fronte al lutto di sua madre. Non solo il tempo, ma anche i luoghi giocano un ruolo fondamentale nello scandire gli anni che passano. Ora sono luminosi, assolati, pieni di baccano. Ed ora sono bui, vuoti, muti.

Lo spazio e il tempo si intrecciano in Amarcord, e riescono a far succedere cose che solo in quel momento sarebbero potute accadere, perché era necessario per la storia che accadessero. Sia la storia pubblica che privata. Sia per quella del popolo italiano, sia per quella di Titta. Come lo è stato per Fellini stesso, affondare la lama nei ricordi della sua
Rimini, sino all’approdo nella città eterna.

I posti sono solo parentesi della mente. A volte ingannano, a volte salvano. “Dov’è che sono? Mi sembra di non stare in nessun posto”, dice il nonno nella nebbia che per un attimo non ricorda dove si trova.

 

A m’arcord

I ricordi si distorcono, prendono forme nella nostra mente, tali e quali a come noi vogliamo che si comportino col presente.
Forse Fellini, mentre annega nella nostalgia dei ricordi, vuole con Amarcord sussurrarci che in realtà il passato non esiste, se non nella nostra mente, fustigando l’abitudine che tutti involontariamente abbiamo di dargli una credibilità che va oltre i limiti della nostra memoria.

Da che mondo è mondo, l’uomo ha bisogno di crearsi finti ricordi per cacciare quelli veri. E in questo caso, la finzione viene rafforzata dalla costruzione di un luogo immaginario (Rimini in realtà è Cinecittà) e di una lingua a tratti dialettale. C’è sempre però il sospetto che quei ricordi siano veri: il regista li rievoca con pudore sommesso, attento a non far stridere il reale con il surreale, anche grazie ad un uso brillante della colonna sonora del maestro Nino Rota, mai di troppo. Tutti gli eventi sono protesi ad una necessità ultima. Se forse Titta non avesse perso la madre, non avrebbe mai intessuto un rapporto più maturo col padre. Il fatalismo della visione del regista diventa un invito alla lentezza, poiché l’avventura arricchisce l’approdo e spinge al desiderio del ritorno.

 

L’origine è la meta

È una regressione, quella felliniana, che ha qualcosa in comune con quella pasoliniana. Difatti la loro collaborazione artistica, spesso controversa, non può non avere a tratti condizionato a vicenda i due artisti. È centrale, in tutta l’opera pasoliniana, la componente nostalgica, come tentativo vano di rivivere la perfezione del tempo infantile, ormai perduto ed irrecuperabile. Da notare, però, l’assenza in Fellini del carattere ossessivo di Pasolini, che ricorda che costantemente il passato, rimpiangendo l’Eden perduto, ossia la sicurezza dell’utero materno. Entrambi gli artisti provengono da una culla geografica ben distante dal barocco mondo romano, croce e delizia del loro sviluppo culturale. L’esaltazione di quei mondi rurali e paesani, è un’urgenza, nonché cifra stilistica di entrambi, poiché intese come uniche classi astoriche calate in un eterno presente, contrapposte al pensiero borghese rivolto sempre al futuro. Quel tempo è morto, eppure quel tempo è sempre l’unico vero nostro tempo, senza mai più poterlo
accarezzare.

“Non bisogna muoversi per tornare.
Chi si muove, si muove per una strada diretta e senza fine.” 

P. P. Pasolini

Leggi anche: “Fellini: l’unico vero realista è il visionario

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.