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Brazil – L’Arte Poetica dell’Ambiguità

La vita di un uomo è certamente scandita non solo dal suo percorso ordinario, bensì anche dal suo essere straordinario. Il sogno, persino in forma di incubo, scandisce il lento passare del tempo che porta ogni anima vivente a pensare, agire e persino mutare nel proprio essere e modo di vivere.

Questo è Brazil, un’opera inevitabilmente contrassegnabile come “onirica” in cui Terry Gilliam, col suo solito fare, non fa altro che racchiudere in una apparentemente flebile trama, le avventure alla ricerca del proprio desiderato amore di un funzionario burocratico di un Ministero chiaramente “Orwelliano”, in un vortice di cause e conseguenze tutte generate da situazioni non conformi al normale passare del tempo. Tutto ciò ha ragione di essere nel potentissimo agire dell’immaginazione, dove tutto si spiega senza aver bisogno di spiegarsi; dove un tecnico delle caldaie (un insolito De Niro) agisce con strumentazioni il cui funzionamento ha perfettamente senso, pur non avendolo affatto. Il filo logico delle cose, apparentemente casuale, torna in linea puntualmente riportandoci alla razionalità, pur sempre incastonata in un magico castello di materia inesistente.

Il potere dei fogli di carta in un mondo in cui la burocrazia è tutto

Gilliam riesce persino ad essere allo stesso tempo politico ed apolitico. “Sempre meglio dei Terroristi”, dirà il curioso Sam Lowry (interpretato da un magistrale giovane Jonathan Pryce) conversando con la donna (letteralmente) dei suoi sogni. Eppure, nella sua coscienza egli verrà salvato proprio da questi, lasciando spazio alla considerazione che questo è il finale che egli avrebbe voluto e che egli, effettivamente, ha avuto. Questo mistico avvenire che pervade tutto il film attraverso situazioni irreali con conseguenze certamente reali si aggroviglia in un eterno spago che compone la perfetta tela dell’opera, concludendosi nel migliore dei modi e nel più coerente dei luoghi: il sogno. Il sogno, colonna portante del film e causa scatenante delle azioni di Lowry , origine/spiegazione delle sue paure e dei suoi desideri: rimarrà inevitabilmente indelebile ad ogni spettatore il fascino del volo mistico che egli affronta al fine di raggiungere il suo più ambito amore, inafferrabile ed irraggiungibile.

Ed è questo continuo gioco che rende Terry Gilliam capace di trasformare una trama lineare in tutto tranne che una linea

L’avvenimento finale in sé, coerente al ritmo che ci accompagna lungo lo scorrere del film, ci risulta persino sensato quasi come fossimo abituati a riconoscere la logica illogica di Gilliam. Ed è proprio allora, quando oramai siamo coscienti della sua incoscienza che ci presenta una logica che poi risulta essere invero illogica, frutto della fantasia. È la più perfetta delle conclusioni possibili. Ed è questo continuo gioco che rende Terry Gilliam capace di trasformare una trama lineare in tutto tranne che una linea, di giocare con la geometria temporale e di mantenere lo spettatore sempre attento a quel che accade.

Il dualismo morale dell’opera racchiuso in un solo frammento

Come se non fosse abbastanza, questa sinfonica linea temporale che accompagna la visione è costellata di piccoli satelliti che come macchie di colore compongono la tela interpretativa dualistica dell’immagine: l’odio/amore per la burocrazia e la sua infallibilità/fatale fallacia, il piacevole/doveroso assoggettarsi ad un menù da ristorante vario ed allo stesso tempo incredibilmente monotono, il paesaggio naturalistico totalmente distrutto ma non dimenticato, riportato attraverso illusivi pannelli sostitutivi, attraverso un chiaro messaggio dell’ambiguità del distruggere qualcosa per poi dimostrarne apprezzamento. Tutto questo contribuisce a qualificare Brazil per quello che è: un’opera che partendo dal suo titolo fa dell’ambiguo la sua perfezione narrativa, riuscendo nella difficile missione di far emergere in un complesso campo concettuale una storia nelle viscere nient’altro che convenzionale.

Dopo una visione simile, non ci resta nient’altro che un vuoto dentro, per cui l’unico rimedio è il piacevole avvolgersi su sé stessi nel sogno, proprio come Gilliam probabilmente fece nel concepire quest’opera di cui certamente il segno rimane indelebile nella nostra coscienza.

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