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Nuovi Sguardi: intervista alla giovane attrice Marina Savino

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In questo momento, essere giovani attori in Italia vuol dire tante cose. Entrando in contatto con la Mediterraneo Cinematografica, emergente casa di produzione che fa della gioventù il principale motore e fondamento, abbiamo avuto la possibilità di conoscere chi, al lavoro di attore, ci si sta approcciando in maniera coraggiosa, decisiva, concreta.

Ed è dalla Mediterraneo Cinematografica che siamo entrati in contatto con Marina Savino, giovane attrice che fa della congiunzione tra speranza e determinazione il vero nucleo del suo percorso. Abbiamo avuto il piacere di rivolgerle qualche domanda, nel suo guardare costantemente in avanti, senza tuttavia dimenticare l’importanza di ciò lasciato alle spalle.

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La Mediterraneo Cinematografica come mezzo per rilanciare il cinema italiano in quanto strumento di riflessione, di scoperta, di condivisione; che valore ha, per una giovane attrice come te, la possibilità di crescere nella coesione di tale realtà?

Un grande valore, dal momento che i ragazzi della Mediterraneo Cinematografica si sono dimostrati disponibili e professionali sin dal nostro primo incontro, sul set di Acquario di Lorenzo Puntoni. Credo che la loro sia una realtà nuova, bella, viva e il fatto che è gestita da giovanissimi professionisti della cinematografia la rende ancora più stimolante. Bella anche perché nasce in Lucania, vicino casa mia, punto di riferimento importante per gli artisti che partono dal Sud. Quindi, viva la Mediterraneo Cinematografica! E magari torneremo presto a lavorare insieme.

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Il cinema italiano e i giovani; quanto è necessario che i talenti emergenti del nostro panorama, dagli attori ai registi agli sceneggiatori, osino, propongano, alzino la loro voce?

Penso che molti registi stiano già riuscendo in questo tentativo. Sono sempre di più le idee forti che portano a film utili, necessari. Penso, ad esempio, a Sulla mia pelle uscito quest’anno nelle sale, un film che mi ha particolarmente scosso per la storia che racconta, grazie alla magnifica interpretazione di Alessandro Borghi. C’è, io credo, una grande solidarietà nella ricerca di storie utili. Partecipiamo continuamente a bandi per poter proporre le nostre storie, con forza e con una certa urgenza. Questo un po’ dipende anche dal periodo storico che stiamo vivendo, un periodo in cui è difficile trovare presto una collocazione; dunque, cresce infinitamente l’intreccio di una serie di storie di persone che fanno le scelte più diverse, si incontrano, si lasciano e magari si rincontrano o non si trovano mai più. Altro film che mi viene in mente è Ricordi? Di Valerio Mieli. E la scelta diventa ancora più ampia considerando le centinaia di cortometraggi che vengono annualmente prodotti, spesso visti solo da alcuni. C’è indubbiamente un mondo, un fermento, dietro quei pochi film che ci è concesso di vedere, che crea competizione e unione nella ricerca e realizzazione di un progetto che valga la pena. Ecco, forse prima si poteva fare un film qualunque per diventare attore o regista, oggi bisogna fare un film vero, reale ed è sicuramente un buon augurio per il cinema del 2019.

 

Volendo focalizzarci sul tuo personalissimo percorso, com’è evoluta la tua visione di questo mestiere dal momento in cui hai modo di relazionarviti direttamente? Cosa vuol dire, in questo momento, essere attrice in Italia?

Dunque, io sono arrivata a Roma da una piccola città della Puglia, a 19 anni. Un’immersione per me totalizzante all’interno del Centro Sperimentale di Cinematografia, dove mi sono formata nei primi tre anni. I primi tempi io non sapevo precisamente di che cosa mi stessi occupando, poiché si trattava di un’esperienza ben lontana dal tradizionale, perlomeno nell’ottica di chi è cresciuto dalle mie parti. Finiti questi tre anni, mi sono trovata in un momento di profonda solitudine, ovvero, finalmente mi confrontavo con il mondo del lavoro. E poco a poco sono arrivate le scelte. Robert De Niro dice che il talento è nelle scelte e mi trova assolutamente d’accordo; quindi ho iniziato, e sbagliando, sbagliando ho fatto degli incontri meravigliosi che mi hanno stimolata, invogliata sempre a continuare. Essere attrice in questo momento in Italia, per me, significa poter scegliere. Soprattutto quando si è agli inizi, quando non sei ancora nessuno e stai faticando per riuscirci. La maggior parte delle volte si vede solo il risultato, il traguardo raggiunto e nessuno pensa ai sacrifici, alle rinunce, ai pianti, alle paure e a tutti gli ostacoli superati per arrivare fin lì. Credo che per un’attrice oggi sia importante sentirsi sola e fare affidamento solo sulle proprie capacità per poter raggiungere i propri obiettivi. E raggiungerli solo così.

Esiste un regista italiano, navigato o emergente che sia, che ti ha maggiormente spinto, attraverso i suoi racconti, a tentare la strada della recitazione? Da chi ti piacerebbe essere diretta, in futuro?

Sì. Premettendo che prima di tutti è stata mia madre a spingermi ad intraprendere questa strada,devo dire che c’è stata una telefonata in particolare che ricordo: frequentavo allora un laboratorio teatrale, ero ancora al liceo, e spesso venivano organizzati degli incontri con attori e registi cinematografici. Uno di questi incontri fu con un’attrice di successo, con una grande personalità. Mi colpì. E io colpii lei: finito l’incontro mi risentii con il mio maestro di teatro che a un certo punto, per telefono, mi disse: “c’è una persona che vuole dirti qualcosa…”. Era lei: mi disse che avrei sicuramente fatto questo lavoro, così, in maniera molto naturale e spontanea e senza un motivo in particolare. Oggi direi che quello è stato il primo “segno” di una lunga serie. Più tardi ce n’è stato un altro, quando ho avuto il piacere di seguire in tournè un grande attore di teatro, che non mi ha mai dato consigli espliciti, ma il suo modo di approcciare alla scena, al regista e ogni componente della compagnia mi ha insegnato che fare teatro o cinema in un determinato modo è davvero arte, per la professionalità, la disciplina e la dedizione infinite che ci metteva sempre. Il momento più bello era prima della chiusura del sipario, agli applausi: lui rientrava in scena a testa bassa, inchinandosi. La sua grande umiltà mi ha commossa e porto quel periodo bellissimo con lui nel cuore. In futuro mi piacerebbe essere diretta da Tornatore, Garrone, Sorrentino, ma anche da Golino, Mastandrea, Mieli, Rovere.

Negli ultimi anni, numerosi registi sono emersi nello scenario italiano, dando prova di un fervore artistico quanto mai fondamentale per la ripresa del nostro movimento; vedi un futuro roseo per il cinema nostrano?

Sicuramente. Credo che il cinema italiano stia già vivendo un periodo roseo, vedo tanti miei colleghi, diplomati come me al Centro Sperimentale, che hanno iniziato una bellissima carriera. Questo mi rende felice perché durante gli anni di scuola sono state diverse le occasioni di collaborazione tra un corso e l’altro, e posso dire che il loro successo è anche il mio, avendo vissuto tanti ostacoli al loro fianco. Ma non solo crescono le idee: continuano a nascere nuove case di produzione indipendenti che continuano ad accogliere i progetti più timidi e a sostenerli. Anche le Scuole di formazione sono molto frequentate dai giovani di oggi, si parla sempre meno di talento e più di preparazione tecnica, che, personalmente, credo sia più importante. E in base a questo è evidente che il cinema sia cambiato, c’è molta più preparazione in tutti i settori.

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E riguardo il tuo futuro, dove ti vedi tra dieci anni?

Dunque, rispondo due cose: dove mi piacerebbe vedermi e dove mi vedrei. Mi piacerebbe vedermi in un posto di mare, in una villa mia, possibilmente con due labrador al fresco, un aperol spritz in mano e circondata da belle persone che mi amano e che mi festeggiano. Da questo si deduce che avrò girato almeno 15 film.
Dove mi vedo?
Spero proprio lì!

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