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Il Ritorno di una Fantascienza Umanista

La Fantascienza si erge come un’autentica “scienza dell’apparire”, come ciò che da sé, venendo a presenza, si mostra, ma mostrandosi, al contempo, si ritrae, si nasconde.

Questo genere si esprime attraverso tematiche che spazialmente si allontanano dal nostro Io presente. Con la Fantascienza oscilliamo tra viaggi interstellari, incontri ravvicinati con alieni e androidi che cercano vendetta. In questo modo, però, distanziandoci sempre di più dal nostro presente, spesso inconsapevolmente, compiamo un passo in altra direzione, verso noi stessi. Con la Fantascienza, allontanandoci spazialmente, ci avviciniamo emotivamente. Poiché parlando di Altro, parlando di alieni ed androidi, alla fine, parliamo esclusivamente di noi stessi.

Recentemente è avvenuto un ritorno di questa Fantascienza, di una Fantascienza consapevole di se stessa, che, tematizzando l’Altro, si addentra nei meandri del Sé.

Noi siamo parte del mondo stesso, possediamo la capacità di esperire tutta la sua dinamicità. Percependo il mondo, però, non abbiamo la possibilità di osservare noi stessi nella nostra totalità, è come se soli potessimo permettere solo alcuni tratti del nostro disvelamento. L’individuo, quindi, è necessitato ad altri mezzi per rivelarsi al mondo e a se stesso. Ed ecco che entra in gioco lo specchio, prima come oggetto fisico e poi metaforico, capace di permettere la manifestazione del Sé, la scoperta dell’Io.

La Fantascienza gioca esattamente questo ruolo, poiché, tematizzando qualcosa di Altro, l’androide o un viaggio galattico, si disvela come un autentico specchio, nel quale è possibile contemplare se stessi da vari punti di vista. Il riflesso dello specchio, però, non è semplicemente l’immagine del soggetto, è anzi un’immagine altra rispetto ad esso, fondamentale nella costituzione di esso. La persona riconoscerà di esistere nell’incontro con l’alterità, nell’affrontare qualcosa di diverso da se stessa.

Lo specchio, che veste gli abiti del concetto di Altro, dona un’immagine al Sé, permettendo all’individuo di riconoscersi in essa ed esistere. Al contempo, però, quest’immagine non potrà mai coincidere pienamente con il soggetto, ed ecco che quindi, nell’atto della rivelazione, avviene un nascondimento.

In questo senso Fantascienza è “scienza dell’apparire”, poiché mostrandosi, si ritrae. La metafora dello specchio ci permette di comprendere che trattando l’Altro, concetto amplificato e per questo evidente nel discorso fantascientifico, noi analizziamo noi stessi, e quindi, alla fine, gli alieni siamo noi.

L’alterità, in quanto estraneità, permette al soggetto di scoprire una dimensione ignota, un’ombra sull’identità da se stesso partorita, caos in un effimero ordine. Accade, quindi, che al disvelarsi dell’alterità si manifesta l’autentica identità. Diviene così chiaro che l’alterità è essenziale per il riconoscimento dell’Io, che l’Altro ha un ruolo originario nella costituzione del soggetto. Il Sé si specchia nell’Altro, e specchiandosi entrambi si costituiscono, esistono. Perché all’origine, come alla fine, vi è il due, e non l’uno.

La Fantascienza, la vera Fantascienza, quella che si tinge di pennellate esistenzialiste, ha questo profondo ruolo. Essa, attraverso musica ed immagine capaci di danzare in un incessante divenire, crea un eterno mondo nel quale lo spettatore può, e deve, perdersi affrontando l’Altro, per ritrovarsi e costituire un Sé più autentico.

Oggi è come se si sentisse la necessità di un ritorno a questa Fantascienza Umanista, ed è una necessità che il Cinema ha deciso di intraprendere. Il primo vero segno di riapparizione avvenne nel 2014 grazie allo sguardo sul mondo di Christopher Nolan con Interstellar. Questo flusso venne prima assecondato e poi fatto proprio da un altro grande autore, Denis Villeneuve, prima nell’incontro con gli alieni di Arrival, e poi nella ricerca dell’essenza umana di Blade Runner 2049.

Interstellar – l’Amore che trascende Spazio e Tempo 

Christopher Nolan riesce ad utilizzare la fantascienza come cornice, come sfondo, giovando dell’idea di un viaggio interstellare in funzione dell’ultimo barlume di speranza per la salvezza dell’umanità, per raccontare una storia, una storia fatta di persone e di relazioni, una storia d’Amore.

Ed è così che la vicenda portante, l’avventura nello spazio, si mostra, ma in questa sua prima apparenza si nascoste, e nascondendosi manifesta il suo vero significato, ciò che vuole davvero lasciar essere: l’insopprimibile ed irriducibile potenza dell’Amore. Il viaggio interstellare nello spazio più lontano si disvela una parabola per la scoperta di ciò che ci è più prossimo, noi stessi.

Interstellar ci dona questa profonda verità, che anche nei meandri più abissali del cosmo, nell’oscurità più assurda in cui mai potessimo trovarci che ci domina eternamente, alla fine, ciò che autenticamente ci permette di agire e di essere è sempre l’irrazionale energia dell’Amore.

Un Amore che permette di vivere la vita in tutt’altro modo, di osservare il mondo da una prospettiva diversa, di esperire la temporalità in maniera differente. Amore che libera dalle barriere di una razionalità profondamente limitante per gettarsi nell’oltre. Amore che permette di trascendere tempo e spazio, come accade a Cooper e la figlia Murph, che si erge salvezza del genere umano, perché questo è ciò che nella sua primordiale essenza significa “umanità”. Amore che implica il conoscere in modo originale qualcosa, poiché, come diceva Agostino, si conosce solo ciò che si ama.

(leggi anche Interstellar – la metafisica dell’amore)

Arrival – Scegliere di Vivere

Arrival in apparenza parla dell’arrivo degli alieni, della comunicazione con essi, della possibilità conferita da un certo linguaggio di esperire il tempo in un modo essenzialmente diverso. Arrival, però, dietro questo guscio squisitamente fantascientifico, parla di tutt’altro.

Denis Villeneuve immerge lo spettatore in un mondo nel quale la protagonista, Louise, deve instaurare una comunicazione con un’entità aliena. Nello svolgersi della vicenda emerge chiara la consapevolezza dell’infinita capacità del linguaggio. Un linguaggio inteso come un modo di vedere e reinventare il mondo, essendo ciò che ci permette di essere chi siamo, può letteralmente modificare i nostri stati mentali, idee e pensieri. Gli alieni donano il segreto della propria comunicazione all’umanità, personificata in Louise, permettendole di  percepire il tempo in una maniera completamente diversa, non in maniera lineare, ma circolare.

Louise comprendendo la loro lingua, comprendendo emotivamente questa determinata concezione di tempo, potrà vedere il proprio futuro e quindi agire di conseguenza.

Ed è qui che la grande cornice fantascientifica, che ha coperto quasi l’intera stesura del film, inizia a sfaldarsi, permettendo alla vera questione della vicenda di emergere. La tematica centrale legata alla consapevolezza, la capacità di vedere cosa deve ancora accadere e grazie a ciò agire di conseguenza nel presente. Possiamo, in un certo modo, vedere il nostro futuro in una maniera simile a quello che accade alla protagonista. Sappiamo per certo, ad esempio, che moriremo e non possiamo fare nulla per cambiarlo. Come sappiamo che soffriremo, che cadremo e che ci rialzeremo, che piangeremo e che gioiremo, che odieremo e che ameremo.

Allora la questione diventa come affrontare tutto ciò, come comportarsi, cosa scegliere, come vivere di fronte a questa consapevolezza. Gli alieni, attraverso il loro linguaggio, conferiscono alla protagonista un dono, permettendole di scegliere l’autenticità rispetto alla falsità dell’esistenza.

Louise scoprendo in anticipo ciò che le accadrà in futuro, conoscendo tutte le sofferenze, le ingiustizie, le delusioni che necessariamente avverranno, ma al contempo anche tutte le gioie e l’amore che la vita le consentirà di provare, Louise prende una decisione e sceglie di vivere.

(leggi anche:  Arrival – Quando la Fantascienza abbraccia la Filosofia)

 

Blade Runner 2049 – L’Essenza di ciò che siamo

Blade Runner 2049 è una perpetua dialettica con la dimensione dell’Altro, un constante rapportarsi a ciò che è simile, ma al contempo diverso, all’essere umano. Nellincessante lotta tra umano ed androide, tra autenticità e falsificazione, lo spettatore perde i propri punti di riferimento e si smarrisce nei labili meandri dell’essenza umana.

In un futuro a noi decisamente prossimo, in cui la riproducibilità tecnica raggiunta permette l’esistenza di androidi dalle sembianze ed anime umane, sorgono spontanei dubbi che assalgono lo spettatore dissipando qualsivoglia appiglio. Che cosa distingue una copia dall’originale? Quali sono i confini della nostra identità? Cosa ci rende tanto unici da garantirci il primato sul mondo? Cosa significa realtà umana?

Il film non tratta esplicitamente tutte queste dinamiche, poiché il vero significato, essendo velato, si nasconde nell’apparenza caratterizzata da androidi e robot. I replicanti sono alla ricerca di sé stessi, alla ricerca di qualche cosa che possa permettere loro di divenire ciò che realmente sono. L’agente K, androide che attraverso un percorso di soggettivazione andrà a identificarsi in Joe, acquisisce consapevolezza di se stesso, si concepisce come fine del proprio progetto di esistenza. In questo processo di autocoscienza, Joe non sarà più l’agente K, ma ottiene un nome, un’identità ancora da costruire.

Il protagonista conferirà un senso, una direzione alla propria vita, ed avendo uno scopo, è come se si svestisse dai panni di replicante per incarnare ciò che significa autenticamente essere umani.

Lo spettatore, osservando il processo esistenziale di Joe, compirà anch’esso un percorso di affermazione di Sé, un riconoscimento di se stesso nell’Altro. Avviene così un movimento dialettico in cui il soggetto si definisce nella propria differenza, al disvelarsi dell’alterità robotica emerge la manifestazione della vera identità umana.

(leggi anche: Blade Runner 2049 – Una speranza di umanizzazione)

Diviene così evidente che noi esseri umani, per acquisire un’identità più autorevole, necessitiamo di oltrepassare i confini del concetto di ragione, di contemplare l’Altro per definirci, di andare sempre al di là di noi stessi. Emerge la paradossale esigenza di contemplare l’Altro per incontrare autenticamente se stessi, di esser in grado di amare per conoscere, di scegliere per vivere. Abbiamo un incessante bisogno di una Fantascienza consapevole del proprio peso, una Fantascienza che parli di emozioni, di sentimenti, di noi stessi.

Questa angosciante necessità, fortunatamente, è stata incarnata da un certo tipo di Cinema. Una via intrapresa da una particolare tipologia di autori che hanno deciso di percorrere; una scelta che non è frutto del caso, ma di un’attenta analisi della contemporaneità. Questi artisti hanno preso consapevolezza che l’essere umano, oggi, mostra un inarrestabile bisogno di autentica metafisica.

 

 

Tommaso Paris

“-Dio è morto, Marx è morto, e io mi sento poco bene- (Woody Allen). 22 anni, studio filosofia a Milano, ma provengo dai monti. Filosofia e Cinema, essenzialmente le due ragioni per cui mi alzo la mattina.”

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