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Donnie Darko e la Sensibilità Divergente

A far diventare leggenda Donnie Darko sarebbe stato sufficiente il tiepido sorriso del protagonista (Jake Gyllenhaal) che apre e chiude questa pellicola del 2001, diretta da Richard Kelly.

Nella scena iniziale, dopo essersi svegliato in mezzo alla strada di un’altura, Donnie trattiene lo sguardo su quel paesaggio suggestivo, limitato in parte dalla foschia delle prime ore del giorno, e il suo viso si arricchisce di un criptico sorriso. Se non fosse per quel sorriso, verrebbe subito da pensare al Viandante sul mare di nebbia, manifesto del Romanticismo tedesco, al quale si richiama simbolicamente. La finitezza dell’esistenza umana nella contemplazione dell’infinito, la ricerca del sublime accompagnata dalle note – sublimi, tanto per rimanere in tema – di Carpathian Ridge di Michael Andrews.

Nella scena finale – o comunque, l’ultima del protagonista – Donnie si adagia sul proprio letto, consapevole del destino che lo attende e rasserenato dal suo ruolo positivo nel destino degli altri. Anche stavolta sul viso prende forma un sorriso che fluttua tra una dolce malinconia e una trascendente serenità, nello spazio inesplorato di un dimenticato Orologiaio.

Dannatamente poetico – nonché profetico – che quel sorriso squarci la linea del tempo per farne un cerchio che collasserà su se stesso e in cui quello stesso accenno di riso si dissolverà. Un simbolo che, per contrasto, richiama l’ineluttabilità del destino e la precarietà della condizione umana, quasi schernendole.

Donnie Darko è un film costantemente in bilico tra la dimensione psicologica del personaggio e l’aspetto (fanta)scientifico della catena narrativa. Con l’andare avanti della storia, lo spettatore rimane intrappolato nel filo invisibile sul quale danza l’ambiguità fenomenologica della condizione umana, della quale Donnie è perfetta rappresentazione.

Viaggi temporali, sogni lucidi, schizofrenia, fisica quantistica, nessi causali circolari. La storia si snoda toccando tematiche che si intersecano nella mente del protagonista, creando nello spettatore una travolgente fascinazione in grado di curvare la più ferrea razionalità. Ogni elemento cinematografico è decisivo nella creazione di quell’alchimia che si sviluppa tra chi osserva la storia, chi la vive e tutto ciò che la determina.

La famiglia di Donnie Darko

Donnie è un ragazzo che vive nella più classica delle famiglie medio borghesi americane di provincia e che frequenta, per inerzia, il liceo della propria cittadina. Soffre di sonnambulismo e sembra mostrare sintomi di un disturbo schizofrenico di personalità. Tormentato dalla banale semplicità che ricopre le esistenze altrui, Donald cerca costantemente di trovare un senso alla propria, convinto che il velo di ipocrisia – parafrasando Schopenhauer – che avvolge la società possa essere squarciato.

La scena che caratterizza meglio questa tendenza ad evadere dagli schemi imposti dalla società, dalle categorie che fossilizzano il pensiero critico, è quella dove Donnie ribatte al guru Jim Cunningham venuto a tenere una lezione nella sua classe. Le azioni – spiega il guru – possono essere ricondotte a due classi morali: quella dell’amore e quella della paura. Cunningham chiede al protagonista in quale categoria ricada l’azione di riconsegnare un portafogli smarrito, ma tenendosi i soldi, alludendo al fatto che ovviamente faccia parte della seconda.

Questa tela acritica colorata di bianco e di nero non può render conto delle innumerevoli sfumature che riempiono il mondo e, per estensione, i comportamenti umani. Una realtà così vivacemente colorata da rendere obsoleto il tentativo di descriverla con l’ausilio di modelli costruiti ad hoc. Lo sa bene Donnie, consapevole dell’impossibilità non solo logica ed epistemologica, ma anche morale, di catturare il comportamento umano con paradigmi primitivi come quelli usati dal guru.

L’architettura narrativa si presta tanto ad interpretazioni fisiche (loop temporali e viaggi nel tempo) quanto ad interpretazioni psicologiche (sogni lucidi e sogni premonitori), dilatando lo spazio della razionalità che tenderebbe invece a dividerle. Questa struttura malleabile su cui si regge la storia di Donnie Darko ha senz’altro contributo ad elevarlo allo status di ‘film senza tempo’.

Ma ciò che rivela lo spessore artistico della pellicola oltre l’etichetta ‘cult’ è l’affascinante metafora che si adagia delicatamente ma con decisione sulla vibrante struttura narrativa. La chiusura temporale rappresenta l’immobilismo patologico di una società assuefatta alla quotidianità, senza spirito critico.

Donnie deciderà di spezzare quel loop temporale di cui era rimasto vittima, indipendentemente dal fatto che fosse frutto della sua mente o della realtà materiale, sacrificando la sua vita per salvare quella delle persone amate. Non è rilevante sapere se si trattasse di un universo tangente destinato a collassare su se stesso entro quei famosi 28 giorni o di un sogno premonitore che gli aveva permesso di vivere 28 giorni che altrimenti non avrebbe potuto vivere.

La scelta di Donnie Darko romperà quel destino, metafora del sistema semplicisticamente chiuso della società, senza spazio per l’analisi razionale, e contemporaneamente determinerà il suo compimento. Quella che ci viene mostrata è un tipo di sensibilità divergente, in quanto poggia su basi puramente razionali, senza limitarne la portata emotiva.

Rompere lo schema, fisico, divino o sociale che fosse, era il suo modo di darsi in quel pazzo mondo, il suo modo di celebrare l’esistenza. Rompere quel cerchio intorno al quale le persone corrono, senza saperne il senso, concetto chiave del capolavoro che è la colonna sonora manifesto del film: Mad World dei Tears For Fears, nel film ri-arrangiata da Gary Jules e Michael Andrews. E forse anche i sogni di Donnie in cui muore sono i migliori che abbia mai avuto.

The dreams in which I’m dying

Are the best I’ve ever had

I find it hard to tell you

I find it hard to take

When people run in circles

It’s a very, very mad world mad world

Quel sorriso amaramente isterico nel finale è figlio del paradosso che lo vede protagonista, perché lottando contro le regole, di qualunque tipologia siano, capita che, per vincere, si debba seguirle. Almeno un’ultima volta.

 

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Edoardo Wasescha

- Laurea magistrale in Filosofia e Forme del Sapere - Aspirante giornalista - Nerd da prima che diventasse una moda

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