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Nuovi Sguardi: Il Giorno Dopo – Le Gabbie Che Scegliamo (con intervista al regista Andrea Aglieri)

I cortometraggi sono microcosmi, che rinchiudono in loro innumerevoli mondi, riflessioni e sensazioni. In pochi minuti scene, dettagli e inquadrature raccontano storie, perfino nel silenzio.
Queste narrazioni e i loro autori, da scovare nel Sottosuolo Italiano, hanno bisogno di sostenitori, ed ecco quindi che vi presentiamo Il Giorno Dopo, vincitore di svariati premi tra cui miglior corto dell’anno, miglior regia, miglior fotografia, miglior attore, miglior corto thriller, miglior sound design ai Five Continents International Film Festival (Venezuela), miglior attore al Napoli Cultural Classic,  miglior attore e migliore fotografia al Barcelona Planet Film Festival e altri ancora.

Scritto e diretto da Andrea Aglieri, giovane cineasta che abbiamo avuto il piacere di intervistare, il corto si presenta come una parabola introspettiva e claustrofobica sui tormenti e le gabbie dell’essere umano. Prigioni che spesso siamo noi stessi a fabbricarci, sbarre che ci proteggono dal mondo esterno, fatto di paure e responsabilità di cui farsi carico. Sacrificando la libertà si è liberi dal fardello, ma poi cos’è che rimane? Desolazione e angoscia.
Esiste, forse, una chiave, ma solo se saremo disposti a trovarla e, cosa più difficile, ad accettarla. Altrimenti, nessuno spazio sarà mai abbastanza aperto, nessuna aria sarà respirabile, rinchiusi nel vuoto dell’ego.

A sinistra, il regista Andrea Aglieri, affiancato dall’attore Andrea Baglio

La perizia narrativa di quest’opera, realizzata con un budget tutto sommato modesto, ma molto ben sfruttato, non fa che riconfermare la presenza del talento sul nostro territorio.
Una storia, quella del corto, fatta di simboli e impressioni, di particolari celati in piena vista, geroglifici di un’anima, quella del protagonista, che lotta con le vessazioni dell’esterno e i mostri dell’interno. Un’anima che cerca un risveglio definitivo dall’incubo in cui, forse, si è intrappolata da sola.

Nella pellicola i dettagli giocano un ruolo determinante; l’esterno, la stanza, la casa, sembrano una proiezione dell’interno del protagonista. A quali scene uno spettatore dovrebbe prestare maggiore attenzione? Risponde l’autore stesso.

I dettagli per me sono fondamentali. Ci lavoro tanto. Prima e durante il set. Se poi hai la fortuna di dirigere un attore come Andrea Baglio, questo aspetto può solo che lievitare. “Nei dettagli c’è Dio”; è una frase che mi ripeto sempre, è una sorta di mantra. Intendendo, con la parola “Dio”, il massimo dell’espressione, dell’emozione, un sinonimo di quello che voglio raggiungere. Credo che uno spettatore debba prestare molta attenzione a tutto il corto. Almeno, questa era la sfida per me, il mio obbiettivo.

Oltre la forma, la sostanza. La storia di un internamento scelto e consapevole, lo sconforto e la solitudine che ci rinchiudono in una stanza sicura, asfissiante, deserta e arida. Il mondo va avanti e si rischia di rimanere indietro e morire.
Abbiamo chiesto ad Andrea come nasce, da dove nasce un racconto così intimo, da una profonda analisi del sé o da un’osservazione di una realtà esterna sempre più colma di confini e barriere in cui ci si auto-rinchiude?

Non so risponderti con esattezza, è sempre un insieme di cose. A volte una primeggia sull’altra e riesci a fare dei distinguo, a mettere un po’ d’ordine; altre volte, invece, risulta impossibile capirne la vera origine, ti si para davanti quella data immagine, ti viene quell’idea così, all’improvviso, d’istinto, come in questo caso. Nel corto sono racchiusi molti miei pensieri, riflessioni, emozioni, e c’è sicuramente di mezzo anche un’osservazione, un sentire di un certo tipo. Penso che molte persone vivano questa condizione, di chiusura, ne sono sicuro. La società ti spinge a questo; abbiamo tutti la paradossale tendenza a costruirci da soli la nostra gabbia. Stare al mondo può essere tremendamente difficile. C’è tanta depressione e solitudine in giro.

Il cinema è molto affezionato alla tematica della difficoltà dello stare al mondo: si va dalla poesia animata di Hayao Miyazaki, alle atmosfere noir di Taxi Driver, e in questo cammino dei giganti si incontrano anche voci più umili, ma altrettanto sincere, che hanno abbracciato il cinema e vale la pena ascoltarle, guardarle e sostenerle.

Sulla sua poetica cinematografica, sulle tematiche predilette per le sue storie, cosa fosse per lui il cinema, espressione o comunicazione, o entrambe, nell’eterno dualismo che presiede l’esistenza, Andrea ha dichiarato che

Ha a che fare con tutta l’esperienza umana. È ovunque. È vita. Il cinema è la vita; potenzialmente risiede in ogni cosa, esistente e non. Per fortuna ci sono molti temi che mi appassionano, mi toccano dentro, e che vorrei riuscire ad affrontare. Quindi la volontà è quella di cercare di cambiare sempre il centro del mio discorso. È anche vero che certe tematiche si possono presentare più volte, magari sotto forme differenti. A volte non ce ne rendiamo conto e sono gli altri a farcelo notare. Non è colpa nostra, fanno parte di noi. Mettiamo tutto quello che siamo in quello che facciamo, i nostri sogni, conflitti, speranze, amori, delusioni, fobie, perversioni, allucinazioni, bisogni, desideri, ossessioni, ecco, certi temi sono delle pure ossessioni. Ognuno c’ha le sue, ed è giusto così, come ogni persona malata che si rispetti. 

L’esterno è una dimensione carica di poteri indefiniti, pericolosi, una minaccia fantasma, spettro dell’alienazione e della malattia. È la realtà in cui, purtroppo, possono ritrovarsi tutti gli aspiranti registi, sceneggiatori e creatori in generale; abbiamo chiesto ad Andrea Aglieri cosa si sente di dire a tutti quelli che vorrebbero fare la sua strada, l’esperienza artistica, di certo la più tormentata, ma probabilmente la più capace di salvare l’essere umano.

Premetto che non credo di essere la persona più indicata per dare consigli, è un ruolo scomodo, pesante. Non ne sono all’altezza, ho ancora tanto da imparare, scoprire, migliorare. L’unica cosa che posso fare è dire la mia per quello che è stata la mia umile esperienza finora, per quello in cui credo, sperando che sia utile a qualcuno. Secondo me ci vuole innanzitutto passione. In abbondanza e fino alla fine dei vostri giorni. Altrimenti meglio lasciare stare, cercate altro, trovate, appunto, qualcosa che vi appassioni veramente. Ci saranno giorni bui, terribili, dove non ne potrete più di niente e di nessuno, giorni dove maledirete voi stessi, la vita che conducete, e quell’insana scelta di qualche anno prima. Giorni dove solo la dannata passione, l’inesauribile amore che provate per questa strana cosa chiamata cinema vi terrà in vita, salvandovi dalle viscere dell’inferno. Senza passione si muore.

Ma la passione da sola non è abbastanza. Occorre avere anche una qualche capacità, qualità. Qui la questione si complica. Passione e talento sono due cose diverse. Non è detto che nel pacchetto della prima sia già incluso il secondo. Ho conosciuto persone dotate di una passione smodata, ma, purtroppo, prive di talento. Ad ogni modo, i conti con le abilità, di solito, non si fanno subito, dipende dai percorsi che si scelgono; tuttavia nella maggior parte dei casi, se ci sono, lo si scopre successivamente, col tempo, facendo pratica, provando e riprovando, mettendosi in gioco. Per cui c’è da buttarsi, sporcarsi le mani, e vedere quello che succede. Se non ci provate non lo saprete mai. Per prima cosa bisogna studiare, leggere tanto, guardare film continuamente, soprattutto quelli dei grandi maestri del passato, e avere la possibilità di sbagliare.

Costruitevi occasioni o inseritevi in contesti che vi permettano di fare errori. Una marea di errori, di cazzate megagalattiche, di stronzate ai confini della realtà. Quanto più sbagliate, tanto più imparate. Se avete un amico con i vostri stessi interessi rafforzate il legame. Fate squadra. Aiutatevi.

Condividere una passione con qualcuno è uno dei grandi piaceri della vita. Quando sarete pronti poi, dopo qualche anno di duro apprendistato, arriverà quel momento: il momento della verità. Lo capirete da voi. A decidere sarà la vostra sincerità, l’obiettività che avrete nei confronti di voi stessi e il riflesso, l’effetto che un vostro dato lavoro, a cui terrete tanto e per cui vi sarete impegnati come mai prima d’ora, avrà sulle persone, e  intendo sconosciuti. Non valgono parenti e amici.

Certo, ci sarà sempre qualcuno a cui non piace quello che fate. Quello che conta è trovarne qualcuna di valida a cui invece piace. Ma mi raccomando, quando deciderete di uscire allo scoperto fatelo con un prodotto che abbia perlomeno i requisiti fondamentali per essere preso sul serio. Tutto ciò che fate senza un briciolo di sceneggiatura e fotografia, senza una recitazione decente, con un audio preso a cazzo di cane, non deve circolare. Non se volete fare cinema.

Si tratta di essere professionali fin da subito. Altrimenti siete degli amatori. Se avete un evidente problema creativo, organizzativo, tecnico o economico non forzate la mano, non cercate di fare quello che in quel momento, per un motivo o per un altro, non vi potete permettere. Ricordatevi che tutti giudicano sulla base di quello che vedono, a nessuno frega niente delle difficoltà che potete aver avuto in fase di realizzazione. Il patto che si stabilisce con lo spettatore non lo prevede. Fate in modo di utilizzare al meglio ciò di cui disponete e cercate di trasformare i limiti in punti di forza, a vostro vantaggio, contestualizzando sempre il tutto.

Certo, l’opinione che avete di voi stessi, di quello che fate, è molto importante. Ci mancherebbe altro. Quella sta alla base. Anche perché se non ci credi tu per primo, come puoi pretendere che ci credano gli altri? Bisogna essere determinati, pronti al sacrificio, alla guerra. Se servissero solo passione e talento, il mondo sarebbe un posto sano e profumato. Ci sono un sacco di persone talentuose che ad un certo punto del tragitto, stanche, disilluse, afflitte dal sistema che vige, mollano.

È sempre una tristezza quando questo accade. C’è da rendersi conto, d’altronde, che nessuno, a parte i vostri cari, vuole che voi ce la facciate, nessuno vi sta aspettando, nessuno sa che esistete, a nessuno frega niente della vostra stupida passione o dei vostri patetici sogni. Prenderete un sacco di no, troverete innumerevoli porte chiuse, manderete migliaia di email a cui nessuno risponderà mai. Eppure se pensate di avere qualcosa d’importante da dire, se ritenete di avere il talento necessario per dirlo con il mezzo cinematografico, dovete andare avanti. Studiate, scrivete, progettate, partecipate, guardatevi intorno, informatevi, prima o poi l’occasione si presenta. Magari un “no” diventa “ok, hai due minuti”, qualcuno lascia la porta socchiusa oppure incontrate la persona giusta. Perseveranza, estrema perseveranza.

Quanto uno sia convinto di riuscire determinerà anche il numero di tentativi che farà e se, all’ennesimo fallimento che troverà ingiusto e viziato, avrà la forza di rialzarsi e provare ancora una volta. Finché si ha motivo di crederci, è giusto crederci. Molte persone azzererebbero subito la questione parlandovi di fortuna, destino o fato. Non posso stare qui a dirvi che sono sciocchezze perché mentirei ma vi invito a non pensarci, altrimenti se uno ci pensa non combina più niente. Non tutto dipende da noi, non siamo padroni del mondo, vero, ma abbiamo il diritto di fare la nostra parte perché una porzione del cerchio è coperta da noi, dalle nostre scelte.

Quindi lasciate perdere questi discorsi e datevi da fare. La fortuna aiuta gli audaci. Bisogna sempre lavorare sodo, stare sul pezzo, dimostrare, in bilico, in attesa del nuovo giudizio. Gli esami nella vita non finiscono mai. Io ci sto provando, nel mio piccolo, come tanti. Comunque vada l’importante è non avere rimpianti e se uno ci prova, ci prova davvero, non può averne.

Un cortometraggio che analizza la possibile assuefazione alla comfort zone, quell’area calda e accogliente in cui possiamo evitare di confrontarci con gli altri e con noi stessi. Purtroppo, in effetti, il mostro che i pretendenti al trono di artisti devono affrontare è il cinema italiano stesso, la cui situazione è stata a lungo tempo compromessa. Non si possono ignorare i segni del risveglio, le produzioni armate di coraggio che hanno finanziato il nuovo, ma forse c’è ancora molta strada da fare. A questo riguardo Aglieri ha dichiarato che

La verità è che sono preoccupato. Stiamo parlando di un’industria che è passata nel giro di alcuni decenni dall’essere una delle migliori al mondo, per qualità e varietà della proposta, ad essere agli ultimi posti. Paesi come lran, Polonia, Romania, Belgio, Messico, Svezia, Danimarca oggi giorno ci asfaltano. Per non parlare della vicina Francia, il confronto è imbarazzante. Vado sempre al festival di Venezia e sembra di stare a quello di Cannes. Film francesi ovunque, in ogni sezione, buoni, fatti bene e di diverso genere, dal drammatico, alla commedia sofisticata, passando per il film d’autore, il poliziesco, il film in costume, per tutti i gusti. Basterebbe copiare l’organizzazione dei francesi per riprenderci e tornare a produrre con continuità e spessore, i talenti non ci mancano.

Mi viene da ridere a pensare a quelli che si lamentano che la gente preferisca guardare un film straniero ad uno italiano, ma che cosa ci si può aspettare dico io? Tutto ciò è la logica conseguenza di un sistema discutibile, per non dire altro, che produce piattezza. Mi spiace che questo succeda, che si sia creato addirittura una sorta di pregiudizio nei confronti del cinema italiano, è avvilente, credo ne abbia parlato persino il presidente della repubblica Mattarella durante il discorso tenuto in occasione dei recenti David. Ma questo pregiudizio non è infondato, non si è creato così, da solo, per volere divino. Le persone vanno capite. Da italiani avrebbero tutto l’interesse a sostenere il cinema italiano, così come sostengono la nazionale di calcio, il cibo o che so, i cantanti italiani. Se non lo fanno, un motivo ci sarà.

I trionfi festivalieri di alcuni lupi solitari, come può essere il Garrone o il Sorrentino di turno aiutano, ma non il cinema italiano di per sé. E salire sul loro carro dicendo che il cinema italiano è rinato ci fa solo del male, oltre che renderci ridicoli e ipocriti. Le cose si cambiano con delle politiche serie non con un Oscar. Bisogna invertire la rotta, non basta una leggera curva, occorre un sensibile cambiamento. Io ho fiducia in questa e nelle prossime generazioni, devo. Il futuro del cinema italiano dipende da loro, da quelli che sono appena arrivati e che arriveranno nei prossimi anni, non può avvenire da chi c’era prima, altrimenti lo avrebbero già fatto.

Ci vorranno decenni di duro lavoro prima di tornare ad essere pienamente credibili e competitivi. Delle cose si stanno muovendo, penso ai ragazzi che hanno inventato il “Pitch in the Day” ad esempio. Altre opportunità sono rappresentate dai produttori sani e dalle nuove realtà che si sono affacciate negli ultimi anni. Netfilx Italia è un’opportunità, mi spiace dirlo, ma è così. Dal punto di vista web la distribuzione prenderà sempre più piede se quella cinematografica non si da una mossa, e un biglietto non può costare quanto un mese di abbonamento a Netflix. Puoi fare tutte le poltrone vip che vuoi ma niente è più comodo del divano di casa se cerchi di “fregare” le persone. Non penso sia difficile da comprendere come concetto.

Molto deve essere ancora fatto, soprattutto dalla politica. Se non si instaura la meritocrazia come metodo e non si investe c’è poco da fare, continueremo a vivere di flebili bagliori nella notte. Sarà un’industria in salute quando torneremo ad investire, bene, senza sprechi, quando non ci saranno più storie vergognose come quella di Claudio Caligari, quando impareremo a proteggere, valorizzare e credere nei nostri prodotti di qualità, quando un film come “Un giorno all’improvviso” avrà una distribuzione decente, quando una persona non ci impiegherà sei anni della propria esistenza per fare un film come “Lo chiamavano Jeeg Robot”, dovendo rischiare i propri soldi. E ho fatto l’esempio di due film dall’enorme potenziale commerciale, pensa un po’.

Ma certo, loro seguono il volere della massa, ti fanno credere che sia la domanda a fare l’offerta, quando in realtà è l’esatto contrario; soprattutto all’inizio, quando la gente non conosce quel film, quell’attore, quel regista, soprattutto quando ad esercitare un ruolo decisivo in un senso o nell’altro è sempre la pubblicità. Comunque, il definitivo salto di qualità, quello culturale, che ci permetterà di liberarci una volta per tutte dagli inganni, lo faremo quando porteremo il cinema nelle scuole medie e superiori come materia di studio. Ma questa è fantavita, mi sono già pentito di averti confidato questa mia utopia. La rimetto subito nel cassetto, chiedo venia.

L’arte è un linguaggio universale e, in quanto tale, può essere compreso da tutti, apprezzato o meno che sia. I pareri, purché siano costruttivi,  sono tasselli importanti di quella informe e magnifica opera che è la creazione artistica.
Vi lasciamo il corto di Andrea Aglieri, che esorta, tra le tante cose, a mettersi in gioco.
Il nuovo deve rischiare, così come bisogna avere coraggio nel sostenerlo. Non tutti possono diventare grandi artisti, ma un grande artista può celarsi in chiunque (Anton Ego, Ratatouille).

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