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Il Tratto Mancante – Intervista a Riccardo Roan

Un uomo in una stanza cerca qualcosa con disperazione e riceve una visita inaspettata. In sintesi, questa è la sinossi de “Il tratto mancante” (2018), cortometraggio del giovane regista italiano Riccardo Roan, presentato in concorso alla sesta edizione della Torino Underground Cinefest.

Un corto stratificato, sia a livello stilistico che narrativo. Un film nel quale ogni battuta è stata studiata con perizia e ogni parola non viene detta a caso. La scenografia è il punto centrale dell’opera, che è basata su un immaginario surrealista molto ricco, che va da Dalì a De Chirico, fino a Magritte; la fotografia curata nei minimi dettagli  è straordinaria nel donare un’atmosfera sospesa nel tempo e nello spazio. Sorprendente è la dinamicità con cui Roan mette in scena il film che, grazie ad un montaggio incalzante e un ritmo sostenuto, travolge lo spettatore dall’inizio alla fine, anche grazie alla fluidità dei movimenti di macchina e l’efficace scelta delle inquadrature.

Tutto il reparto sonoro contribuisce alla creazione di un mondo estraneo al nostro e che sembra esistere solo nella stanza in cui il protagonista è confinato. La scelta di un’ambientazione così limitata e ricca di elementi scenografici è perfetta per rendere la claustrofobia che il personaggio vive e la regia aiuta nel restituire l’enigmaticità del personaggio stesso, che in più occasioni viene ripreso solo dal busto in giù in maniera tale da mantenere il viso celato. Il tratto mancante parla della memoria e dell’identità, che sono (forse) ciò che il protagonista cerca ossessivamente, ma la grandezza del film di Roan è proprio la sua natura surrealista ed ermetica, volta a diverse chiavi di lettura e interpretazioni.

Un’opera colma di simboli, che affascina per messa in scena e rimane impressa per via dello stile in cui viene veicolato un messaggio, che può essere quello della ricerca della propria identità perduta, o della vita stessa, una vita piena di pericoli e scelte sbagliate da parte del protagonista, ormai perso e lasciato a se stesso nei meandri della mente e della memoria.

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Di seguito l’intervista al regista e sceneggiatore Riccardo Roan che, presente al festival, ha gentilmente accettato a rispondere ad alcune domande riguardo al suo lavoro:

Il tuo corto è surrealista. Domanda che sorge spontanea: quali sono le tue ispirazioni artistiche nel campo del Surrealismo?

I riferimenti sono Magritte, De Chirico, Dalì e Breton, teorico del Surrealismo che ne scrisse il Manifesto. Riguardo lo stile, non ho influenze particolari perché sto cercando di formarne uno esclusivamente mio, personale.

Il corto è complesso dal punto di vista scenografico e stilistico. Come si sono divisi e quanto sono durati i tempi di produzione, e qual è stata la parte più difficile?

La parte più difficile è stata la costruzione del set, per la quale ci sono voluti 6 mesi. Per la sceneggiatura c’è voluto circa un mese, lo shooting è durato due giorni e la post produzione si è dilatata per quanto riguarda il sound editing, perché il montaggio e la color correction sono stati piuttosto rapidi. Interessante è il fatto che il montaggio era già previsto in sceneggiatura, nella quale appunto come il film dovrà essere una volta finito, sia dal punto di vista dei movimenti di macchina che della fotografia.

Ho notato uno stile registico molto preciso e studiato, anche perché il protagonista, specialmente all’inizio, non viene mai inquadrato in faccia, come se il focus non fosse su di lui. Ci puoi spiegare questa scelta?

Il protagonista è alla ricerca della sua identità e uno dei modi in cui ho cercato di legare l’esperienza del protagonista a quella dello spettatore è non inquadrare il suo viso. In questo modo annullo l’identità del personaggio e lo spettatore si chiede chi sia veramente.

Molto bene, grazie davvero.

Ti ringrazio!

Si ricorda che la settima edizione della Torino Underground Cinefest avrà luogo nel capoluogo piemontese del 22 al 28 marzo 2020. Un appuntamento imperdibile per gli amanti del Cinema!

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