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La Dolce Vita – Fellini alla ricerca dell’Essenzialità

– RETROSPETTIVE D’AUTORE: IL FAVOLOSO MONDO DI FELLINI – QUI TROVI L’INTRODUZIONE ALLA RUBRICA:https://www.artesettima.it/2019/04/07/fellini-lunico-vero-realista-e-il-visionario/

 

Scoprire di quale fattezza sia il tessuto della trama con cui è cucito La dolce vita è come pretendere di leggere il tempo dei propri sogni notturni alla luce di quello della vita, dimenticando l’assoluta incommensurabilità temporale contro la quale imperterrita si ostina la percezione dei primi come aventi una durata pari a quella di una qualunque esperienza reale. Fellini non teme di consegnare nelle mani del pubblico le immagini di una Roma che abita il paradosso della smaterializzazione come direttamente proporzionale alla sua percezione: essa sembra infatti perdere tangibilità fino a non esistere più nel momento stesso in cui è  vista tramite una camera da presa. Tanto più la si afferra quanto più essa si sfoca, si allontana, divenendo l’allucinazione di un incubo sognante.

Mastroianni fa da collante a questo processo di perdita di consistenza, riuscendo sia a costituire l’anello che tiene insieme ciò che è mostrato col solo scopo di essere nascosto, sia a garantire la necessità della perdita, del raggiungimento di un’essenzialità impossibile. La sua vita da esteta, che si consuma nella disperata ricerca del soddisfacimento all’immediato piacevole bisogno, sembra essere concepita solo per liberarsi dal peso della scelta: i passi da lui compiuti sono discontinue macchie di colore e portano come un fardello il peso della loro effervescenza mutilata dalle intermittenze dell’esistere.

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Aspirante scrittore che lavora per un giornale scandalistico, vive per collezionare frammenti di vite di gente del mondo dello spettacolo oppure semplicemente molto altolocata, come se, cibandosi di  fotogrammi di esistenze che avrebbero generato inutili pettegolezzi, si sentisse legittimato nel suo vivere per macchie prive di una loro intrinseca direzione, ma aventi un significato esauribile solo in loro stesse e quindi non spendibile per una riconfigurazione della propria realtà. In altri termini, l’appigliarsi del protagonista ad un qualcosa avente la consistenza di una mera chiacchiera fa sì che lui assuma lo stesso statuto di quest’ultima: ciò gli genera uno stato di inaggirabile frustrazione, in quanto troppo lucida per non essere consapevole di sé, ma troppo poco coraggiosa per liberarsi da se stessa.

La sua dichiarazione di poetica è fatta ad una festa a casa del ricco signor Steiner in cui, rivolgendosi ad una poetessa, afferma lurgenza per l’arte di liberarsi dalla retorica e da qualsivoglia tipo di bugia per farsi chiara, netta. In un contesto in cui il neorealismo in Italia va morendo, il bisogno felliniano dell’arte di emanciparsi dalla pedissequa rappresentazione della realtà, pur conservando nitida essenzialità, si fa dunque vivo nella bocca del giornalista Marcello Rubini (Mastroianni). Prigioniero del giornalismo e della letteratura, sente di avere troppi Dei per consacrare la sua vita davvero a qualcosa o a qualcuno: di fronte a questa dichiarazione, anche in questo caso la poetessa parla come un oracolo, affermando la necessità di farsi scegliere dalle passioni per essere certi della loro autenticità. Sono reali solo se sono queste in persona ad abbracciare i loro figli, investendoli con una forza talmente tanto dirompente da non dar loro neanche la possibilità di scegliere altrimenti.

Di fronte all’illusa costruzione di una vita patinata come quella del signor Steiner, Marcello sente di star “perdendo i suoi giorni” raccogliendo come conchiglie in riva al mare pezzi di dorate vite altrui, senza aver cura di trovare un fil rouge che conferisca senso ai propri. Per quanto anch’essa frutto di un’illusione, infatti, un’esistenza lussuosamente sbrilluccicante pone innanzi qualcosa di realizzato, dei “prodotti finiti”: Marcello fa infatti notare all’infelice Steiner come, oltre ad essere circondato da amici, abbia una casa e uno stipendio a dir poco invidiabili e una moglie e dei figli straordinari. Dalla finestra dell’inettitudine, infatti,  egli scambia per realizzazione il tenere in pugno qualcosa  che sia tangibile nel suo essere estremamente soddisfacente tanto ai propri occhi quanto, soprattutto, a quelli degli altri.

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Steiner, però, pur incarnando il classico stereotipo del ricco insoddisfatto che ricorda come non sia tutto oro ciò che luccica, mostra dei barlumi di tormento di un io esistente, seppur schiacciato dalla caricatura stereotipata di se stesso. Quest’ultimo, infatti, affogante afferma l’incontenibile nausea per il regime estetico su cui la società si regge, nella sua mania di assegnare a ciascuno un posto, non lasciando spazio per la possibilità di un non luogo e di un non tempo, o meglio concedendola in modo posticcio solo per controllarla. Ciò che egli auspica è una vita lontana dall’infernale immobilità propria della pace, una dimensione in cui sia possibile fuggire dalle passioni aventi la forma che la società ha impresso ad esse: in altri termini, brama il vivere al tempo stesso tanto la possibilità della coincidenza con l’amore, quanto il distacco da questo in un modo così autentico da poter abitare l’apollineo equilibrio dell’atemporalità di un’opera d’arte classica.

Emma, fidanzata di Marcello,  sembra dunque diventare, sempre più gradualmente, fino ad un punto di non ritorno,  il capro espiatorio su cui egli scaglia la rabbia nei confronti di tutti i rigidi schemi che la società cuce addosso a chi vi vive. Egli la accusa di volerlo costringere ad una vita da lombrico, stipato in quattro mura che bramano solo di essere ammobiliate e condite da una banale e meschina quotidianità, fatta di incombenze, litigate e solo qualche vago sprazzo d’affetto nei confronti della persona con cui si convive, il cui volto richiama perennemente al dramma del passaggio dal bruciante amore inziale ad una insostenibile reciproca sopportazione.

Elemento ulteriore tramite cui l’inettitudine di Marcello lo fagocita è l’incomunicabilità che assume svariate forme. Pare essere tangibilmente scorgibile a partire dalla lingua inglese della bella attrice Sylvia, con la quale Marcello trascorre un’onirica notte in cui il non detto e il non compreso valgono però più di qualunque parola. Si fa invece più effettiva, e non solo apparente, con il padre le cui attenzioni Marcello rivendica tanto disperatamente quanto invano, ottenendo solo un risoluto “Bisogna che vada”. Si fa costruita con Maddalena, amica di Marcello perdutamente innamorata di lui che, in una festa in una villa, da un’altra stanza, tramite un gioco di echi, gli comunica il suo amore per poi smettere improvvisamente di parlare: egli la cerca invano, finendo poi in un’improbabile seduta spiritica.

Tra ricerca di capri espiatori e incomunicabilità si muove quindi la vita di Marcello che trova sempre un diversivo, un modo come un altro per non annoiarsi, intrattenendo sé e gli altri, come nell’ultima festa rappresentata nel film, nell’ambito della quale si consumano orge e spogliarelli col solo scopo di evadere, di riempire vuoti che, invece, la percezione della realtà non farebbe altro che acuire. E’ il fragoroso rumore dato dalla rottura di una vetrata della casa in cui si tiene questa festa che scandisce bruscamente il passaggio dalla morte alla vita: il suicidio del signor Steiner e l’omicidio da lui compiuto dei suoi figli sembrano in un istante essere esorcizzati da quel rumore che conduce dalla  finzione di quest’uomo ad un’altra, cioè dall’aver votato la propria vita ad ottenere una felicità destinata a perire a quella, tipica di una festa, di una grande sciarada in cui nessuno è come sembra, pur volendolo ardentemente.

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Scegliere come immagine conclusiva il candore ingenuo del volto della ragazzina Paola e il congedarsi di Marcello da lei è emblematico dell’abbandono dell’infanzia volto ad abbracciarne un’altra. In pochi fotogrammi è condensata dunque tutta la tensione asintotica nei confronti dell’ingenuo e immediato vivere non imbrigliato in schemi sociali: l’impossibilità di pervenirvi è resa dalla difficoltà di comunicazione, dall’incapacità di quest’ingenuità di rintracciare vie comunicative che possano destare i sensi, totalmente irretiti dalle gabbie sociali. La mancanza di isomorfismo linguistico che caratterizza i mezzi dell’ingenuo rispetto a quelli di chi è corrotto dalla società è, a mio parere, metaforicamente resa dal tentativo di Paola di parlare  a Marcello, reso vano dalla distanza e dal rumore delle onde del mare.

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