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Deserto Rosso- “C’è qualcosa di terribile nella realtà, e io non so cos’è”.

Con Deserto Rosso nel 1964 Michelangelo Antonioni firma quello che può essere considerato un manifesto poetico. Manieristico nella sua tecnica, questo capolavoro nasce dopo un percorso che il regista aveva già intrapreso con la sua precedente Trilogia dell’incomunicabilità, arrivando ad un radicalismo concettuale che rende questa pellicola un’opera che indaga il mondo.

L’alienazione dell’uomo moderno – il suo essere in bilico – è la protagonista taciuta di questo film; è probabilmente la più grande certezza data già nelle prime inquadrature, fino alle ultime.

Vediamo protagonista Monica Vitti, già scelta dal regista come eroina per interpretare le sue donne tormentate: le donne infatti sono considerate da Antonioni più sensibili alla ricezione di un senso di malessere comune che stava affliggendo l’umanità negli anni del trionfo del consumo. Proviamo ora a ricostruire in parte la trama, necessaria per un’analisi migliore. La protagonista, Giuliana, viene subito presentata come una donna probabilmente depressa e insoddisfatta della propria vita. È sposata con Ugo, spesso assente a causa del suo lavoro (in fabbrica) ed ha un bambino di circa otto anni. Fin da subito si fa riferimento ad un incidente pare stradale che Giuliana ha vissuto, senza specificarne la natura, almeno inizialmente. L’equilibrio è rotto da Corrado, collega di Ugo in cui Giuliana vede un palliativo per il suo tedium vitae.

Attraverso la frequentazione tra i due personaggi, veniamo a conoscenza della loro sofferenza o insofferenza nei confronti del mondo e della società che lo popola. Corrado è un uomo ben consapevole delle contraddizioni spesso ciniche dalle quali è circondato. Nutre poca fiducia nell’umanità, ha però rispetto per se stesso e vive accettando un compromesso necessario. Lui non si sente mai bene in nessun posto, e se il prezzo da pagare è quello di eliminare almeno il tedio, allora quel posto cambierà sempre. La sua vita è un vagabondaggio che ben si concilia con il suo lavoro. Ecco il compromesso che Corrado ha trovato col mondo. Egli è lucido, conosce le risposte alle domande che Giuliana gli porrà, anche le più difficili.

“Delle volte non mi sembra di avere alcun diritto di trovarmi dove sono. Sarà per questo che ho sempre voglia di andar via.” 

Giuliana rivela a Corrado cose che non ha mai rivelato nemmeno a suo marito, parla del suo sentirsi fuori luogo ovunque, dei suoi problemi ad accettare o sopportare il mondo intero, e lo fa con una tragicità crescente nel corso della pellicola fino ad arrivare a epigrafiche sentenze; emblema dell’enorme “malattia” dell’anima che la divora da tempo. Con l’andare avanti della conoscenza tra i due veniamo a sapere della vera natura dell'”incidente stradale” di Giuliana. Essa è in realtà stata internata per qualche tempo in una clinica psichiatrica e l’incidente non è nulla di meno che il suo tentato suicidio. Un evento scatenerà nuovamente una crisi psichica in Giuliana, ossia la presa in giro di suo figlio, colpevole di aver finto un serio malanno per saltare l’asilo.

Giuliana si sente ingannata anche dalla creatura più innocente a questo mondo, perde l’ultimo briciolo di fiducia che riponeva in questo mondo nel quale non ha ancora trovato il suo ruolo e la sua pace. Corrado resta l’unica ancora con la realtà per la protagonista, che vi si reca prima della sua imminente  partenza per la Patagonia. Nel loro ultimo e toccante incontro vi sono delle sequenze e dei dialoghi che resteranno nella storia della Settima Arte. Nel finale, quasi come se Giuliana avesse ritrovato una parvenza seppur probabilmente temporanea di equilibrio interiore, la vediamo ricongiungersi a suo figlio e camminare senza meta circondati dalle fabbriche: emblema di un mondo moderno che con i suoi fumi, le sue scorie, le sue ipocrisie e contraddizioni, sta avvelenando il pianeta e soprattutto i suoi abitanti. il Male peggiore di questa umanità deriva da ciò che essa si è costruita e da ciò che si è lasciata dietro.

 

Tecnicamente il film è ineccepibile, tutte le inquadrature danno un senso di straniamento che si riflette nello spettatore attraverso le atmosfere aride e tetre delle ambientazioni. In sottofondo si sentono in continuazione dei suoni che sembrano più delle interferenze di suono meccanici, volti a rendere in ogni scena l’idea di un perenne trovarsi in prossimità di industrie o emblemi meccanici della società tardo capitalista.

Ogni sequenza sembra essere figlia di un’immaginazione degna di Thomas Eliot e della sua Waste Land, o dei versi di Montale. Proprio con quest’ultimo, più vicino all’anno di uscita del film, troviamo una grossa similitudine. La consapevolezza che il poeta premio Nobel aveva raggiunto, quasi ricordata dalla figura di Corrado, il suo razionale disincanto verso un mondo troppo poco incantato, viaggia in parallelo alla critica che Antonioni vuol portare con il mezzo cinema. Nell’era del mercato, dell’industria, del cottimo, la perdita di colore del pianeta e il suo inquinamento equivalgono a quello che sta succedendo alla stessa maniera nell’animo della gente, i cui valori e le cui emozioni sono ormai incompatibili e la cui vitalità sta pian piano esaurendosi.

Non tutti sono in grado di raggiungere un compromesso con la propria vita, Giuliana vede la luce per un secondo, nel finale, ma il suo raggiungimento di un qualcosa di positivo resto fortemente in dubbio e la sequenza finale chiude esplicitamente quello che sta succedendo a tutti gli  esseri che popolano questo mondo con una sentenza che suona come un gong.

“-Perché quel fumo è giallo?-

-perché c’è il veleno-

-allora se un uccellino passa lì in mezzo muore?-

-ormai gli uccellini lo sanno, non ci passano più.”

 

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