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Teatro Margherita – “Ennio Morricone. Un maestro”

Il teatro Margherita, in un sabato pomeriggio barese tanto soleggiato quanto ventoso, ospita una partita avvincente, adrenalinica come poche, a detta di quelli che si lasciano felicemente trasportare dai moti del Bifest. Parlo della chiacchierata tra i premi Oscar Giuseppe Tornatore ed Ennio Morricone –  a quest’ultimo, già in mattinata al Petruzzelli, sono state consegnate le chiavi della città –  e di una strabiliante quantità di ascoltatori che ancora una volta sono lì a farsi testimoni del successo di un festival che non esita a riconfermarsi di anno in anno.

“Ennio. Un maestro” è il libro attorno al quale i due iniziano a conversare, frutto della loro collaborazione: così fa il libro stesso, impostandosi come un botta e risposta che ci propina la visione del maestro Morricone sul cinema non rinunciando, tuttavia, a presentarsi come una chiacchierata tra due amici che palesano con grande stima reciproca il loro rapporto esclusivo, tanto e  profondamente legati da un inflessibile sodalizio artistico.

Tra le più disparate dichiarazioni di umiltà del compositore, dalla timidezza alla generosità più volte ribadite ed elogiate dall’amico Tornatore che maneggia magistralmente ironia e saggezza (quelle che un regista con un repertorio di pellicole raffinato come il suo evidentemente ha acquisito), ho capito subitissimo che un quadretto così elettrizzante non ti capita davanti agli occhi tutti i santi giorni (citando Virzì, che in questo caso però non c’entra).

E allora mi sono goduta lo spettacolo.

Un Morricone anziano ma con una voce dalla tonalità sorprendentemente alta, pazzesco, ho subito pensato. E che bello. Che bello essergli di fronte, anche se in piedi e schiacciata dalla gente che cerca di ritagliarsi un angolo tra le teste di troppo per spiarlo.

«Qui ci vuole Morricone», racconta Tornatore, alludendo con questa frase alla nascita della loro intesa, quando capì come necessaria e più idonea sarebbe stata la mano del maestro per quella colonna sonora (Nuovo Cinema Paradiso, 1988) che inizialmente aveva pensato di affidare a Nicola Piovani (come già accaduto per il suo primo film, Il camorrista, 1986).

Come non immaginarla e quasi sentirla, vedendoli seduti vicini, quella melodia che ha fatto – e continuerà a fare – tremare generazioni di cuori sensibili (può esistere del resto un cuore non sensibile a questo? Io non credo).

O, ancora, come non pensare alla vastità di quell’oceano che ci pare quasi percepire e toccare ogni volta che, rivedendo La leggenda del pianista sull’oceano (1998) – il capolavoro tratto dal Novecento di Baricco – , riascoltiamo quella drammatica colonna sonora.

L’abilità dell’improvvisazione: a detta di “Peppuccio” – Tornatore, così affettuosamente chiamato durante l’evento da Morricone– il maestro, se ispirato, ti compone una meraviglia nell’arco di pochissimi minuti, come non stesse aspettando altro quando gli fai una proposta: così per Baarìa (2009), per i titoli di coda, ad esempio, richiesti e intavolati subito, che sono certa non sfuggiranno all’attenzione di nessuno di coloro che erano presenti non appena avranno modo di rivedere il film.

Ma più di tutto ad illuminare l’ascoltatore durante questo pacifico duello da poltrona di appena un’ora è l’acquisizione di una consapevolezza. E cioè quella che ci dice che non esiste un Morricone solo. Ma un Morricone per Tornatore, un Morricone per Leone, uno per Tarantino, uno ancora per Montaldo. Ciò che più di ogni altro aspetto colpisce di un artista è forse allora nient’altro che questo: la capacità di scardinare l’impossibile, come impossibile può essere solo un essere umano, tanto da arrivare a conoscerlo nell’intimo. Riuscirci, riuscire a dire qualcuno, a raccontarlo con la musica, è uno dei modi più poetici di dare un epiteto o una didascalia alla parola intesa. Questo il rapporto regista-musicista, non macchinoso, solo profondo. Non superficiale, ma intenso. La musica nasce da un proprio modo di essere: e Morricone ha un tutto suo e ben definito e circoscritto modo di essere.

Ma questo non basta e allora si sposa al modo di essere di colui che deve gestire in toto la pellicola, nientedimeno che il regista. Il maestro finisce per conoscere l’architetto della pellicola, ciò che gli piace e allora impara a disegnarne melodie. Morricone infatti si lascia volutamente sfuggire un aneddoto divertente che non scappa all’udito di chi ama il pettegolezzo in alto stile: Almodovar ad esempio, dice, è stato uno di quelli che «non dice niente», e invece dire è importante, il musicista deve sapere cosa piace o cosa non piace al regista, non può accettare che ad occhi chiusi questi accetti il suo lavoro, come, d’altronde, potersi conoscere col silenzio? Non va giù insomma, al maestro, che il regista non si faccia coautore, che non dica la sua, non si sta poi così bene in un set (e in un mondo!) in cui «va tutto bene» semplicemente perché non è vero, non è vero per niente che va sempre tutto bene.

Ciò che resta, a fine partita, quando arriva il momento di rimettersi gli occhiali da sole, sono mani sfregate dagli applausi, quelle di chi reputa Morricone “il maestro” e non “un maestro” come invece lui stesso ha umilmente sostenuto di preferire – di qui non a caso il titolo del libro – e ha gioito nell’ aver preso parte ad una festa così. E lo sfondo è quello di un cielo e un mare azzurri, di un azzurro prepotente, come piace a noi, che amiamo la prepotenza di una città che sa ormai bene come riscattarsi in queste splendide giornate.

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