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Non sono un assassino – Sincerità, Inganno e Negazione.

Non sono un assassino, prima internazionale al Bifest di Bari 2019, è tratto dall’omonimo romanzo del magistrato Francesco Caringella.

Francesco Prencipe è un vicequestore della Polizia di Stato barese, un uomo delle istituzioni che viene improvvisamente accusato dell’omicidio di un suo fraterno amico, il pubblico ministero Giovanni Mastropaolo. I due non si vedevano né avevano contatti da un paio d’anni ma quando, alle cinque del mattino, Giovanni lo chiama, Francesco non può fare a meno di trascinarsi giù dal letto, mettersi in macchina, e percorrere i duecento chilometri che li separavano.

Quando il cadavere di Giovanni viene rinvenuto nella sua villa isolata tutti i sospetti ricadono inevitabilmente sull’amico, un tempo inseparabile ma con il quale i rapporti sembravano essersi ormai deteriorati, l’unico presente sulla scena del crimine nell’ora in cui il coroner aveva stimato essere avvenuto il decesso.

Non sono un assassino è tuttavia un legal thriller sui generis poiché, al di là delle indagini, degli interrogatori e del processo con il dibattimento innanzi alla Corte d’Assise, più che sulla reale identità dell’assassino indaga sulla psicologia dell’imputato, la sua personalità, i suoi affetti e i suoi demoni.

L’incipit è evanescente e sfuggente: immagini sfuse e spurie, continui balzi temporali che indagano (con un ordine che pare quasi casuale, una panoramica generica più che l’intreccio di una trama) sulla vita del protagonista, Francesco Prencipe.

Bevi dialoghi, occasioni e incontri, che sollevano pian piano il velo di un mistero svelando qualcosa dell’amicizia tra il poliziotto e il giudice. Li vediamo ragazzi, poi adulti, in compagnia delle mogli, li vediamo uniti e poi in tensione, ma abbiamo sempre l’impressione che vi sia qualcosa in sospeso, qualcosa di celato: il velo non si alza mai completamente, si solleva abbastanza da far intravedere un brandello di verità per poi, immediatamente, tornare a coprire una storia che conserva una componente estremamente ambigua.

E’ come se l’obbiettivo venisse ristretto, mettesse a fuoco qualcosa ma poi, ancor prima di permettere allo spettatore di stabilizzare lo sguardo e discernere i dettagli della scena, immediatamente, si allargasse in una massa informe e sfocata, per poi passare altrove, in un altro tempo, un altro spazio, ancora intellegibile.

In seguito la storia diviene più lineare e il legal thriller ha inizio: l’indagine, il cerchio che inesorabilmente si stringe attorno al sospettato e, infine, il processo. Ma i veri indizi paiono restare estranei all’aula di Tribunale, non sono ammessi agli atti ma riaffiorano pian piano sotto forma di ricordi.

Si continua a scavare nella personalità di Prencipe, con flashback che rimandano all’amicizia con Giovanni, al matrimonio, alle amanti e, finalmente, iniziamo a distinguere qualcosa, uno spettro di personalità che si delinea pian piano e, infine, si incarna, diviene sostanza.

Una cazzata tutte cazzate – è la regola di credibilità del testimone, dell’imputato e di tutti i soggetti del processo.

Basta una sola, singola, bugia e la credibilità inesorabilmente crolla, come un castello di carte che frana al soffio di un respiro, un’incongruenza, un battito di ciglia, e il presunto innocente si tramuta in colpevole.
Chi è innocente non mente: è una massima inconscia dell’esperienza, una verità indefettibile.

Questo non vale solo nei tribunali, vale anche nella vita di tutti i giorni e, saccheggiando i ricordi di Francesco Prencipe che ci vengono mostrati sullo schermo, iniziamo pian piano a vederne le contraddittorietà e le ambiguità, sebbene essi, considerati in se stessi, si presentino come intrinsecamente coerenti. Ciò che non fila sono le azioni con il personaggio nel suo insieme, una leggera discrepanza di personalità che pian piano si acuisce e ci insospettisce, ci fa credere che vi sia qualcosa di non detto.

Tu non sei un bugiardo, tu sei di più: tu inventi… inventi le vite.

Prencipe sembra innocente in tutto, anche quando non lo è: il divorzio, i tradimenti, il rapporto con la figlia e quello con Giovanni. Con l’ars oratoria ci convince della sua buona fede, ma questo può funzionare in un singolo avvenimento isolatamente considerato, non quando tutte le scene, in una sorta di puzzle, si compongono nella mente dello spettatore, delineando un personaggio diverso da quello che ci si era immaginati all’inizio. Uno alla cui parola non si potrebbe mai credere, sebbene Prencipe  sembri davvero convinto di ogni singola frase che pronuncia, al punto che, seppure fossimo persuasi dal fatto che il poliziotto sia realmente sincero con gli altri, dubiteremmo comunque che egli lo sia con sé stesso.

Non sono un assassino“, Prencipe sta mentendo a noi, oppure, al contrario, è sincero con lo spettatore, con gli altri personaggi, ma inganna sé stesso?

La memoria che serbiamo, in merito a un avvenimento, coincide realmente con quanto è di fatto avvenuto? O essa non altro che un mero soggettivismo, una spiegazione, certo plausibile, ma pur sempre velata dall’inganno che ognuno di noi mette silenziosamente in atto, nei confronti degli altri ma, soprattutto, verso di sé?

Al di là del verdetto, al di là dell’imputazione, al di là dell’assassinio che potrebbe o non potrebbe aver commesso, l’ambiguità di Prencipe getta un’ombra sulla sua intera persona: non è affatto necessario parlare del finale e di chi sia o meno l’assassino, ciò che conta è che lo spettatore, pian piano, quasi inconsapevolmente, prende coscienza del fatto che Francesco è esattamente  il tipo di uomo che sarebbe capace di uccidere il suo migliore amico, negarlo finanche a sé stesso e continuare a ripetere, con limpida sincerità: “Non sono un assassino”.

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