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I Volti di Fellini: l’Innocente

Innocente

Non basterebbero una manciata di articoli per esplorare l’innumerevole varietà di volti che l’opera felliniana ha saputo regalarci: volti succubi, incerti, sognanti, poetici nella loro fragile purezza. E se le espressioni di Marcello Mastroianni, più volte alter ego del regista stesso, hanno assunto nei decenni una riconoscibile iconicità, è necessario soffermarsi su ogni fugace sguardo dipinto dal maestro romagnolo per tentare di comporre un manifesto della sua poetica.

Sguardi che si ripresentano, a distanza di decenni riesplorati, rielaborati; in quest’articolo proveremo ad addentrarci in uno dei volti che, in diversi modi ed in diverse chiavi, più volte è apparso lungo la vasta filmografia di Federico Fellini: l’innocente.

E sebbene così presentato potrebbe apparire come un’etichetta, il termine innocente racchiude in sé una serie di particolarissime sfumature, e gli stessi personaggi che l’hanno incarnato presentano effettivamente personalità diverse, spesso addirittura distanti. Accomunate, tuttavia, dallo stesso fragile candore.

Gelsomina

Innocente

Innocente perché incapace di ignorare il poetico, il bello che si nasconde dietro ogni dettaglio, seppur coperto da uno spesso velo di squallore e degrado. Giulietta Masina, protagonista de La strada nei panni di Gelsomina, esprime esattamente questo tipo di ricerca, guidata tuttavia da un’inconsapevolezza che la svela nella sua ingenuità, dolce e naturale come lo stesso nome suggerisce.

Come un bambino impotente, Gelsomina segue Zampanò tra esibizioni circensi e vagabondaggi notturni; più la strada viene battuta, più si incontrano e si scontrano le loro diversità. Nonostante tutto, Gelsomina non fugge, gli rimane vicino, infantilmente convinta che in qualche forma abbia bisogno di lei, e lei di lui.

Se non ci sto io con lui, chi ci sta?

E lo accompagnerà, in un modo o nell’altro, fin oltre la vigliacca fuga dell’uomo. Anni dopo, sentendo per le strade di una piccola cittadina la melodia più volte suonata da Gelsomina, Zampanò verrà a sapere della sua morte. Un dolore inspiegabile e probabilmente mai provato prima lo pervade, spingendolo a prostrarsi dinanzi all’immensità del mare, segnato dal rimorso di aver, di fatto, abbandonato una bambina alla morte.

Ivo

Innocente

Percorso diverso ma parallelo quello di Ivo Salvini, lunatico protagonista de La voce della luna, l’ultimo film del maestro Fellini. La distanza di 36 anni tra i due film in questione è estremamente resa chiara dal contesto nel quale il regista sceglie di far muovere i rispettivi personaggi. La voce della luna è un malinconico affresco ritraente il cambiamento della società italiana, l’espandersi del consumismo, la spersonalizzazione.

In tale atmosfera, Ivo e il prefetto Gonnella, eccentrico pensionato interpretato da Paolo Villaggio, vagano per la pianura padana, ascoltando voci, inseguendo visioni, fuggendo dalla sempre più uniforme massa cittadina, dalla quale si sentono emarginati e indesiderati.

Tratto che accomuna maggiormente Gelsomina e Ivo, nonostante i quasi 40 anni di differenza, è proprio il rifugiarsi nel loro sguardo poiché troppo puri per tentare di vedere le cose come il mondo vorrebbe loro le vedessero; e se la Giulietta Masina de La strada affidava alla melodia della sua tromba ogni sua illusione, il Roberto Benigni de La voce della luna preferisce rimanere in silenzio, osservare, ascoltare ogni singolo sussurro che la luna stessa sembra indirizzargli.

Paola

Si distanzia, pur senza allontanarsi, il terzo ritratto dell’innocente dipinto da Fellini su cui ci focalizzeremo: Paola, la ragazza che, ne La dolce vita, Marcello incontra in un bar. Scosso, disorientato dal vortice nel quale la vita lo ha risucchiato, il protagonista di uno dei film più emblematici del regista s’imbatte nel volto candido di questa giovane fanciulla, che riapparirà solamente nella scena finale.

Innocente

Non c’è molto da descrivere, né da analizzare, nella figura di Paola; il suo è un richiamo alla purezza, all’innocenza, per l’appunto, dal quale Marcello viene attirato, incuriosito, ma che al contempo gli sfugge, rendendosi inafferrabile, intangibile.

Nella celebre sopracitata scena finale, i due condividono un ulteriore sguardo, in un’alba in riva a una spiaggia romana. L’uomo, sulla scia della precedente serata che continua a perpetuarsi nelle ore del mattino, la intravede a pochi metri di distanza, mentre gli urla qualcosa tentando di farsi comprendere. Ma Marcello non la comprende; non coglie l’ultima, finale occasione di ricongiungersi al candore che gli era stata concessa. Non può coglierla.

E infine, la ragazza lo guarderà incamminarsi, per poi dedicare alla camera il suo ultimo sguardo, prima che la scena si dissolva.

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