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Il Male come origine del Bene

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Quello che le serie tv spesso ci propongono è una costellazione sfumata di personaggi nei quali tendenze negative e positive si intrecciano profondamente, al punto che distinguerli nettamente non è possibile.

Breaking Bad, Game of Thrones e Gomorra sono testimonianze più o meno contemporanee di strutture narrative che accolgono ed enfatizzano questo criterio: utilizzando le evoluzioni della trama, i cambiamenti dei protagonisti sono marcatamente drastici rispetto al passato, perché oggi il fatto che l’Uomo possa essere al tempo stesso buono e malvagio, altruista ed egoista, è un’evidenza sempre più inconfutabile.

Quando ci appassioniamo a show come questi, adottare una prospettiva d’analisi complessa è necessario per non perdere di vista questa importante verità psichica; proprio perché siamo umani le azioni di questi personaggi ci muovono, proprio perché siamo umani risvegliano la nostra empatia.

L’equilibrio tra i due poli è una pura illusione: ammettere di essere totalmente bianchi o neri significa rinunciare alla consapevolezza che la maniera più corretta per riflettere sui due estremi è attraversarli costantemente, muoversi tra le seduzioni portate dal Male e la purezza offerta dal Bene, ma senza considerare le due qualità permanenti una volta contattate.

Un esempio da ognuna delle serie citate può essere utile per comprendere meglio la portata di importanti personaggi in linea con questa tendenza. I tratti che hanno in comune sono condivisi anche da altri protagonisti, ma selezionarle alcuni per questo spaccato serve ad evidenziare le loro esperienze.

Breaking Bad: Mike e le mezze misure

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Le vette che Breaking Bad ha raggiunto nel corso delle sue stagioni sono dovute alla capacità dei produttori di presentare trame intricate animate da personaggi con motivazioni comprensibili anche quando commettevano il male: Walt, Gus Fring, Hector Salamanca sono gli esponenti principali dello show e coloro intorno ai quali gran parte dei drammi prendono vita.

Tra i personaggi secondari, insieme a Saul Goodman, Mike Ehrmantraut ricopre un ruolo interessante perchè la sua caratterizzazione cambia di stagione in stagione: da poliziotto in congedo a sicario al soldo di del potente narcotrafficante di Los Pollos Hermanos, mentre allo stesso tempo opera come investigatore privato.

Nei primi episodi in cui appare, Mike viene percepito con ostilità dai protagonisti: il modo cinico di portare a termine i cruenti incarichi che Gustavo gli affida lo piazza tra i cattivi, come un soldato del Male che non possiede (o non mostra) un lato empatico nei confronti del prossimo.

Senza battere ciglio prima spia la famiglia di Walt e poi, al termine della terza stagione, quando viene incaricato da Fring di eliminare sia lui che Jesse, un sentimento di ineluttabilità ci scuote, perché abbiamo imparato a conoscere le sue letali capacità al punto tale che prevedere un risvolto positivo è arduo.

Iniziamo a stabilire un contatto umano con Mike a partire dalla quarta stagione: il presupposto del rapporto da mentore con Jesse è solo la base per il fortissimo, affettuoso legame che lo lega alla nipotina Kaylee, alla quale ha destinato tutti i suoi illegali guadagni; la bambina è il vero, autentico senso della sua complicata viva, capace di condurlo al di là del Male che era destinato a compiere.

Uno dei discorsi più unici pronunciati dall’ex poliziotto è quello sull’inutilità delle mezze misure, sperimentata a caro prezzo sulla propria pelle: spiegando a Walt il suo modo di pensare rispetto ai pericoli legati alla criminalità, riusciamo ad entrare in contatto con la profondità del personaggio quando egli evidenzia che le azioni drastiche sono l’unico mezzo certo per sopravvivere, anche quando sono motivate dal male.

Sandor Clegane: da Mastino a guerriero

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Come Game of Thrones ci ha fatto apprendere bene, Westeros è una terra complessa dove incontrare persone buone è estremamente difficile; stagione dopo stagione, le tragedie si sono accumulate al punto tale che fidarsi totalmente di un personaggio è impossibile. In questa dinamica ovviamente sono compresi innumerevoli eroi, antieroi ed antagonisti che rendono la narrazione viva ed emozionante fino alla guerra contro il Night King, che sta animando l’ultima stagione in queste settimane.

Sandor Clegane, il temibile soldato inizialmente al servizio di Joffrey, è uno dei protagonisti secondari verso i quali la nostra considerazione muta: inizialmente non possiamo che individuare in lui un male senza scrupoli, che lo porta ad assassinare un innocente senza pensarci due volte e ad eseguire gli ordini più cruenti.

Come il suo soprannome suggerisce, si tratta di un semplice cane da guardia, che combatte per se stesso limitandosi ad eseguire gli ordini di coloro che possono dargli ciò di cui ha bisogno per vivere con decenza nel presente; il discorso cambia e il suo carattere si trasforma dopo la Battaglia delle Acque Nere, che mettendolo di fronte alla sua paura per il fuoco lo allontana dalle garanzie della corte per cominciare una vita da eremita.

La sua evoluzione raggiunge l’apice non solo grazie al rapporto con Arya e all’aiuto ottenuto dal predicatore che lo salva dalla morte, ma anche dal modo in cui il suo istinto di sopravvivenza lo guida a stabilire relazioni umane nuove: mentre in precedenza, proprio come un cane vedeva le persone distanti, dopo aver esperito determinati rischi riesce a vedere negli altri un lato nuovo, nel quale riconoscersi.

Grazie a questa capacità di cambiare prospettiva il Mastino diventa uno dei personaggi più amati dello show, perché intrattiene con le sue battute ma soprattutto perché capisce che in certe occasioni seppellire un cadavere è il modo migliore per dare ad un’anima la pace alla quale egli stesso anela.

Ciro Di Marzio: dall’ambizione alla lealtà

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Quello di Gomorra è un universo nel quale la cruda realtà si manifesta in tutta la sua potenza: l’illegalità pervade ciascuno dei personaggi e tutte le azioni, anche le più morali, si manifestano nella cornice dell’interesse personale ad ogni costo.

Intorno all’Immortale e alle sue grandi ambizioni di potere ruota la trama delle prime tre stagioni, nelle quali seguiamo l’evoluzione spregiudicata dei suoi rapporti con i Savastano e gli altri boss della malavita napoletana; il suo è uno dei personaggi recenti più affascinanti proprio perché le sue sfumature morali stimolano la nostra empatia e ci impediscono di odiarlo del tutto.

Sebbene la storia di Danielino lo illumini di una luce raccapricciante e disumana, infatti, il suo contatto familiare umano e paterno animano negli spettatori un riconoscimento naturale ed inevitabile; il potere che cerca di ottenere non è in opposizione con il benessere che desidera per la sua casa, ma in un rapporto complementare.

Il problema di Ciro sta nel fatto che quando ha scelto di privilegiare il potere all’amore, ha perso di vista l’importanza immensamente più grande che la ricchezza affettiva ha rispetto al controllo della periferia di Napoli; l’errore di valutazione lo conduce a perdere tutto e alla solitudine totale, e in questa fine la sua nuova personalità prende vita.

Il malavitoso continua la sua ricerca di potere, ma i sentimenti che lo animano cambiano perché antepone all’interesse personale l’affetto per alcuni fratelli che in fin dei conti gli sono sempre stati vicino, come Genny; anche col giovane boss del centro Sangue Blu sviluppa un legame importante, diventando il suo mentore. I problemi che nascono nell’alleanza tra i tre non sono colpa sua, ma a causa del suo passato Ciro avverte la necessità di risolverli.

Il sacrificio che compie sullo yacht è l’ultimo atto di lealtà di un uomo che apprende dall’esperienza e orienta diversamente le sue priorità, preferendo l’umanità alla distruttività dell’egoismo.

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Il tratto comune di questi tre esemplari personaggi sta nel modo in cui il tempo cambia la percezione che abbiamo di loro: tutti e tre iniziano male, ma per un motivo o l’altro un percorso di redenzione che li porta verso il Bene viene intrapreso e attiva negli spettatori una sensibilità umana intuitiva, immediata e quasi inconsapevole.

Il caso è dato dal rapporto tra Mike e Jesse, dall’intensità emotiva che lega il Mastino ad Arya o a Beric Dondarrion più avanti, e dalla sofferente condivisione che unisce Ciro alla rabbia di Genny:

ciò che origina il Bene a partire dal Male è il fatto che il contatto umano guadagna una forza preponderante, capace di superare la primordiale urgenza dell’egoismo, costruendo un’integrazione sfumata tra le parti cattive e quelle buone delle loro personalità.

Non li odiamo, non li amiamo, li riconosciamo perché psicologicamente avvertiamo con loro un’affinità umana, frutto di un’opera di civiltà che è un sentire comune nel quale condividere dolore e gioia, Male e Bene.

Leggi Anche: The Stanford Prison Experiment; La banalità del Male

Gianluca Colella

Ho 24 anni, studio psicologia clinica a Napoli e quello che amo della mia esperienza con la Settima Arte è la possibilità di legare ciò che studio agli show e ai film che amo; lo spazio culturale soggettivo e oggettivo nel quale possiamo emozionarci riconoscendo l'evoluzione di storie, personaggi ed affetti è una delle cose più preziose che abbiamo e secondo me l'arma più preziosa del cinema. Un po' la Forza di Star Wars.

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