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Jesus

Lo hai detto hermano, no se escherza con Jesus. 

L’indimenticabile Peppino de Filippo affermava che far ridere è molto più difficile che far piangere, perché è nel convulso di una risata che si cela il dramma della vita. Con Il Grande Lebowski, Joel e Ethan Coen confermano quest’idea, perché la comicità all’apparenza semplice del film è in verità sprigionata da una trama articolata, da personaggi curati nei minimi particolari e da sequenze stilisticamente perfette come quella che ci presenta Jesus, un giocatore di bowling ispanico destinato a diventare uno dei camei più iconici della storia del cinema.

Infatti, in poco più di due minuti, i fratelli Coen riescono a stampare a fuoco nella nostra mente questa figura così particolare, ma in qualche modo autorevole. La postura di Jesus lascia parecchio a desiderare, il vezzo di leccare la palla prima di scagliarla contro i birilli è tutt’altro che attraente, usa una retina per i capelli, indossa una pacchiana tuta lilla e il sostegno per il polso che utilizza è ai limiti del ridicolo. Eppure, quando appare Jesus, il mondo si ferma. Il personaggio interpretato da un grande John Turturro possiede una fama che lo precede, lo sguardo del Drugo, di Walter e di Donny indugia su di lui, a metà tra la sfida, lo scherno e il timore, perché in fondo sanno che è lui l’avversario più temibile.

Il contesto è quello di un semplice torneo locale di bowling, una manifestazione ovviamente poco significativa. Chi vi partecipa, però, la prende come una guerra, soprattutto il veterano Walter, pronto a far entrare in una valle di lacrime chiunque non rispetti il regolamento, perché “questo è il bowling, non il Vietnam, qui ci sono delle regole”La pista si trasforma in un campo di battaglia per uomini dalla vita fallimentare, così come l’attesa tra le sedie diventa un luogo dove ricapitolare le proprie disavventure, confrontarsi con gli avversari e creare dei momenti esilaranti nel loro impianto tragicomico.

È questa comicità realistica, ironica e originale a rendere The Big Lebowski un film unico, una gemma nella storia della commedia cinematografica. Ogni personaggio è ritagliato sui propri difetti, basti pensare a Drugo, un uomo pigro e fortemente inerziale, o agli opposti Walter e Donny, il primo ferreo e minaccioso, il secondo mesto e remissivo. Jesus, invece, viene raccontato partendo dai suoi sedicenti pregi: è goffo e caricaturale, certo, ma è un avversario determinato, un giocatore che non ha bisogno di presentazioni, un uomo con cui non si può sgarrare.

Abre le orecchie, ascolta, pendejo: prova a fare una delle tue estronsate de pazzo, prova a tirare fuori el ferro, io te lo estrapo de mano, te lo metto en el culo e poi premo el grilletto hasta che siento el clic.

Jesus appare per un frammento di film, una manciata di minuti, e impone la propria figura ad astanti e pubblico, lasciandoci a bocca aperta per il modo in cui ci riesce: poche efficaci parole, un’estetica inconfondibile, un atteggiamento spavaldo. La cover di Hotel California dei Gipsy Kings ne accompagna le epiche gesta e ogni inquadratura è perfettamente studiata per disegnarne un ritratto così leggendario da strappare inevitabilmente delle risate. I fratelli Coen sono poeti anche nella comicità, dove è più difficile esserlo, nel mondo delle lacrime di gioia che celano dolore, nel complesso universo del divertimento. I due maestri non ne sottovalutano le potenzialità, anzi, premiano lo spettatore e la sua capacità di osservazione. Perché nel caotico e ossimorico universo di Lebowski, fatto di equivoci e contrasti, per noi è esilarante il fatto che no, non si scherza con Jesus.

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