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Euforia – Il dolore che fortifica il legame fraterno

Euforia: recensione

Euforia è la storia di due fratelli. Rappresentato al Bif&st 2019, questo film cerca di rispondere ad una amara e profonda attualità. Morte, malattia, tentativo di rinascere. Questi sono gli attimi con cui le famiglie, purtroppo, sono costretti a fare i conti. Ed Euforia lo realizza, appunto, mediante due fratelli, la cui vita, a volte cattiva, li ha obbligati a riavvicinarsi a causa di una situazione estremamente complicata.

La trama del film ruota attorno a due protagonisti. Il primo è Matteo (Riccardo Scamarcio), giovane impreditore di successo, dotato di un carattare mondano, la cui vita è vissuta senza freni. Droga, alcool, discoteche, festini, amici snob sempre pronti a soddisfare ogni sua richiesta, benché soggetti, anche loro, da mille problemi. Ad esempio Tatiana (Valentina Cervi) sembra soffrire d’ansia e di improvvisi attacchi di panico; il tutto condito da una frase che ripete sempre: “Sono triste. Molto triste”.

Il secondo fratello è Ettore (Valerio Mastrandrea), il maggiore. A differenza di Matteo, Ettore è tutto l’opposto, quasi l’antitesi perfetta. Ha preferito condurre una vita monotona, a suo dire “normale”. È un insegnante di scuola media; un uomo dotato di una carattere cauto, tranquillo, senza eccessi. Carattere, però, che l’ha portato a vivere sempre nell’ombra, a non sentirsi mai realizzato: infatti, nonostante sia sposato – da cui ha avuto un figlio – è convinto che ormai il matrimonio stia sull’orlo del fallimento. Il suo vivere nella più totale irrealizzazione di sé, è dovuto a quel timore che lo stesso fratello gli rinfaccerà a fine film: sbagliare.

Euforia: recensione

Valeria Golino, alla sua seconda opera dopo Miele, scrive e dirige un film da un impatto molto forte. Magari da un punto di vista narrativo è meno estremo rispetto al precedente. Ma Euforia rispecchia coerentemente il suo predecessore mediante quella raffinatezza cinematografica propria della regista.

Anche in questo film è la morte l’elemento cardine, su cui ruota l’intera trama. Ad Ettore, infatti, viene diagnosticato un tumore al cervello, purtroppo maligno e in fase terminale. Questo porta i due fratelli a riavvicinarsi dopo tanto tempo e ad affrontare la malattia. E lo fanno non predendo mai la situazione di petto. La circoscrivono, Matteo sceglie la strada dell’inganno, minimalizzando la malattia con tutti, anche con il fratello che è ignaro delle sue reali condizioni.

È come se la morte, posta all’orizzonte, ne definisce il perimetro, ne costruisce la profondità sensoriale, anche se poi rimane sempre ai margini degli aspetti più narrativi.

Euforia gira molto il dito nella piaga. Cerca di spiegare fino a che punto una famiglia si può spingere pur di non parlare di un male davvero grave. E, soprattutto, come e cosa fare una volta che la disgrazia sia compiuta. Piangere? Disperarsi? Arrendersi? Matteo fa di tutto pur di tenere alto il morale in casa e lo fa servendosi anche di quel suo lato cinico ed egoista nei confronti della vita. Mente al fratello, spende soldi pagando la cura, le medicine, le gite, i regali. Tutto pur di lasciare fuori la porta di casa il dolore a cui non è per niente abituato. Esorcizzando, forse, quello che lui prova realmente, sebbene esplode in quel pianto finale.

Euforia: recensione

Quel dolore che domina Euforia striscia lentamente in ogni minima fenditura del film. Lo contamina e anche i momenti più leggeri diventano strazianti per lo spettatore. Basti pensare al balletto di Stanlio e Olio che i due fratelli imitano in ospedale, il quale, come la madre ricorda a inizio film, era sempre inscenato dai due quando erano piccoli. Insomma, un’allegria velata in tristezza più profonda.

Non c’è mai un abbassamento nel mediocre. Il film presenta poche scene madri, con le quali riesce a mantenere un’alta credibilità, condita dalla straordinaria bravura e interpretazione dei due attori. Abbiamo un Scamarcio davvero meraviglioso e in piena maturità; e un Mastandrea capace di rendere la malattia così vera, autentica… dolorosa.

L’Euforia su cui si poggia il film, e che in un certo senso sembra andare in antitesi con il resto della trama, è nella riscoperta delle piccole cose, nel poter riprendersi di tutto ciò che rientra nel nostro passato, compreso quel balletto poc’anzi citato. È un invito ad essere perdutamente innamorati di quelle cose che la vita ci dona. Perché le dona una sola e singola volta.

Euforia: recensione

Alla fine, quello che resta davvero è quel fraterno abbraccio commuovente, sotto quelle bizzarre e impreviste coreografie di un meraviglioso stormo di rondini, immerse in un bellissimo cielo azzurro di una Roma caotica.

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