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In the Mood for 2046

Perchè non si può tornare indietro?

L’ultima domanda, l’unica risposta.

Un sorriso che è essenza dell’impossibilità del tempo.

2046 insegue, In the mood for love resta immobile.
Perchè non può raggiungerlo allora?

Prima di rispondere a tale premessa, forse priva di senso, che ci sia concesso, se ci andrà davvero, di danzare nell’eterno non tempo del poetico Wong Kar-wai, sospesi nel per sempre non più, nel per sempre non ancora.

La Poesia del non sapere di essere Poesia

Il fumo e la pioggia sono gli unici veri indicatori del non tempo e del non luogo di In the mood for love.
Perchè il fumo eternizza l’istante, dilatando ogni cronologia all’impossibilità di dirsi.
Perchè la pioggia è un colore troppo potente per concedere spazio alle altre tonalità del mondo, divenendo unico spazio del non passare del tempo.

Un uomo ed una donna scoprono che i rispettivi coniugi hanno una relazione.
Per caso, per obbligo della storia che gli è scritta addosso, si sfiorano.
Per sbaglio, per bisogno, si sussurrano.

Solitudini inconsapevoli di essere possibili. Sguardi, violini.

Come possiamo sapere chi siamo, se quando ce lo chiediamo siamo appena già stati?
Come possiamo sapere con chi danziamo, se quando ce lo chiediamo stiamo già danzando?

Lui, semplicemente essendo sé, senza minimamente sapere chi lui stesso sia, la insegue.

Lei, che tanto teme di trovare una felicità che mai ha potuto pensare di meritarsi, fugge.

Non del tutto, però.
Perchè non è una storia dei sì e dei no questa, è la storia del sempre forse, e per gli animi che nel forse si perdono, il chissà è l’unico aedo che può cantarli.

Può bastare il non toccarsi, per amarsi totalmente?
Può bastare lo sfiorarsi di sussurri spiati, per scoprirsi innamorati?

Si incontrano in un non luogo, una stanza come un’altra che non può che essere una stanza, non essendo una stanza.
2046 è il numero, gli specchi sono la realtà.

Ma lei teme il mondo che non comprende la meraviglia, e lui teme che lei non possa mai smettere di temerlo.

Quanto tempo è passato?
Un solo per sempre può bastare?

Lui deve fuggire dall’eternità impossibile, per poter essere anche solo per un momento nel tempo.

“- Non pensavo ti innamorassi di me
– Nemmeno io lo credevo[…] Certe cose succedono così. Credevo di avere tutto sotto controllo.”

 

Ma non basta una volta in cui il sempre non è bastato, perchè il non-tempo va sconfitto con la follia dell’istante di coraggio.

“Sono io, se ci fosse un biglietto in più, verresti via con me?”

Lui è la poesia del non sapere ancora di essere nel bel mezzo di una poesia, la più pura, incontaminata dal sapersi Bellezza, prima ancora del mentre, mentre eternamente rimane sospesa.

Lei è la possibilità di attuare una potenza infinita, prima che l’eterno arcobaleno non abbia più colori in questo mondo per sopportare il non ancora.

“Sono io, se ci fosse un biglietto in più, mi porteresti via con te?”

In un altro luogo, prima ancora che l’istante si dia ad un tempo reale, la coincidenza, figlia ribelle della fortuna, decide che non può essere.

Lei fugge un secondo prima, lui arriva un secondo dopo.
Il tempo condanna i naviganti della sua antitesi.
Ma è davvero il non-tempo, il sospeso ad essere l’antitesi del tempo?

Immobile, immobile è il segreto sussurrato nella fessura del luogo eterno.
Sfocato, sfocato è l’uomo che si condanna a risolvere un ricordo non ancora terminato.

Quando l’uomo dice la sua poesia, è perchè non più egli può essere in essa.
O forse non ancora, perchè nel forse non vi è differenza tra il sempre e il mai.

La Poesia del non poter più essere Poetici

“Tutti quelli che vanno al 2046 hanno un solo obbiettivo in mente: ritrovare i ricordi perduti. Perchè si dice che niente cambia mai nel 2046, ma nessuno sa se quel punto esiste veramente, perchè nessuno è mai tornato.
Nessuno, tranne me.”

Per raccontare la poesia del non sapere di essere poesia, il Maestro dipinge un’opera di sussurri, che non si espliciti mai, che non sia mai consapevole di essere poetica, del non avere il senso di dirsi.

Per raccontare la poesia del non poter più essere poetici, il maestro scrive un’opera di frasi poetiche, di ricerche parziali, che espliciti sempre la sua mancanza, del non riuscire più ad essere così poetica, del doversi dire per avere senso.

Quell’uomo che non sapeva d’esser poesia, scrive un’opera di umani che svaniscono nel non-luogo del forse fu.
Il suo protagonista è l’unico superstite, il suo protagonista è il sopravvissuto.
Ma lo è anche lui?

“Ho amato una donna, ma lei mi ha lasciato, speravo fosse nel 2046 e quindi sono andato a cercarla lì, ma non c’era, da allora non riesco a smettere di chiedermi se mi abbia mai amato, la risposta è un segreto che nessuno conoscerà mai. I ricordi sono sempre bagnati di lacrime.”

Che fosse quest’ultimo il segreto nascosto alla fine di In the mood for love?

Volente o nolente, o semplicemente involontariamente vivente, lui diviene poeta che nega l’inconsapevolezza della poesia, lui diviene il poeta che insegue nel singoli pezzi tutto ciò che fu per lui l’unica cosa.

Sesso, alcool, plurale.

Può un uomo amare, se l’amore è una storia che gli è sfuggita?
Può l’uomo danzare, se ancora attende che quel ballo non finisca mai, pur non essendo più?

Tutte le donne che incontra sono parte di un archetipo irripetibile, perchè non era stato scritto da lui.
Egli, oramai, è il racconto di se stesso, perchè non può dirsi senza dire ciò avrebbe voluto dire quando ancora non sapeva di essere poetico.
Egli cerca sussurri che furono, trasformandoli in poesie sovrascritte, per sempre finite.
Perchè non può essere direttamente sé, dopo aver scoperto che quando lo fu, era amore.
Non può essere altro che il poeta della poesia che fu.

Ma, nel mediarsi del dover dire le cose poetiche, la poesia diviene la mancanza di poeticità essenzialmente presente senza bisogno che si dica. La poesia, diviene il racconto di tutte le cose che per poco alla poesia non giungono, o che troppo tardi si rendon conto che avrebbero potuto.

Il non-tempo è divenuto il “non è più il tempo”.

Tutto ha senso per lui, per questo nulla può più averlo.

L’uomo, che per tutto il tempo vivrà nella camera 2047, lui e non il suo protagonista, non sa più scrivere un lieto fine, semplicemente perchè non può accettare di non averlo scritto quando poteva.
Ma, se smettesse di scrivere il suo non poter scrivere, potrebbe di nuovo scrivere?

Lui no. Lui non può. Lui non potrà mai.
Perchè lui pensa di dover tornare indietro.
Perchè, la verità, è che non si torna indietro.
Perchè il forse non ha un prima o un dopo, ha solo un mentre che non sa di esser tale.
Perchè lui ha solo un pensiero in mente.
Perchè lui non è mai tornato.

2046, così, per sempre, diviene la meraviglia del non poter più essere una meraviglia.

 

 

 

…un segreto.

Eppure, esiste un segreto, che forse qui ci inventiamo, o che forse il Maestro ci ha nascosto, sussurrandolo nell’albero dell’eterno.
Colei che in 2046 è colei che ancora può amare, la figlia del proprietario dell’Hotel, l’amata del personaggio dal nostro lui scritto, la meravigliosa Faye Wong, proprio in un gioco ancora più meta-cinematografico di quanto già 2046 non sia, ci sussurra il segreto.
“In un’altra epoca, in un altro luogo, la nostra storia sarebbe stata diversa.”, segna l’impossibilità di poter essere mai più della coincidenza onorato attore. Eppure, proprio lui, che è Tony Leung, fu in quell’altra epoca, in quell’altro luogo con lei.

Perchè non si può tornare indietro? Perchè, la verità, è che non si torna indietro. Perchè il forse non ha un prima o un dopo, ha solo un mentre che non sa di esser tale.
Certo. Ma esiste sempre un tempo in cui il forse finisce, per chi ancora ha tempo per avanzare nel subito dopo.
E chissà che il chissà conceda ad altri l’onore di raccontare.

Perchè, forse, è il lieto fine l’unica cosa, il resto è la sua mancanza.

 

Andrea Vailati

"Un giorno troverò le parole, e saranno semplici." J. Kerouac

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