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L’immortalità di Space Jam

Se siete stati bambini negli anni ’90, dovreste frugate bene dentro i vostri mobili o ripostigli perché sono certo che, in una custodia ingiallita dal tempo, possiate trovare la vhs cult di questo film, magari non originale, magari registrata sulle spoglie del nastro realizzato per lo scialbo battesimo di un parente senza ricordi, con voi entusiasti nel sacrificare un video così lontano dai colori e dal kitch dei Looney. Saranno secoli che i vostri occhi non si immergono in questo film, eppure vi ricordate ancora le battute e magari riuscite a cogliere anche le citazioni tarantiniane di Pulp Fiction e delle Iene che vi saranno sfuggite alla prima visione. La nostalgia vi riporta a quei tempi sulle note di “I believe I Can Fly” di R. Kelly sviluppando un piacere sempre sorprendente, amplificato ad ogni ulteriore visione. Ma perché?

Space Jam è un film in tecnica mista, ossia realizzato mescolando diversi procedimenti cinematografici, così da creare una danza tra il live action e l’animazione, creato sulla scia di altre opere di successo divenuti classici (Mary Poppins, Fantasia, Chi ha Incastrato Roger Rabbit, Fuga dal Mondo dei sogni, Elliot il drago invisibile, Casper, Pagemaster).

Diretto da Joe Pytka, possessore di uno scarno curriculum cinematografico, come lo sconosciuto Felice e vincente ed appunto Space Jam, in seguito sparito a mò di Maria Schneider dai radar cinefili. Ma Pytka, per la verità, fu solamente prestato al cinema, dato che di mestiere si occupava soprattutto di pubblicità (Apple, Nike, Budwieser durante i 90s). Egli rappresentò la miccia per il progetto, dato che centrale fu proprio il set dello sponsor Nike, di cui testimonial e icona era ed è Michael Jordan, dove appunto il campione dei Bulls duettava assieme a Bugs e agli altri Looney. Qui nacque l’idea del lungometraggio. Pytka avrà anche contribuito all’incipit ma risulta fortemente a disagio nelle sequenze “reali” del film mentre dimostra buon talento nelle miste, aiutato poco da una sceneggiatura non all’altezza di quanto raccolto.

Ma il successo del film prima, durante e soprattutto dopo, era scritto, per questo è stato annunciato un sequel con Lebron James nel 2020, ma è difficile replicare il successo dell’originale, un’opera che per essere compresa al meglio è necessario compiere un salto di quasi 30 anni.

Innanzi tutto non si può non pensare che Space Jam funge da deus ex machina per il primo ritorno sui parquet di sua maestà Michael Jordan.

Nel 1993, Jordan è l’atleta più famoso sul pianeta, il più iconico grazie al brand Air ed universalmente riconosciuto come il cestista più forte di sempre. In un mondo privo delle odierne connessioni nessuno non conosceva MJ. Dopo aver vinto il terzo titolo Nba consecutivo ed avendo al collo la medaglia olimpica del Dream Team del ’92, egli prende la sofferta decisione di ritirarsi a seguito del tragico assassinio del padre, lasciando orfano a sua volta il mondo del basket. Nonostante il ritiro e la modesta carriera nel baseball, tributo al genitore scomparso che sognava il figlio cimentarsi nel suo sport preferito, la macchina del marketing lo tenne legato al basket e quel cordone tenne in vita la folle idea di un ritorno. Da qui lo spot e l’incontro con la famiglia Warner. Il film catalizzerà il rientro, anzi lo anticiperà poiché Jordan tornò ufficialmente a calcare i palazzetti nel marzo del ‘95, mentre il film uscirà diversi mesi dopo nel ’96, la produzione sperava in maggiore sincronia, ma fu impossibile contenere l’entusiasmo di Michael nei confronti del suo ritorno al basket.

Space Jam è un affresco fedele a quello che erano gli anni ’90; la pellicola, infatti, riesce a sfruttare l’odierna corrente del marketing-nostalgia. Abbiamo il sound, lo urban style, le amatissime stelle Nba di quegli anni come Barkley e Hewing, gli attori cult, perché Bill Murray per il giovanissimo pubblico a cui è rivolto il film è e sarà sempre Il Dr. Peter Venkman dei Ghostbusters, e l’occhialuto pacioccone di Wayne Knight rimane indelebile nelle vesti goffe di Dennis Nerdy di Jurassic Park. Da ragazzini era divenuto un scioglilingua la sua battuta poco pubblicitaria “Allacciati le tue Nike, prendi i tuoi cereali e un Gatorade. I Big Mac li compriamo lungo il tragitto“.

E poi c’erano i Looney, passati quotidianamente in tv: Bugs, Duffy, Porky, Silvestro, Taz, tutti perfettamente calati in un nuovo ma funzionante ruolo, un compito arduo poiché sarebbe stato facile snaturarli privandoli dal costrutto delle classici gag. Fu una sfida sicuramente vinta. Una menzione speciale la merita Lola Bunny, caduta in disgrazia perché tutti si sono concentrati sulla sua femminilità, sullo scimmiottare a volte Jessica Rabbit, e non sulle sue buone qualità, visto che si trattava del suo esordio e del primo personaggio femminile dei Looney. Al contrario di altri personaggi d’animazione del gentil sesso (spesso oche, varie gatte morte ed imbranate nei modi di fare), Lola rappresenta al meglio la categoria: sveglia, caparbia e non si lascia mettere i piedi in testa da nessuno. Il fatto, poi, che si esalti la sua sensualità nonostante pratichi uno sport tipicamente maschile regala un concetto nuovo e del brio al film, oltre a rappresentare una rivincita per tutte le ragazze in tuta.

È chiaro a tutti che la Warner Bros. ha riscaldato per l’ennesima volta la lasagna del gioco di squadra, del non mollare mai, della fiducia in sé stessi, dell’impegno per raggiungere un fine comune. Ma se questa morale la trovate sparsa in qualunque film adolescenziale, questa volta cambia il mezzo attraverso cui diffonderla e il modo per renderla appetibile e replicabile da una generazione. Non solo tramite il basket ma tramite il suo inarrivabile campione e il suo numero: il 23.

 

Il Michael Jordan ragazzino era insicuro e timido, non eccelleva nello studio ed era ormai certo di non trovare mai moglie; iniziò così a seguire un corso di economia domestica, solo nel basket si impegnava seguendo l’esempio del suo idolo d’infanzia: il fratello Larry che indossava la canotta 45. Ora questo ragazzo con mille insicurezze e problemi, sperando in cuor suo che il basket lo aspetti nel suo futuro, tenta, dopo aver ben figurato nelle giovanili, il provino per la prima squadra della sua Laney High School, ma il coach di allora, Clifton “Pop” Herring, lo rimbalza semplicemente dicendo: “Smettila di scocciarmi Michael! Non vali la metà di tuo fratello!”.

Forse fu eccessivo, ma quelle parole furono il trigged che permise a Jordan di non arrendersi; ancora oggi, quando MJ viaggia negli States o quando si registra ad un Hotel, dove non siete tenuti a presentare documenti di identità, si presenta con il nome del coach che lo scartò. Scelse da allora la canotta numero 23 (metà di 45 per eccesso) per dimostrare ogni giorno che si sbagliava. MJ rappresentò il personaggio che, pur essendo il più grande di tutti, poteva essere affossato, ma lui, lui ebbe resistito. Proprio per questo motivo il suo erede scenico, sul parquet ed in pellicola, Lebron James ha il 23, sarà altrettanto degno?

Nel finale del film troviamo però highlights con la numero 45 indossata per qualche mese con i Chicago Bulls, poiché questi dopo il primo addio di MJ ritirarono il numero 23, salvo poi riconsegnarlo. È curioso che il film si apra e chiuda proprio con le immagini di un Michael con il 23 e poi con il 45. Perché Space Jam non è altro che l’allegorica parabola della storia di un ragazzino problematico a cui è bastato poco per diventare leggenda, è bastato poco per centrare l’obiettivo di essere degno del fratello, perché aveva già tutto dentro di sé. E se altri non riuscissero a scorgere il proprio potenziale, il proprio destino, allora bisogna che ognuno di noi si ricordi di averlo. Magari basta un sorso di questa…

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