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Silenzio e grido – Uomo e Storia nel cinema di Miklos Jancsó

Nel corso della storia, il cinema ungherese ha vissuto diverse fasi, l’ultima di queste dominata dalla straordinaria opera di Béla Tarr. Se quest’ultimo ha un maestro, sicuramente possiamo riconoscerlo in Miklós Jancsó, regista e autore di un cinema rivoluzionario persino in un’epoca di profondi cambiamenti politici, sociali e quindi artistici. Un cinema profondamente segnato dal socialismo del suo autore, dalla definizione del potere, nel cui interno si incastrano stilemi fondamentali come i concetti di Uomo e Storia, nella dimensione alienante tra loro: il discorso di Jancsó non si concentra, altresì, su singoli periodi storici, ma sul perpetuo ripetersi in esso dei dogmi che la storia impone. Storia come tragedia subita, non agita dagli individui.

In questo, la sua pentalogia di film che va da I disperati di Sandor a Scirocco d’inverno, rappresenta la summa perfetta: a venir posta sotto la lente d’ingrandimento non è tanto la relazione tra uomini e potere (simbolo della storia), ma quella dove un potere già definito subordina l’uomo. Sebbene ai tempi il cinema di Jancsó venne considerato marxista, questa accezione è quanto mai inesatta, o almeno quasi nella sua totalità: dopo un’attenta visione, si può rintracciare quanto nelle sue opere non si rifletta mai una dimensione analitica marxista, in quanto la materia poetica non riguarda mai la dimensione storica dell’uomo, bensì una dimensione esistenziale, dove l’oggetto resta fuori dall’analisi marxista, in quanto metodologia della storia e non dell’esistenza.

Silenzio e grido è senza dubbio l’opera più rivelatrice, o almeno, quella in cui il discorso di Jancsó su potere, storia e uomo risulta più chiaro. L’autore rinuncia a qualsiasi definizione di tipo psicologico e storico sui personaggi. Lo spettatore riceve solo le informazioni che il regista decidere di voler mettere in luce. A differenza degli altri autori, che in ogni personaggio riversano un insieme di sentimenti, Jancsó non definisce mai i personaggi nel loro essere, ma sempre come elementi di un gruppo di relazioni che si innescano. Naturalmente, questo non significa eliminare i personaggi, da Istvan (reduce dalle battaglie di Bela Kuhn), all’Ufficiale Kemeri, fino ai più comuni soldati, contadini e loro donne.

Presenza forte di personaggi quindi, e allo stesso tempo di un plot che si sviluppa nel 1919, negli anni della repressione passata alla storia come “Regime dei Consigli”, dove in una fattoria viene ospitato Istvan, un fuggiasco comunista. A dargli la caccia, un ufficiale dell’esercito, in una storia che sviluppa una serie di connessioni e rapporti ambigui, sia con l’ufficiale che all’interno della famiglia del contadino.

Ciò che sembra interessare il regista ungherese è una fenomenologia della repressione e del dominio (inteso come potere), nei confronti dei personaggi, che vengono trasformati proprio a seconda della relazione che sviluppano con questi aspetti, in una visione che serve quindi a definire il carattere alienante del potere, la sua capacità di annullare qualsiasi progettazione individuale che non rientri nei propri dogmi. Jancsó gioca con i suoi personaggi, che non provano mai sensazioni autonomamente: essi assistono impotenti al proprio destino, non essendo quel che desiderano, bensì quello che la realtà della vita ha stabilito per loro, come fosse un rito. In questo, è senza dubbio riconducibile il momento storico/politico/sociale ungherese, che affrontata la repressione Rakosiana. Una visione, questa, che però non tende mai a sfociare in un esagerato cinismo ma anzi, si apre verso una nuova riscoperta umanistica: non a caso, il finale, realizza la rottura dei dogmi alla base di film e pensiero, nel superamento di un destino che può essere sconfitto solo compiendo il passo definitivo verso l’oblio eterno, dove il destino non può arrivare ad imporre il suo rito.

Tra piani sequenza meravigliosi e una fotografia di sublime bellezza, Jancsó mette in scena il confronto tra visione esistenziale e visione storica, distruggendo i suoi personaggi, che non mutano il loro destino individuale ma che, appunto per il modo in cui questo si compie, può mutarne il significato storico: la morte del singolo, inserita nel contesto storico, diventa una liberazione per tutti. Silenzio e grido è dunque un film disperato che si apre alla speranza.

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