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La Poetica di Kurosawa – Sette Samurai, il sangue del Giappone e il tragico di Shakespeare

Per un Pugno di Riso

Giappone, XVI secolo, era Sengoku. Un periodo di scontri e violenze, di contese e guerra. I villaggi più poveri vengono liberamente assaltati dai banditi, i contadini non hanno modo di difendersi, non hanno nessuno.

Nemmeno possono permettersi di assoldare mercenari, hanno unicamente il loro raccolto come moneta di scambio, anzi, sono disposti a cedere l’ultimo riso della stagione e a mangiare del miglio disgustoso, pur di assoldare dei difensori.

Il primo a farsi avanti è Kambei Shimada, per quel pugno di riso, ma anche per una ragione più forte e nobile: la compassione. L’impossibilità di tollerare la vessazione degli indifesi, l’empatia, così rara nei tempi difficili, vive ancora nei ronin, i samurai senza padrone. Questo significa privi di scopo, privi di appartenenza, privi di un motivo per andare avanti e vivere. Tuttavia, questi fantasmi senza terra sono gli eroi, sono pronti a sacrificarsi, per nient’altro se non un ideale.

Sette Ronin vengono assoldati dai villici, ma allora perché il titolo è Sette Samurai? Non vi sono risposte certe, ma un’ipotesi interessante risiede nel significato della parola samurai, ovvero “servire”. Questi sette uomini senza più niente e nessuno al mondo cosa servono? I contadini? O qualcosa di più? Cosa spinge un uomo a rischiare la vita per niente? O forse è la pietà, che non cede al rancore, in una realtà di conflitti e violenze, ad avere un valore inestimabile?

La filosofia samurai consiste in una ricerca  perpetua di una coesione tra sé ed il mondo, un perenne fondersi con lo spirito dell’esistente. Esistere in tutte le cose, un’infinita quiete avvolge l’uomo che è in pace con il mondo. Non vi è complessità ma solo contemplazione, agire secondo una morale di profondo rispetto per la delicatezza di ogni essere. (Tratto dall’articolo L’Ultimo Samurai – La Ricerca del Fiore Perfetto)

Akira Kurosawa scrive e dirige questa tragedia poetica shakespeariana fatta di tempesta e polvere, di amore e sangue, di rimpianti e ipocrisie, di follia e rassegnazione.

Sei Cerchi, Un Triangolo, Sei Guerrieri, Un Folle

Kurosawa non è solo un maestro della scrittura, ma anche, ovviamente, delle immagini e, soprattutto, dell’iconografia. Spesso vengono inquadrati in primo piano uomini vecchi e stanchi, alle volte piangenti, e sullo sfondo giovani ambiziosi, energici e molto sciocchi. Un’impercettibile allegoria del tempo che sfugge e muore.

Tuttavia, è lo stendardo dei Sette Samurai che racchiude in sé tutto ciò che la pellicola racconta. Osservandolo, notiamo un kanji, che significa villaggio, e, poi, sei cerchi e un triangolo, per un totale di sette figure, i sette difensori.

Ognuno di loro incarna una caratteristica fondamentale dell’essere, tra cui la leadership e la saggezza di Kambei Shimada, il silenzio letale di Kyuzo, guerriero ascetico e imperturbabile, l’allegria e il morale festoso di Heihachi Hayashida, l’ambizione e l’impeto fanciulleschi di Katsushirō Okamoto, il giovane passionale dell’opera, la prospettiva di Gorōbei Katayama, occhio di falco, arciere ineccepibile, e, infine, la lealtà di Shichirōji.

Sei cerchi, nell’eterno ritorno dell’umano, nella ciclicità e armonia dell’esistenza, sei uomini che formano un tutt’uno ineluttabile.

E il settimo samurai? Il triangolo, il disadattato, il giullare, il folle, cui sono destinate, però, forse, le parole più sagge. Che sia l’autore costui, ad essersi intrufolato nella squadra di sei personaggi da lui creata, per tenerli in ordine da vicino? Il settimo samurai si chiama Kikuchiyo, e questo non è nemmeno il suo vero nome.

Se l’aveva, è andato perduto. Dove i sei compagni tengono le katane appese sul fianco, lui porta la sua in spalla, dove loro vivono nel silenzio, lui vive nel caos. Inoltre, esiste una ragione del suo essere, come per ogni cosa, radici profonde e oscure.

I contadini nascondono un segreto, posseggono armi e armature samurai, razziate da cadaveri da loro assassinati. Quando i sei guerrieri le scoprono, divengono restii sul continuare la loro impresa; i villici li hanno traditi, li hanno ingannati, hanno ucciso i loro simili e ora pregano per il loro aiuto. Tuttavia, è il folle, il settimo samurai, il caos, a ripristinare l’ordine, con l’arma più antica del mondo, una domanda. Perché i contadini avrebbero ucciso dei samurai in passato? Non è che forse, dopo ogni guerra, questi vassalli d’onore andavano di villaggio in villaggio per fare baldoria, stuprare le donne e picchiarne i mariti?

Quindi, magari, la colpa risiede negli uomini e nella loro natura e, se non si impara a convivere con questo, forse, la prossima volta, nessuno verrà salvato.

Il samurai senza nome può usare questa domanda affilata, perché lui non nasce guerriero; scopriamo, infatti, che è figlio di agricoltori.
Due mondi, la quiete bucolica della campagna e la tempesta omerica della guerra, collidono in questa figura, un triangolo, che non si incastrerà mai da nessuna parte, poiché è andato oltre i confini della luce e la portata dell’oscurità. È qualcosa di altro, di inafferrabile, la saggezza, la ragione della consapevolezza, cui il furore degli uomini, forse, non darà mai ascolto, poiché a vederlo da fuori, sembra solo un buffone. Eppure, in tante culture il triangolo è il simbolo del divino, del trascendente.

Durante la battaglia finale contro i banditi, questo guerriero, solitario in compagnia, salva un bambino cui hanno ammazzato la famiglia e bruciato la casa. Il samurai rivede quindi, nell’infante, sé stesso, la sua storia, le radici che lo hanno portato fino a lì. Tiene in braccio un’altra versione di sé, che forse ha una possibilità in più, di essere migliore. Si sacrifica per quel possibile, muore da eroe, quando nessuno lo avrebbe chiamato tale.

Un Giorno, o l’altro

Alla fine, i samurai vincono, ma cosa hanno perso? Quattro di loro sono morti, tra cui Heihachi Hayashida, il morale del gruppo, l’allegria, il primo a cadere; seguono Gorōbei l’arciere e il letale Kyuzo e, infine, il folle senza nome.

Il giovane Katsushirō, nella sua permanenza, ha conosciuto una ragazza, Shino, che per paura dei samurai si spacciava per un uomo durante il conflitto, un omaggio di Kurosawa alle eroine Porzia de Il Mercante di Venezia e Viola de La Dodicesima Notte. Di fatti, le peripezie dei due innamorati seguono intrecci di trame del drammaturgo inglese, tra fiori di ciliegio e musiche soavi, alimento dell’amore.

Kambei Shimada, il leader, e Shichirōji decidono di andarsene, la missione è compiuta.

Siamo sopravvissuti ancora una volta, abbiamo perso ancora una volta. I contadini sono salvi, le loro terre al sicuro, loro hanno vinto. Noi abbiamo perso.

– Kambei

Il film si chiude su questa frase malinconica, con i due ronin che guardano le tombe dei compagni caduti. La pace è tornata nella valle, ora possono tornare a vagabondare in un’esistenza priva di senso e scopo. Per cosa hanno combattuto? Alcuni di loro sono morti per niente, alcuni di loro saranno condannati  a vivere per niente. O forse no, non ci è dato saperlo. E allora viene da chiedersi, perché continuano?

 

Leggi anche: Harakiri – Il Giappone Più Autentico

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