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La Grande Bellezza – Menzogne e Fragilità

Stefa’ l’hai voluto tu, eh?! In ordine sparso…

Questo è il momento in cui cala il silenzio, un silenzio vero, che proviene da chi di parole non ne ha più. Alcuni abbassano lo sguardo, forse per vergogna, forse per consapevolezza; l’espressione di Romano, amico di una vita, prima accompagna il lungo monologo, poi si corruccia riempiendosi di un’aura amaramente sorpresa; Lello addirittura suggerisce a Jep con i gesti di smettere immediatamente. Ma smettere di fare cosa? Semplicemente di dire la verità, di descrivere la vita di tutte le persone lì presenti, di tracciare i contorni di un fallimento talmente evidente da non essere mai stato raccontato. 

Allora il senso profondo de La Grande Bellezza inizia a prendere forma, perché la sua meraviglia vive nelle prese di coscienza del suo protagonista, nelle crude parole che il grande Paolo Sorrentino scrive per lui, in quella disillusa naturalezza con cui un monumentale Toni Servillo le pronuncia. Questa sequenza è il punto di svolta del film, che fino ad allora aveva fatto parlare più il chiasso e i colori, le feste e la vita di plastica dei protagonisti. Da qui, invece, la Bellezza diviene privata, intima, silenziosa: Jep non resta più nel nucleo della mondanità romana, inizia a discostarsene, si nutre dei propri pensieri, delle visioni oniriche corrotte da una vita che non riesce a comunicargli altro se non fallimento.

Nel monologo della terrazza, l’intellettuale, il gentiluomo e l’amico che vivono in Jep si tolgono contemporaneamente la maschera e si lasciano andare con Stefania per sfogarsi con i presenti e soprattutto per confidarsi allo specchio. Niente più colori sgargianti, niente più frastuono, festini, lusso e vizi, ora è tempo di luci soffuse e dolorosa quiete. Ciò che fa calare l’oblio non è il contenuto delle parole di Jep, ma il fatto stesso che le stia pronunciando, perché più di ogni altra cosa è il contatto con la realtà a fare male e con delle vite così devastate forse è meglio prendersi ancora in giro fingendo che il dolore non esista. Dietro gli agi della vita di ognuno dei presenti si nascondono le frustrazioni croniche e l’insoddisfazione di uomini e donne che sarebbero voluti essere grandi intellettuali, buoni genitori e personalità di spicco, che invece si trovano insieme per necessità e disperazione, consci del fatto che il treno della vita è oramai passato, e il resto degli anni sarà sempre più colmo di rimpianti e rassegnazione.

Quello che da giovani era un forte desiderio, la voglia di essere i migliori, ora non è che una stupida e vuota offesa, un inutile vanto che non ha ragion d’essere. Non è il confronto tra insignificanti successi a determinare chi sia il migliore, è la consapevolezza di essere tutti quanti i peggiori a costituire una minima speranza di coesione, per non sentirsi soli più di quanto già accada.

Perché ogni personaggio de La Grande Bellezza è profondamente sconnesso dall’altro, perso nella solitudine come un pianeta che orbita intorno al vuoto. Condividere la propria solitudine può essere una magra consolazione, così come realizzare che ogni successo ottenuto non è che un risultato ridicolo. In quella Roma, bisogna raccontarsi menzogne per nascondere le proprie fragilità, le stesse menzogne e fragilità che Stefania ha arrogantemente chiesto al protagonista di enumerare, nonostante le conoscesse già una per una. E lo sforzo non è stato per niente complicato, con un monologo che diventa una sentenza verso Stefania, una gelida ondata di realtà per tutti gli altri e l’ennesima pugnalata che Jep infligge a se stesso.

Stefania: No, no, no adesso tu per favore mi dici quali sarebbero le mie menzogne e le mie fragilità, bello mio, eh? Io sono una donna con le palle. Parla, su. Parla.
Jep: Su “donna con le palle” crollerebbe qualsiasi gentiluomo. Stefa’ l’hai voluto tu, eh?! In ordine sparso: la tua vocazione civile ai tempi dell’università non se la ricorda nessuno, molti invece ricordano personalmente un’altra tua vocazione che si esprimeva a quei tempi, ma si consumava nei bagni dell’università. La storia ufficiale del partito l’hai scritta perché per anni sei stata l’amante del capo del partito. I tuoi undici romanzi pubblicati da una piccola casa editrice foraggiata dal partito, recensiti da piccoli giornali vicini al partito, sono romanzi irrilevanti, lo dicono tutti, questo non toglie che anche il mio romanzetto giovanile fosse irrilevante, su questo ti do ragione. La tua storia con Eusebio, ma quale? Eusebio è innamorato di Giordano, lo sanno tutti, da anni pranzano tutti i giorni da Armando, al Pantheon, sotto all’attaccapanni, come due innamoratini sotto alla quercia; lo sanno tutti e fate finta di nulla. L’educazione dei figli che tu condurresti con sacrificio minuto per minuto: lavori tutta la settimana in televisione, esci tutte le sere, pure il lunedì, quando non si manifestano neppure gli spacciatori di popper. I tuoi figli stanno sempre senza di te, pure durante le vacanze lunghe che ti concedi, poi hai per la precisione un maggiordomo, un cameriere, un cuoco, un autista che accompagna i ragazzi a scuola, tre babysitter. Ma insomma, come e quando si manifesta il tuo sacrificio?! Queste sono le tue menzogne e le tue fragilità. Stefà, madre e donna, hai cinquantatré anni e una vita devastata, come tutti noi. Allora invece di farci la morale, di guardarci con antipatia, dovresti guardarci con affetto. Siamo tutti sull’orlo della disperazione, non abbiamo altro rimedio che guardarci in faccia, farci compagnia, pigliarci un poco in giro. O no?

https://www.youtube.com/watch?v=hIbqizvaAEE

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