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Una storia vera – Il Film “normale” di Lynch

Nel 1999 David Lynch dirige Una storia vera, lungometraggio che rappresenta un fatto realmente accaduto, una storia vera appunto.  Il film ha ottenuto una canditatura a premio oscar e due candidature a golden globes.

La pellicola racconta la storia di Alvin Straight, 73enne dell’Iowa che vive la sua quotidianità in maniera statica, vivendo con sua figlia leggermente ritardata e praticando il mestiere di contadino. Arriva la notizia che Lyle, fratello di Alvin, ha avuto un infarto. I due fratelli non si vedono da dieci anni a causa di vecchi rancori reciproci. Frastornato dai sensi di colpa, Alvin, nel 1994 intraprese un lungo viaggio a bordo di un trattorino rasaerba per andare a trovare suo fratello. Straight coprì in 6 settimane la distanza di circa 386 chilometri, viaggiando ad una velocità di 8 km/h.

È su questa storia che il regista ha dimostrato di saper costruire e dirigere una storia più realistica e lontana dai film visionari che lo hanno da sempre caratterizzato. Una storia vera è un film lineare, comprensivo, semplice e schietto, il film “normale” di Lynch.

Un film come dice lo stesso regista da guardare senza interruzioni, senza pause ,gustandosi gli incantevoli paesaggi di un’America remota, assaporandone la  luminosità e profondità dei suggestivi tramonti nonché il caldo ritratto della sconfinata campagna. Grazie ad un’accurata regia è con facile e spontanea immediatezza che ci si riesce a trasporre nella vita di Alvin Straight, immedesimandosi negli occhi poetici e malinconici di un vecchietto di 73 anni.

Infatti è proprio attraverso gli occhi del protagonista che ci vengono mostrate  le persone, gli oggetti e le forme  attraverso un’accurata lentezza delle riprese, facendo risaltare nel protagonista sia la malinconia che lo pervade per un passato trascorso che ancora lo tormenta (è un reduce di guerra), sia uno stato d’animo in cui ad animare la sua tristezza latente per la consapevolezza di una vita che sta per finire si aggiunge una forza illuminante che lo porta a rimarginare i vecchi rancori del passato.

Elemento fondamentale è infatti il tagliaerba, il quale simboleggia la precarietà fisica del vecchio e che al tempo stesso identifica la voglia di colmare un vuoto attraverso l’intrapresa di questo viaggio. Viaggio che a sua volta rappresenta una sorta di percorso a ritroso nella propria vita, Straight infatti incontra numerose persone con le quali si ferma a parlare ed ognuna di esse lo riporta mentalmente a situazioni del suo passato. Ogni incontro rappresenta una mini storia, che l’anziano ha già vissuto ed è lieto di ricordarle al termine della sua vita, ripercorrendo quelle situazioni con una consapevolezza ed una maturità che solo gli anni gli hanno dato. Il tempo, elemento emblematico del film, è visto sotto varie sfaccettature, il tempo che passa e non torna più, gli ha permesso di vivere varie situazioni, durante le quali però, emergono le  lacerazioni del rapporto col fratello.

Il tempo sa scavare nell’intimo e risvegliare l’attenzione ai valori e al profondo senso delle cose. E’ la storia della vita che si consuma come l’interminabile viaggio di Alvin, inevitabilmente segnato da cattivi ricordi ed errori, ma che ha la necessità di compiersi, di giungere ad una significativa meta. Inarrestabile di fronte all’età, al tragitto, alla sua salute. Il suo viaggio diventa una tregua dai rancori, è il momento in cui metterli da parte, assieme all’orgoglio e al risentimento, e ciò non accade prima della partenza ma durante. Alvin affronta quel cammino con la lentezza di cui necessita per superare al meglio tutto il rancore tenuto in serbo per il fratello, e noi spettatori, viaggiamo lentamente insieme a lui a bordo di quel trattorino che sembra essere sempre ad un passo dal fermarsi.

Il film è testimonianza che la vita, anche solo nel suo ultimo tratto, può essere grandiosa, eroica. È un raffinato e dolce, bellissimo inno alla vita, alla vecchiaia e a quanto la vita sia bella e valga la pena di essere vissuta. E così Alvin diventa il paladino della vita, la sua forza d’animo si evince da quegli occhi, affaticati, stanchi, vaganti, ma sempre vivi.

 

SUL FINALE

Al termine del suo viaggio, il protagonista riesce finalmente a raggiungere suo fratello, la scena finale è rappresentata dell’intensità e della malinconica profondità degli sguardi dei due fratelli che dopo anni possono riguardare le stelle insieme come facevano da piccoli, è un ulteriore prova della straordinaria poesia che condisce questo “semplice” ma al tempo stesso “immenso” film.

“Hai fatto tanta strada con quel coso per venire da me?”

“si, Lyle.”

Ed è proprio in questa frase, seguita dal silenzio, che traspare il grande amore che li unisce, che non li ha mai veramente divisi. Lo sguardo commosso di entrambi è tutto, non servono parole per rafforzare quel legame che resta solido a discapito di qualsiasi errore commesso.

Così si chiude “Una storia vera”, semplice e lineare, colpendo dritto al cuore dello spettatore. Un film che  è privo di qualsiasi allusione a tonalità cupa e dark che hanno sempre delineato la filmografia di Lynch. La prova di saper girare un film al di fuori del suo mondo visionario è pienamente superata, ma il maestro si dimostra ancora più abile nel dimostrare che, i demoni, i fantasmi, i conflitti interiori che ci ha sempre raccontato attraverso la sua “macabra” e vivida creatività, sono presenti anche in “The Straight Story”, solo che, a differenza di come accadeva nei suoi altri film, qui sono quasi invisibili. Il turbamento non viene trasformato in immagini sullo schermo, ma è internalizzato nel protagonista e nello spettatore. Lynch è in grado di lasciare la sua firma anche in un film di una bellezza semplice e pura, dimostrandosi ancora una volta, un maestro della settima arte.

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