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Game of Thrones – E ora la mia Guardia si è conclusa

Infine, eccoci qui. Game of Thrones, lo show più popolare degli ultimi anni, è giunto al termine. Intrecci di sangue, tradimenti, magia e connessioni emotive si sciolgono negli ultimi episodi: nel bene o nel male, l’episodio del 19 maggio verrà ricordato a lungo anche semplicemente per questo.

SEGUONO SPOILER SULL’EPISODIO FINALE DI GAME OF THRONES

David Benioff e D.B. Weiss hanno diretto la costruzione dei 73 episodi mandati in onda su HBO dal 2010, e non importa tanto se al termine dei giochi siamo soddisfatti, delusi, contenti o arrabbiati. Quello che conta, secondo me, è il fatto che questi episodi ci siano stati.

Come è risaputo, l’autore George R.R. Martin non ha ancora pubblicato gli ultimi due volumi del suo A Song of Ice and Fire, lasciando che inevitabilmente la trasposizione televisiva facesse il suo corso in maniera indipendente. Grazie alla sigla e ai confronti dialettici, grazie ad interpreti fenomenali e all’intensa narrazione, Westeros è diventata la nostra seconda casa.

Game of Thrones

Sette Regni collocati dalla Barriera a Dorne, passando per le Isole di Ferro e Dragonstone, trovano nella capitale la loro resa dei conti. Approdo del Re è il simbolo di ciò che il potere può fare agli uomini, ma anche del fatto che riemergere dalle ceneri e costruire una comunità più giusta è possibile.

Perché nonostante la storia sia immersa in un Medioevo fantasy tanto folle quanto realistico, proprio la capacità di generare senso di comunità (tra i fan, i personaggi e tra i membri della produzione) è l’eredità che Game of Thrones ci lascia. Piano individuale e piano collettivo si intrecciano: i protagonisti perdono il loro valore per lasciare che quello di coloro che non hanno un nome emerga. Il popolo soffre, ma infine assume il ruolo di protagonista.

Il Gioco del Trono: il trauma che fa legame

Game of Thrones

Al gioco del trono o si vince o si muore. Non c’è una terza possibilità.

In psicoanalisi, il trauma è un evento (esterno o interno) che supera la capacità della psiche di trattenerlo, inondando la vita interiore dell’individuo. Dire che Game of Thrones sia stata una serie traumatica è tautologico, dato che a partire dalla prima stagione brutalità, imprevedibilità e morte hanno colpito fan sparsi in tutto il mondo.

La gravità di questo trauma sta nel fatto che non ci ha dato alcuna possibilità di prepararci: quando Ned Stark viene decapitato, le Nozze Rosse si consumano o il duello tra la Vipera e la Montagna decreta la colpevolezza di Tyrion, spavento, angoscia e partecipazione empatica sono ciò che esperiamo.

Rabbia e tristezza emergono a posteriori, perché Westeros è un mondo ingiusto e per questo reale. Mai abbastanza sarà sottolineato quanto prezioso sia questo elemento: seppur traumatico, infatti, Game of Thrones è protettivo nel senso che in quanto rappresentazione fantastica verosimile del mondo reale, offre alla nostra mente un luogo in cui contenere i traumi che produce.

Lo spazio transizionale è quell’area intermedia tra mondo soggettivo e mondo oggettivo nel quale l’immaginazione può lavorare liberamente, integrando fantasia e realtà grazie alla connessione di elementi interni ed esterni. Un contenitore privilegiato, dove la frustrazione del desiderio è tollerabile perché frutto di una realtà simulata.

Collocandosi su questo ponte tra soggettività e oggettività, il trauma che Game of Thrones produce è tollerabile per questo: non importa quanto sia stato shockante seguire le morti di quei protagonisti, trattandosi di fiction quella violenza è accettabile, anche se in maniera soggettivamente esclusiva.

In questa misura, è un trauma che fa legame: la brutalità crea una bruciante frustrazione nella vita mentale, ma la possibilità di condividere questa sofferenza in quello spazio transizionale la trasforma in un elemento di condivisione.

L’amore e il dovere: la responsabilità del potere

Game of Thrones

L’amore è la morte del dovere. E a volte il dovere è la morte dell’amore.

Buona parte della partecipazione empatica stimolata dai personaggi di questo show proviene dalle complesse situazioni che vivono: spesso obbligati a compiere scelte difficili, essi incarnano le fragilità e le sfumature tipiche di ciascuno di noi. Il vicolo cieco tra egoismo e altruismo, desiderio e responsabilità scavano nella nostra passione riflessioni legate a pensatori come Freud o Blanchot.

Il disagio della civiltà che lo psicoanalista austriaco denuncia era proprio questo: il conflitto irriducibile tra le esigenze del singolo e le necessità della società, che lo obbligano a rinunciare al proprio soddisfacimento assoluto; la frustrazione che ne deriva è la fonte dell’angoscia sociale che un personaggio come Jon prova quando, vincolato al suo giuramento, non può soccorrere il fratellastro Robb nella battaglia contro i Lannister.

Uccidere una Daenerys ancora (quasi) innocente ma potenzialmente letale per i Sette Regni che i Dothraki potrebbero devastare è inumano o altruistico? Spingere un bambino da una torre perché ha visto troppo e tradire un re folle per salvare degli innocenti sono atti compiuti dallo stesso Jaime Lannister, nè cattivo nè buono, ma umano.

Ygritte e Jon sarebbero dovuti restare in quella caverna e non schierarsi nella tragica battaglia tra i Guardiani e i Bruti; l’amore li avrebbe dovuti escludere dal conflitto, ma il dovere ha avuto la meglio sulla loro passione. Quando Jon pugnala la sua tirannica regina Daenerys nella sala del Trono, è ancora il dovere ad avere la meglio, consumando un circolare e definitivo senso tragico.

L’amore è una pietra d’inciampo per l’etica, a meno che non la mette in discussione con il solo imitarla“: il filosofo francese Blanchot si è interrogato sul rapporto tra la comunità, che per definizione include, e gli amanti, costitutivamente esclusivi rispetto alla comunità; nelle parole che Maestro Aemon rivolge a Jon riecheggia l’intensa verità psichica di un messaggio che molte volte ha posto i protagonisti di Game of Thrones di fronte ad un bivio.

Trovare il proprio ruolo: l’intensità dei personaggi secondari

Game of Thrones

Non ero un attendente dei Guardiani della Notte o il figlio di Randyll Tarly, o quello che vuoi. Non ero nulla. E quando non sei nulla, non c’è ragione di avere paura.

Non solo il discutibile amore di Cersei per i propri figli, la sete di vendetta di Arya Stark e le macchinazioni di Baelish. Game of Thrones ha avuto il merito di dare ai personaggi meno importanti dignità narrativa pari a quella dei vari Jon, Daenerys o Tyrion.

Se il nostro contatto empatico con la narrazione è così forte, è anche perché vedere le interazioni sulla Barriera tra Sam, Jon, Pyp ed Edd ci piace; il Mastino, Thoros e Lord Beric assumono un valore significativo quando sono tutti a combattere la Grande Guerra contro gli Estranei.

Il rapporto tra Verme Grigio e Missandei, il legame che unisce Davos a Shireen, il progressivo riconoscimento che Brienne esibisce a Podrick; dinamiche apparentemente insulse riempiono scene intere di un intreccio narrativo costruito sul pathos che paesaggi, attori e musica arrivano a generare.

Quando il Morbo Grigio di Ser Jorah l’esiliato, il figlio di Jeor Mormont, l’ex Lord Comandante dei Guardiani della Notte, viene curato da Samwell, che ha conosciuto quel padre, nuove connessioni sociali ricalcano relazioni che esistevano già implicitamente.

Odiamo e poi amiamo lo sbruffone Theon, torturato dal sadico Ramsay fino alla corruzione della sua identità, ma poi capace di darsi una scossa e trarre in salvo Sansa Stark, colei che diventa la Regina del Nord.

I draghi, le battaglie, le morti dei metalupi, il magico intreccio temporale nel quale Hodor perde la vita per salvare il futuro Re, sono fattori narrativi immediati, evocativi e suggestivi che svolgono il ruolo di cornice rispetto al freudiano lavoro di civiltà che integra il Bene e il Male rappresentati nella serie.

Le storie: la passione di una memoria per restare umani

Game of Thrones

Quando la neve cade e il vento gelido soffia, il lupo solitario muore e il branco sopravvive.

La frase pronunciata da Sansa non sintetizza solo lo status degli Stark durante la settima stagione, ma riguarda anche l’impegno collettivo al quale tutti gli uomini devono sottoporsi: più volte Davos, Jon e Bran intimano i vari comandanti a riconoscere che la vera minaccia non è l’uomo, ma i letali Estranei del Nord.

Tralasciando la discutibile importanza che il Night King e i non-morti hanno avuto nell’ottava stagione, quello che conta è il senso d’appartenenza alla specie che la minaccia che rappresentano produce: i conflitti tra casate, i tradimenti passati e gli spargimenti di sangue non contano di fronte all’evidenza che tutti gli Umani viventi devono unirsi per combattere il vero nemico. Il lavoro di civiltà che integra inumano ed umano è questa necessaria presa di consapevolezza etica.

Poiché non siamo solo animali sociali ma anche culturali, e la nostra cultura si fonda sulle memorie che di generazione in generazione vengono tramandate per salvaguardarne il valore, l’oblìo dell’Uomo che gli Estranei intendono raggiungere è proprio l’annientamento di ogni legame con le memorie culturali: per questo Bran è il loro obiettivo. La capacità di resistenza si sublima nelle diverse armate radunate a Grande Inverno, dove anche Jaime combatte per difendere l’umanità.

Cosa unisce le persone? Le armate? L’oro? I vessilli? Le storie. Non c’è nulla al mondo più forte di una buona storia. Niente può fermarla, niente può sconfiggerla.

Al termine del genocidio di Daenerys ad Approdo del Re, Tyrion invita i lord sopravvissuti a riconoscere che se decidono di eleggere un nuovo Re, l’eredità della Madre dei Draghi può essere tramandata. Quando la scelta ricade su Brandon lo Spezzato, il Corvo con Tre Occhi che custodisce la memoria culturale dei Sette Regni, non importa se siamo delusi o soddisfatti, importa il significato di quella scelta. Prima il reame, direbbe Varys.

E quindi eccoci qui, 73 episodi dopo, combattuti tra la nostalgia, la delusione, la soddisfazione di vedere Sansa al Nord o Arya viva, ma comunque in qualche modo cambiati. Diversi perché la storia che abbiamo esperito ha suscitato in noi una passione che è diventata un legame travolgente, che si tramanderà nonostante quel dannato Trono sia stato bruciato da Drogon.

Noi ci siamo stati. Abbiamo sofferto con loro, combattuto con loro e gioito con loro; svegliarmi alle 3 di notte del lunedì per guardare la diretta ed evitare gli spoiler mi mancherà; ma sono contento di far parte di una comunità che condivide il potente messaggio di civiltà che Game of Thrones ci lascia.

E ora la mia Guardia si è conclusa.

 

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Gianluca Colella

Ho 24 anni, studio psicologia clinica a Napoli e quello che amo della mia esperienza con la Settima Arte è la possibilità di legare ciò che studio agli show e ai film che amo; lo spazio culturale soggettivo e oggettivo nel quale possiamo emozionarci riconoscendo l'evoluzione di storie, personaggi ed affetti è una delle cose più preziose che abbiamo e secondo me l'arma più preziosa del cinema. Un po' la Forza di Star Wars.

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