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Submarine – Il Tempo delle Polaroid

Tomorrow  I’ll be quicker I’ll stare into the strobe light flicker and afloat  I’ll stay But i’m quite alright hiding tonight .

È così che Alex Turner – frontman degli Artic Monkeys, proprio lui – canta sommessamente, incurante e dietro un albero, o perlomeno così lo immagino io, mentre nel sottomarino a capo di questa pellicola inizia la storia.

Il titolo Submarine, in un fondale tutto rock anni sessanta, ci riporta inequivocabilmente al meno bello dei quattro fighi di Liverpool, quello con la faccia più da scemo di tutti, che nel 1966, nel bel mezzo del successo ancora acclamato di Rubber Soul dell’anno precedente, si azzarda a cantare  – a scriverlo furono i due più belli Lennon e McCartney – un pezzo tanto sciocco quanto orecchiabile e adorabile: In the town where i was born lived a man who sailed the sea, and he told us of his life in the land of submarines, proprio lei, la canzonetta.

Mr Ringo Starr ci mostrava quest’ uomo che decise un giorno di raccontare ai suoi concittadini di una parte della sua vita trascorsa nella land of the submarines. Questa diventerà colonna sonora – dando vita poi all’album omonimo  –  nientedimeno che del film Yellow Submarine del 1968 diretto da George Dunning con protagonisti i Beatles in persona o quasi, disegnati benissimo insomma. Un film d’animazione tutto colorato e psichedelico, così come erano diventati i Beatles stessi. La canzone la conosciamo tutti e credibile e appetibile o meno che sia, poco ci importa. La associamo a quel periodo e ci basta.

Submarine

Adesso io non so cosa Alex Turner debba a Ringo Starr per la colonna sonora di questo film. Probabilmente nulla. E anche in questo caso ci andrebbe più che bene così.

Se c’è una cosa su cui si può infatti essere d’accordo in modo unanime credo sia questa: la voce di Turner in questo film è così trascinante che ci fa dimenticare tutto il resto, anche Ringo Starr.

E a galla e ben in vista insieme alla musica resistono solo due ragazzini. Tutto il resto non esiste.

Submarine

Ma andiamo per gradi.

Oliver Tate ha quindici anni e insieme a questi, una vita piuttosto triste in una città fredda del Galles: una qualunque mente che tenda anche solo un minimo a psicoanalizzare freudianamente – e con superficialità – chi ha difronte, constaterebbe come l’apatia del ragazzino derivi da quella dei genitori. La madre ci prova in qualche modo a vivere, ma, nonostante questi forzati tentativi, le si legge ben chiaro in fronte dal modo in cui porta i capelli – corti e boccoli, laccati e noiosi – che “che nausea doverci provare per forza con la vita”.

Il padre invece ha mollato la presa da tempo, da quando era ragazzino – si lascia sfuggire in un dialogo con il figlio – e così da allora è come se vivesse in un sottomarino, in un Submarine, per intenderci. Momento di gloria per il padre: il titolo sembrerebbe infatti  ricondursi tutto a lui, al suo stato d’animo e mentale, a lui che non è di certo il protagonista del film. O forse un po’ sì. Ma andiamo per gradi anche qui.

La madre, come si diceva, un po’ ci prova a darsi un tono e tradendo il marito con il suo primo amore di ragazzina – che coincidenza (?), da poco trasferitosi proprio accanto alla loro abitazione – un po’ ci riesce anche.

Ma le cose qui precipitano. Se la desolazione, a mio parere parola chiave e perno di tutto film, in un primo momento era dettata solo dalla superficie – quanti cieli grigi, quante pelli bianche e incipriate, quanti alberi color verdino sciapo, quante spiagge deserte, quanti filtri nostalgici e quante palaroid – ora inizia a farsi più profonda. Oliver non sopporta il tradimento materno e fa di tutto per far recuperare ai genitori la loro intimità, affannandosi con svariati sotterfugi come lasciare un biglietto in camera della madre – fintamente firmato dal papà –  in cui si reclama con dolcezza del sesso perché «ho ancora voglia di fare l’amore con te».

Non sto certo io a dirvi se Oliver ce la farà o meno col suo proposito.

Fatto sta che la desolazione non finisce qui e veniamo al dunque.

Submarine

Questa è la storia di Oliver Tate, quindici anni e una vita triste in una città triste del Galles e Jordana Bevan, quindici anni e una vita triste in una città triste del Galles ma in più, un carattere tutto pepe e una faccia da stronzetta. C’era una volta e poi non c’è più, citando un Modugno a caso. Solo che qui è un po’ tutto un gioco a chi resta più sospeso e a galla, il c’era una volta appare e si nasconde, e viceversa. È un aereo che non decolla questa lovestory,  una partita mai iniziata e lì allo stadio tutti a dirsi: ma come? E il fischio? L’arbitro? Non è così che funziona? La vera storia d’amore forse non nasce mai in modo totalizzante come vorremmo dal momento che, come nella vita vera, gli Oliver troppo e melensamente innamorati  a quelle come Jordana non piacciono, alle Jordana non viene la pelle d’oca davanti alle dichiarazioni d’amore stucchevoli ma, piuttosto, viene voglia di andare in bagno, aprire il copriwater e vomitarci dentro a lungo.

I due sono un po’ anche un richiamo indiscusso a quell’infelice dialogo di Holden e Sally, ritagliabile dal romanzo che per antonomasia tratta di adolescenza di J.D. Salinger, mi verrebbe da pensare e dire: un adolescente che cerca una complice e una adolescente che non lo cerca, o perlomeno non in lui. E con l’età ci siamo, siamo lì.

«Sai una cosa? – dissi io – Probabilmente tu sei l’unica ragazza per cui adesso io sono a New York o in un posto qualunque. Se non ci fossi tu, probabilmente sarei a casa del diavolo. Nei boschi o in chi sa che maledetto posto. Tu sei l’unica ragione per cui ci sono, praticamente.

Sei carino, disse. Ma si vedeva lontano un miglio che se cambiavo quel maledetto discorso le facevo un piacere»

Submarine

Qui siamo in un sottomarino e aria è come se non ce ne sia, tutti i personaggi sembrano combattere con la fatica secondo per secondo, i minuti procedono a stento, respirano piano e male, necessitano di poggiarsi e farsi forza. Un bastone, grazie. Anche Jordana che ci sembrava la più forte di tutti, la vera sfrontata della questione, si scopre debole e tremante quando rivela ad Oliver che sua mamma è malata terminale.

Insomma, la musica di Turner è la nota – appunto – sicuramente più viva di tutta la pellicola. Tutta dentro una cassetta premurosamente regalata ad Oliver dal papà che scopre il figlio innamorato, con tanto di invadente ammonimento del tipo: se ti molla questa cassetta ti sarà utile.

«I think music can make things seems a bit more real, sometimes» viene oltretutto decretato romanticamente nel film.

Da Glass in the park –  there’s glass in the park darling –  a Piledriver Waltz , per approdare a Stuck on the puzzle I tried to swim to the side but my feet got caught in the middle and I thought I’d seen the light but oh, no I was just stuck on the puzzle –  che la dice lunga sugli addii, sul dolore di un cuore spezzato, su una voce che non riesce a venir fuori tanto che Oliver per rivolgersi al suo insegnante gli scrive un biglietto: ad usare la voce, con un cuore in briciole come il suo, proprio non ci si riesce. Jordana non perde tempo e nell’arco di poco tempo dall’aver disertato la sua storia con Oliver, si ritrova ad essere la fidanzata di «uno con un collo lungo da giraffa».

Ciò che resiste in questa lotta apatica e asfissiante – e qui per gradi non ci andiamo più – non sono più i due ragazzini. A resistere è una sequenza di polaroid fatta da Oliver, che sognava di girare un film sulla sua storia d’amore e allora il mare d’inverno, Jordana, lui, qualche bacio e un cappotto rosso, quello di lei, che dà colore dove colore ce ne è poco.

Come nella vita reale, i superstiti ai maremoti sentimentali finiscono per essere sempre e solo gli oggetti, dei vestiti, delle foto.

E allora occorre nascondere e inabissare quella roba, quei testimoni rimasti ancora increduli davanti all’altare mentre gli sposi si sono già uccisi di cattiverie a vicenda, sperando che qualche sabbia mobile di lì a poco li deglutisca per sempre. Nulla più. Di quei due esseri umani che erano due ma che avevano creduto di poter essere uno, niente più traccia.

Submarine

Oliver è il naufrago sommerso, il naufrago che prova a rifugiarsi in un sottomarino ma vi trova solo sconforto e smarrimento adolescenziali. Il tempo è quello dell’attesa (Di cosa, poi? Di una briciola di vita?), che dall’inizio alla fine trasmette inedia, stanchezza e immobilità, quasi come se non ce ne fosse in fin dei conti, dico il tempo, tanto è piatto. E questa paranoia dilagante è costantemente evocata dai colori opachi, freddi e indecifrabili (tutti anche molto nostrani, se vogliamo e ci spostiamo ad esempio, a proposito di adolescenti, a quel «presto sarebbe volato via pure quello stupido Febbraio» o a «in quei giorni il cielo di Bologna era espressivo come un blocco di ghisa sorda e da simili espressività non avreste potuto aspettarvi nulla di esaltante», citando un Brizzi a caso), quelli di quegli anni, quando provi a capirla e a leggerla la vita a quindici anni. Ma non ci riesci. A quindici anni c’è la scuola, una città grigia, una famiglia altrettanto, degli amici che ti dicono «te la sei scopata, non era questo che volevi?» (credendo di conoscere il loro amico) ma dentro, infondo a tutti quei brufoli – che non me ne si voglia per la banale allusione al follicolo adolescenziale –  tanto altro da capire e decifrare.

E forse resta solo aspettare un po’.

Servirebbe una calcolatrice ad Oliver per contare i pesci con cui gli tocca ancora combattere prima di sbarcare sull’isola della maturità. Se sono pochi, perlomeno si tranquillizza. Se sono troppi, se ne farebbe una ragione ugualmente: è un tipo troppo pacato questo quindicenne. Ed è come se l’acqua in cui si galleggia per tutta l’ora e mezza di film ci dicesse che Oliver è proprio così per temperamento personale, un troppo buono di natura, pallido perché lo dicono i suoi cromosomi che è così, troppo sensibile questo Oliver. (Ops, Freud continua a sussurrarci che è tutta colpa della mamma che si trova l’amante, e del papà che guarda inespressivamente troppa televisione avvolto da troppi strati di lana).

Questa atmosfera straniante – e a tratti sognante – ci riporta anche, senza troppi sforzi, a quella di Moonrise Kingdom di Wes Anderson. Inevitabile. Due ragazzini e tanti colori pastello. Ma a differenza della pellicola di Anderson qui viene a mancare quella splendida e tanto sagace quanto incosciente leggerezza del vivere. Forse qui qualcosa non è riuscito del tutto ad ammaliare lo spettatore, ad alienarlo davvero, e non solo il superficie. O, a seconda dei punti di vista, ci è riuscito fin troppo bene. Io, di mio, mi sono sentita sempre a galla, troppo vigile e mai del tutto inabissata. Troppo desolata, sono riuscita ad affondare solo nella mia coperta a quadri color verde marshmallow (per rimanere in tema colori). Eppure, sono qui a scrivere.

Un giorno ho letto che come l’acqua rappresenta il senso finale dell’approdo cui non si può sfuggire, così la poesia è ciò che dà senso a ciò che nella vita di ognuno resta a galleggiare perché vuole darsi un significato che non si esaurisce nel semplice esserci e durare.  

E forse proprio in questo binomio acqua – poesia ho creduto di ritrovare il disperso Oliver.

Submarine

(Moonrise Kingdom, Wes Anderson, 2012)

E se prima o poi verrà a farsi un viaggio in Italia, io proverò a chiamarlo (lo troverò il numero di Oliver sull’internet?) e gli consiglierò una piccola cosa: una passeggiata lungo la riviera romagnola, d’inverno. Io non so se lei, regista di Submarine, signor Richard Ayoade, abbia mai sentito parlare di Pier Vittorio Tondelli. Magari anche soltanto origliato, sottolineato, spiato. Da qualche parte. Ma, vede. C’è un frammento di “Un weekend postmoderno” – raccolta di numerosi scritti del Tondelli apparsi in varie testate giornalistiche – che farebbe proprio al caso di Oliver. Io credo che gli piacerebbe:

«Rimini d’inverno, come qualsiasi altra città della riviera, è anche la visualizzazione straordinaria di una particolare nevrosi della cultura contemporanea: l’attesa. Attesa del nuovo, del sogno, della vera vita. È in questo senso che film come I vitelloni di Federico Fellini o La prima notte di quiete di Valerio Zurlini o, per certi versi, anche Fuori stagione di Luciano Manuzzi, sono ritratti di un paesaggio straniato, assunto a metafora dell’intera condizione umana: l’attesa del cambiamento, della liberazione dalla grigia vita provinciale, dalle ossessioni erotiche, da se stessi, dalla precarietà degli anni giovanili. Per questa strada si arriva fino in fondo al videoclip in cui Loredana Bertè interpreta la canzone di Enrico Ruggeri Mare d’inverno, attendendo spasmodicamente sulla spiaggia ghiacciata l’arrivo di un bellissimo principe azzurro: ”Mare, mare, qui non passa mai nessuno a portarmi via…”»

Submarine

Oliver, non ti crede nessuno che preferisci startene da solo (I prefer my own company, hai detto). Anche tu aspetti, come la Bertè. E io sono certa che questa canzone faccia al caso tuo.

Nota: il film Submarine (2010) è tratto dal romanzo omonimo dello scrittore gallese Joe Dunthorne, non ancora tradotto in italiano. Chi ne abbia voglia, inizi pure.

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