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Il Signore degli Anelli – L’epica Cavalcata dei Rohirrim

“Tutto ebbe inizio con la forgiatura dei grandi Anelli. Tre furono dati agli elfi, gli esseri immortali più saggi e leali di tutti. Sette ai re dei nani, grandi minatori e costruttori di città nelle montagne. E nove, nove Anelli furono dati alla razza degli uomini che più di qualunque cosa desiderano il potere. Perché in questi anelli erano sigillati la forza e la volontà di governare tutte le razze”.

Sono passati 15 anni, ma ancora oggi si parla di quei film che risultano intramontabili, quei film che ogni volta ci regalano ancora un brivido, un’emozione intensa, come se i nostri occhi fossero li a guardarlo per la prima volta. Parliamo ovviamente de Il Signore degli Anelli, pluripremiato agli Oscar, trilogia tra le più acclamate degli ultimi 20 anni.

Un film dove il tema predominante è la dualità fra bene e male, l’eterna lotta al potere, denuncia contro le dittature, potere del fascino oscuro contornato da amicizia, fedeltà, amore e tradimenti. Storie che emozionano, storie che insegnano. Storie che aiutano a comprendere la fragilità e al tempo stesso la forza dell’essere umano. Gli uomini sono infatti il fulcro delle disfatte e delle vittorie. Il dissidio tra Rohan e Gondor è uno dei temi più ricorrenti all’interno del grande disegno diplomatico della terra di mezzo.

Però, dinanzi alla prospettiva della fine, le vecchie amarezze sono destinate a sciogliersi come neve al sole. Così, il mondo degli uomini, decadente, deteriorato e umiliato dalle altre razze trova il suo riscatto anche grazie alla tregua tra i due regni, che tocca il suo apice quando i cavalieri di Rohan, guidati da un eroico re Theoden, suonano la carica nel cuore del campo di battaglia.

L’epica cavalcata dei guerrieri Rohirrim, nel terzo film della saga, è un qualcosa di un’intensità inaudita. L’ esercito di Rohan che giunge in soccorso al regno di Gondor. Gli Eorlingas condotti da re Theoden, sovrastano e travolgono con meno di settemila eroi a cavallo la legione di Mordor, mentre novantamila tiranni erano intenti a conquistare l’ultima città libera di Minas Tirith. Per la sopravvivenza dell’ uomo sulla terra, sono costretti a combattere tutti.

La potenza di questa scena, di questo discorso, di questo momento nella storia della Terra di Mezzo è assolutamente disarmante. Un crescendo di carica ed incoraggiamento che si manifesta già a partire dall’inizio in cui il re Theoden comanda ordini sulle disposizioni, un generale che guida il suo popolo, formulando la migliore strategia di attacco e al contempo di difesa. Il cavallo che corre trasversalmente lungo tutta la prima linea, pronto a scagliarsi contro il nemico. Le parole di Theoden sono schiette, forti, motivanti. Non si sente timore nella sua voce.

“Avanti! E non temete l’oscurità! Desti! Desti cavalieri di Théoden! Lance saranno scosse.. scudi saranno frantumati.. un giorno di spade! Un giorno rosso, prima che sorga il sole! Cavalcate ora! Cavalcate ora! Cavalcate per la rovina, e per la fine del mondo! Morte! Morte! Morte! Avanti, Eorlingas!”

Un Re che comanda e combatte insieme ai suoi soldati, le cui parole echeggiano nell’aria mentre si fa sempre più vivo il suono della sua spada che tocca tutte le lance di corsa, segno di fratellanza ed alleanza. Un Re che ha bisogno della forza del suo popolo, uniti contro gli avversari, contro un esercito di orchi. Un Re che ha bisogno di approvazione, ed è proprio quella che riceve, mentre urla con tutta la sua voce “morte!”. Un grido motivazionale, talmente intenso che coinvolge lo spettatore in una maniera inaudita, tanto da immaginare noi stessi entusiasti di montare su un cavallo e sferrare la nostra spada per estirpare Minas Tirith da quella minaccia.

Un grido così coinvolgente che fa sì che anche i guerrieri più timorosi riescano a trovare la forza ed il coraggio di sferrare un attacco. Pipino ed Eowyn, infatti, che hanno deciso di combattere insieme, terrorizzati e tremanti al fronte dell’esercito rivale, sono carichi di adrenalina ascoltando le parole del loro generale ed esternano un urlo di coraggio.

E così, accostato al grido di “morte”, c’è il bellissimo grido carico di energia e di speranza che all’unisono si sente da tutti i Rohirrim. Pelle d’oca.

Ciò che si evince principalmente da questa scena è soprattutto il coraggio degli uomini. Il coraggio, sentimento che ha sempre caratterizzato il genere umano, è elevato all’ennesima potenza. L’uomo che, quando si trova faccia a faccia con la morte, è in grado di scatenare una forza che non sapeva di avere, mettendo da parte tutti i conflitti e le debolezze. L’uomo, spoglio di ogni orgoglio, vestito solo dal coraggio, dall’armatura più potente.

Una scena che unisce paura, rabbia, coraggio, follia e desolazione con l’ambizione, la forza di volontà e il desiderio di vittoria. 3 minuti di epicità, come tutto il resto del film, che ad oggi rimane un capolavoro unico del suo genere.

 

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