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Rent – What About Love?

How do you measure a year in the life?

Come valutare la portata del 1996? Siamo in un periodo di tanto sfarzo, molta pubblicità e profonda oscurità. Gli anni ’90 appartengono alla Generazione X, i giovani perduti, senza scopo o ideali, senza senso o futuro, travolti dall’ondata dell’unico valore, il commercio. Dei sogni e delle speranze nessuna traccia.

Nel 1993 Irvin Welsh pubblica Trainspotting, uno spaccato sulle generazioni che correvano tra droghe, perdizione e malattie, lontani dalla vita, per cui ogni rapporto emotivo diventava una transazione, uno scambio. Emblematico è il nome del protagonista, Renton (dall’inglese rent, affitto), poiché svende il proprio corpo. Tuttavia, ad essere messi all’asta all’epoca non furono solo le possibilità, ma anche i desideri e le paure, in uno sconforto generale.

Molti artisti vivevano squattrinati e con l’avvenire incerto, in condizioni precarie e di povertà, con un forte senso di abbandono, ma tutti cercavano quella sola grande occasione necessaria per il successo. Uno di loro fu disposto ad abbandonare una vita tutto sommato stabile pur di mettersi in gioco, rischiò ogni cosa per quella sola grande composizione, basata nientemeno che sulla Bohème di Puccini. Da una prima canzone seguì la gloria.

Jonathan Larson era dotato di una penna sensibile e folle, per lui vivere significava qualcosa di più del sopravvivere. Per l’apatia, per l’entropia, per l’empatia, per l’estasi, affrontando tossicodipendenza, omofobia e AIDS, scrisse Rent, in poche parole, un inno alla vita, dal ritmo rock e malinconico.

Ma poiché il destino è beffardo, l’anno del debutto ufficiale dell’opera, quel 1996, Jonathan Larson morì, senza l’occasione di sapere quanto stava lasciando a questo piccolo e freddo mondo. Però, forse, tutti i cuori che Rent ha salvato dall’oblio, danno un senso al sacrificio di un’artista bohémien, nelle verità rivelate e nei tempi delle lacrime, nel tempo che fugge e muore, in cui bisogna cogliere quell’occasione per vivere.

Before the sun sets

L’esistenza del film Rent del 2005 è solo un buon pretesto per parlare del musical; con tutto il rispetto per Chris Columbus, siamo sicuri abbia fatto del suo meglio.

L’America alla fine del millennio, un luogo e un tempo fatti di dubbi e cicatrici, osserva le vicende di Mark Cohen, un aspirante regista, Roger Davis, musicista malato di AIDS che cerca di scrivere la composizione della sua vita, e Tom Collins, che sogna di aprire un ristorante a Santa Fe, lontano da New York e i suoi problemi, ed è innamorato di Angel Schunard, drag queen artista di strada, anche lei malata di AIDS. Poi, Maureen Johnson, un’artista teatrale bisessuale, ex fidanzata di Mark e poi fidanzatasi con Joanne Jefferson; Maureen è quello che si definirebbe uno spirito impetuoso, libera dai dogmi e dalle convenzioni illogiche, una tempesta emotiva e passionale. Infine, Mimi Marquez, una ballerina sadomaso, tossicodipendente e, anche lei, con l’AIDS; la sua travagliata storia d’amore con Roger sarà un punto cardine dell’opera e della sua poetica.

I don’t own emotion, I rent

– dalla canzone What You Own (da notare, eseguita nel momento più buio e privo di speranza del musical)

Tre dei personaggi di Rent hanno il loro destino segnato; è simbolico che la malattia sia come il motore degli eventi, in un percorso di profonda catarsi e risoluzione finale. Gli altri, anche se non malati, scorgono solo un futuro ambiguo e spaventoso. Queste persone, non particolarmente talentuose,  persone comuni, alle prese con uno dei problemi più normali, come pagare l’affitto, innescano una serie di situazioni meravigliosamente “quotidiane”, eppure anche terrificanti e deprimenti, se si pensa che quelle erano e sono le condizioni di molte generazioni di artisti, schiacciati dalla logica del guadagno. La società, americana o meno che sia, imponeva (e forse impone ancora) il profitto e la proprietà, ma allora quali valori restano?

Ai protagonisti non rimangono altro che la droga, l’alcol, ma anche l’arte. L’ultimo appiglio, l’ultima salvezza e possibilità di redenzione.

Esistono e resistono inesorabili nel loro senso comunitario, nella loro compagnia; un’interconnessione profonda, per un’era solitaria.

Piccoli barlumi fatti di speranze, indecisioni e timori che, insieme, vivono una vie bohème, orgogliosamente trasandati, forse perduti, ma fieri e romantici. Non hanno idea di dove li porterà la loro strada,  sono smarriti, questo mondo li perseguita, nel miasma di morte, infezioni e delusioni, ma proprio per questo non vogliono perdersi un singolo istante della loro vita.

È poetico che Rent sia andato in scena nel 1996, quando la première mondiale della Bohème di Puccini avvenne esattamente cento anni prima, nel 1896. Che in fondo non cambi mai davvero la condizione umana? Nelle pozzanghere delle strade del XIX secolo, di fronte agli specchi dei moderni appartamenti, cercando di riconoscere sé stessi e trovare il proprio posto in questa esistenza dannata. E infine, le scelte e le conseguenze, la malattia e una sorte avversa, possono definire un individuo e la sua dignità in quanto tale?

Will I lose my dignity?
Will someone care?
Will I wake tomorrow
From this nightmare?

– dalla canzone Will I

I sogni tramutano spesso in incubi, le ambizioni sono presto spezzate. Nella vita, forse, tutto è incerto, tranne la morte. I protagonisti di Rent, nella crudezza e nello squallore, dovranno accettarla, nel momento in cui ogni cosa che c’era di importante svanisce nell’aria.

Mark è il regista che non  può vedere, Roger il musicista che non può sentire (recita il testo di What You Own), ma devono andare avanti, perfino senza amore o scopo. Vista e udito, i due sensi più importanti per stare al mondo, per mantenere il contatto con la realtà, deludente o meno che sia.

Dov’è il film di Mark, o la canzone di Roger? Dove trovano il modo di rimediare alle occasioni perdute o che non gli sono mai state concesse? Il rimpianto è un loro fedele compagno, quello di una vita mai vissuta, che sfugge velocemente ai loro cuori, soprattutto per Roger Davis e il suo sangue maledetto. Tuttavia, la loro arte trova una strada, la nebbia si dipana, l’orchestra si accorda, il film, la canzone, hanno sempre vissuto in coloro che hanno amato e amano, Angel, Mimi, tutti. At the end of the millenium, you’re what you own (dalla canzone What You Own).

Jonathan Larson parla esplicitamente attraverso i suoi personaggi, in quel momento storico, che tende a reiterarsi, di disastro emotivo, in cui l’unica stagione ad avere valore è quella dell’amore e degli affetti (how do you measure a year in the life? What about love? dalla canzone Seasons Of Love).

Donna o uomo non ha importanza, l’esistenza è un battito di ciglia che non ha tempo per queste mere definizioni; non si può rimandare, non esistono un altro tempo o un altro luogo, non importa che siano gli anni ’90 o i giorni nostri, le possibilità scarseggiano sempre.

Ogni generazione di giovani promesse, di ogni epoca, dovrà rischiare di mettere in affitto i propri sogni? Esiste per tutti quell’occasione di cambiare le cose? Forse il mondo esterno è spietato, ma in alcune cose vale ancora la pena di credere, poiché le avversità sono comuni ad ognuno, non c’è ragione di non collaborare. I rimpianti vanno lasciati alle spalle, il tempo a disposizione è poco.

Forget regret
Or life is your to miss
No other road
No other way
No day but today

– dalla canzone Another Day

 

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